Sguardi di Confine

Ecco, si fa un grande silenzio. Si sente solo il suono di un pianoforte. È un Blues. Mi sento teso. Mi chiedo: che aspetto avrà? Io non l’ho mai vista prima d’ora. Poi sento la sua voce e, accidenti, capisco che questa è la mia grande giornata. Sto ascoltando quanto c’è di meglio e per giunta la vedo.

Risplendente è la parola, l’unica che possa descriverla. Non è bella, naturalmente, ma per me lo è. Una bianca, scintillante toilette, un gran donnone: domina completamente il palcoscenico e l’intero uditorio quando canta Yellow dog blues. Non si può spiegare a parole il suo canto, la sua voce. Essa non ha bisogno di un microfono, non lo usa. Non sono però sicuro che quei maledetti cosi fossero già in circolazione, quell’anno. Tutti la sentono bene, Questa donna canta con tutto il cuore. Non mi lascia distrarre per un istante. Mentre canta, cammina lentamente per il palcoscenico. La testa è leggermente inclinata. Da dove mi trovo, non riesco a capire se ha gli occhi chiusi o aperti. Avanti, un numero dopo l’altro, sempre lo stesso, una grande interpretazione, un applauso assordante. Non vorremmo che finisse mai.

 Art Hodes (1904 – 1993), pianista jazz statunitense.

 In occasione della prima edizione di Frammenti Blues Festival (7-9 ottobre, Castello Visconti di Somma Lombardo – VA), il tradizionale appuntamento di ogni venerdì propone, al posto di una intervista esclusiva, uno Sguardo nella Storia. Quello di Bessie Smith, celebre cantante Blues, la cui vita, tra difficoltà iniziali e sregolatezza successiva, non può che sposarsi perfettamente con Sguardi di Confine. Buona lettura.

Bessie Smith nasce a Chattanooga, nel Tennessee, la data più probabile è il 15 aprile 1894; data da lei stessa indicata nella richiesta della licenza matrimoniale: all’epoca nel sud non ci si preoccupava di registrare le nascite dei cittadini neri. L’infanzia e l’adolescenza di Bessie furono segnati dalla più squallida miseria e povertà.

Figlia di ex schiavi, aveva tre sorelle e tre fratelli. Il padre, predicatore battista part time, morì durante la sua infanzia. La madre morì insieme con due dei suoi fratelli il giorno prima del suo nono compleanno. Una sorella più vecchia, Viola, si batté coraggiosamente per mantenere la famiglia, nonostante avesse lei stessa un figlioletto.

Bessie iniziò a cantare da bambina negli angoli delle strade e davanti ai saloon nella parte più orrenda della città, accompagnata alla chitarra dal fratello Andrew per racimolare qualche soldo che sarebbe servito ad aiutare la famiglia. La vita sempre sul filo del rasoio di quei primi anni sembrò indurire e in qualche maniera involgarire la ragazza che, secondo il suo biografo Chris Albertson, sviluppò “la straordinaria combattività che mostrò negli anni della maturità”.

Grazie a un altro fratello, Clerence, presentatore in una compagnia di Minstrel show, riuscì a ottenere una scrittura con una troupe che dava spettacoli di Vaundeville. La compagnia era quella di “Ma” Rainey, e per Bessie non avrebbe potuto esserci miglior scuola. Col suo evidente talento, rozzo ma promettente, cominciò per lei un lungo periodo durante il quale apprese le leggi del palcoscenico, i rudimenti della danza e il modo di sviluppare un repertorio.

Circolava la storia che fu “Ma” Rainey a scoprire Bessie e a insegnarle il Blues e che l’avesse rapita ancora adolescente, costringendola ad esibirsi con lei. Dal 1912 “Ma” Rainey era la sola donna che cantasse il Blues nel mondo dello spettacolo, tanto da essersi guadagnata la reputazione di “Madre del Blues”.

La sua influenza su Bessie, nel breve periodo della loro associazione, deve essere stata significativa, sebbene non così prolungata né così forte quanto si è creduto in un primo tempo. Fu lei probabilmente ad introdurre Bessie al Blues in termini di forma. Il sapore del Blues di “Ma”, però, resta essenzialmente rurale, mentre quello di Bessie prese un inconfondibile carattere urbano. Bessie aveva una prepotente consapevolezza del proprio talento e una determinazione che nessun’altra poteva vantare o esibire.

Alla fine, Bessie lasciò la compagnia di Minstrel per lavorare in vari spettacoli del circuito di Vaudeville nero T.O.B.A. (L’acronimo sta per Theater Owners Booking Association, Associazione di produzione dei proprietari di teatri, ma chi vi lavorava lo leggeva Tough On Black Artists, ovvero “duro con gli artisti neri”) occasionalmente come solista, talvolta come ballerina, ma con apparizioni di crescente responsabilità. Il quartier generale era il Teatro “81” di Atlanta, Georgia, dove Bessie fu vista da un certo numero di persone che lavoravano nel mondo dello spettacolo itinerante, compreso il pianista James P. Johnson che viveva ad Harlem e avrebbe avuto un ruolo importante nel futuro di Bessie.

Nel 1922 un importante ingaggio al Cabaret Paradise di Atlantic City la mise in contatto con esperti professionisti quali il pianista e direttore Charlie Johnson, il fantasista Frankie “Half-Pint” Jaxon e la cantante Mary Stratford, per nominare qualcuno di quelli che partecipavano alla rivista. Quei contatti con importanti artisti del Nord e del Sud si sarebbero dimostrati fondamentali negli anni immediatamente seguenti.

A questo punto della sua vita, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Bessie aveva la voce più bella che si potesse sentire in giro e gli spettatori che riempivano i teatri ne assorbivano fino all’ultima stilla di bellezza, dolore e sensualità. Da quel momento in poi sarebbe iniziata la definitiva ascesa al successo.

Nonostante tutte le compagnie di giro che traversavano la nazione, con decine di cantanti di Blues, commedianti e strumentisti che davano spettacolo giorno e notte, l’industria discografica era lenta a riconoscere il potenziale mercato rappresentato dalla popolazione nera, ora estremamente mobile, che si affollava nelle città del Nord. I produttori di dischi sembravano incapaci di comprendere che anche la popolazione nera aveva soldi e che avrebbe voluto spendere i dollari duramente guadagnati per il giusto tipo di talento.

Molti neri legati all’industria dello spettacolo, comunque, si accorsero della presenza di nuove opportunità. Due di loro erano pianisti e compositori, Perry Bradford, dell’Ohio, e Clarence Williams, nato a New Orleans ma che da un po’ lavorava in un ufficio situato nell’area di Manhattan che ospitava gli editori musicali.

Fu Bradford a rompere il muro delle resistenze. Convinto che il mercato fosse pronto ad accoglierlo, Bradford visitò le compagnie discografiche di tutta New York persuadendo alla fine la OKeh, un’etichetta discografica fondata nel 1918 da Otto K.E. Heinemann, un tedesco trapiantato negli Stati Uniti, a permettere alla sua cliente, Mamie Smith, di registrare. Ne risultò la pubblicazione di un disco con due canzoni di Vaudeville che erano state previste per la cantante Sophie Tucker, ma che per problemi contrattuali furono offerte a Mamie Smith.

Queste vendettero abbastanza da permettere una seconda seduta e, nell’Agosto del 1920, fu registrato “Crazy Blues” il primo disco blues a diventare un successo di vendite. Si stima circa un milione di copie in sette mesi, dando così via ai cosiddetti race record, dischi destinati al mercato dei neri americani.

Altre compagnie discografiche si attrezzarono rapidamente per seguire l’esempio, e gli agenti si lanciarono in una frettolosa ricerca lungo tutta la parte orientale degli Stati Uniti, mettendo le mani su qualunque donna che fosse in grado di fare del Blues in modo convincente e offrendo loro contratti discografici, in genere per una sola seduta di registrazione, con l’opzione per il rinnovo.

Ora che la sua base operativa era nel Nordest, Bessie era in una buona posizione per entrare nei ranghi degli artisti discografici. L’inizio non fu dei più felici, Bessie fu ascoltata da quelli della Black Swan, ma la scartarono perché troppo rozza e troppo nera, consegnando alla storia una strepitosa prova di cecità artistica. Le prime registrazioni di Bessie destinate alla pubblicazione furono incise nella cera in un giorno di metà febbraio del 1923 per la ColumbiaIl primo giorno fu un fallimento poiché nessuna delle numerose facce da lei incise fu giudicata pubblicabile.

Le mancava il pubblico, l’elettricità della sala, le luci il movimento: era ingabbiata in una situazione irreale, completamente diversa dall’esperienza naturale dell’esibirsi, del cominciare. Senza le sue armi, senza il corpo che occupava le scene come se questa fosse tagliata a misura della sua felicità, appariva smarrita e imbarazzata; cantare dentro una tromba, poi, era la negazione stessa del cantare. Al terzo tentativo del secondo giorno, accade qualcosa. Bessi era riuscita a racchiudere il suo mondo in un Blues, come recitava il testo, ed era pronta a tappare la bottiglia “I got the world in a jug, the stoppers in my hand”.

Vincenzo Martorella, “Il Blues”

Bessie Smith

Bessie Smith cantava il Blues e il Blues non fu più lo stesso dopo quel 16 febbraio del 1923. Down Hearted Blues, scritta da Alberta Hunter e Lovie Austin, la resero celebre e in pochi giorni vendette 750mila copie. Era accompagnata dal veterano Clarence Williams che, astutamente, l’aveva posta sotto un contratto personale che gli assicurava la metà dei suoi onorari discografici. Né Bessie Smith né Jack Gee (adesso suo consigliere finanziario oltre che suo secondo marito), sembrarono rendersi conto dell’accordo finché non tornarono a Philadelphia e videro cosa Bessie era capace di portare a casa. Liquidò bruscamente Clarence Williams e firmò un discreto contratto con la Columbia, facendo del direttore discografico Frank Walker il proprio manager personale.

Nel primo anno, per la Columbia registrò più del doppio di quanto era garantito dal suo contratto e questo andamento sarebbe continuato. Le tournée si succedevano a ogni stagione toccando anche le grandi città del nord, fra cui Chicago, Detroit, Filadelfia e New York. Quest’ultima era anche la città dove Bessie tornava per incidere i dischi.

Bessie sapeva trasformare il materiale che utilizzava, imprimendovi il segno della sua forte personalità. Spesso, i suoi Blues venivano tratti dal patrimonio folkloristico del “profondo sud” e allora venivano rielaborati e rifiniti da lei e dai suoi stretti collaboratori fra cui James P. Jhonson, i pianisti Fred Longshaw e Porter Grainger, il trombettista Joe Smith, il trombonista Charlie Green, il clarinettista Buster Bailey e Louis Amstrong, con cui registrò nel 1925 qualche brano memorabile.

I dischi di Bessie vendevano benissimo. Nel nord erano reperibili soltanto nei quartieri neri mentre al sud si potevano trovare dappertutto. Lì infatti la cantante era molto apprezzata anche dai bianchi, tanto che non di rado doveva dare degli spettacoli speciali per loro. Alcune sue performance poi venivano trasmesse dal vivo, per radio, ed erano così ascoltate anche, e soprattutto, dal pubblico bianco.

Nel 1925 Bessie acquistò una speciale carrozza ferroviaria per spostarsi più comodamente da una città all’altra e soprattutto per evitare le difficoltà dei neri di trovare un alloggio. La carrozza era dipinta di giallo con vistose scritte in verde ed era attrezzata con cuccette, cucina, stanza da bagno ripostiglio e poteva ospitare 35 persone. Molto spesso era la stessa Bessie che si metteva ai fornelli: era lei che imponeva la sua volontà e le sue prepotenze alla compagnia.

Gli spettacoli di Bessie venivano dati sotto un tendone e in parte nei teatri, soprattutto quelli del circuito TOBA. Era solito prima dello spettacolo che i membri dell’orchestra marciavano a suon di musica per le vie della città per pubblicizzare l’evento. Bessie non si limitava a cantare ma era anche una brava ballerina, un’attrice comica, un mimo e qualunque cosa facesse riusciva a tenere in pugno il pubblico. I suoi vestiti di scena non erano particolarmente elaborati, anche se le piaceva esibire delle lunghe collane di perle, uno scialle spagnolo e delle piume di struzzo. Il suo copricapo favorito invece era molto fantasioso, era trapuntato di perline e lustrini e dai lati pendevano due larghe ali con una lunga frangia.

Bessie Smith era una donna rozza e manesca, intemperante fino alla dissolutezza. Gli speakeasy (esercizi commerciali che vendevano illegalmente bevande alcoliche) intorno ai teatri la conoscevano bene, in una sera poteva visitarne più di uno, offrendo magari da bere a tutti i presenti. La conosceva anche la direttrice di un buffet flat di Detroit: uno di quegli appartamenti segreti, abbastanza diffusi negli anni venti nei quartieri neri, in cui si beveva, si giocava d’azzardo, si faceva l’amore, spesso dopo aver assistito a qualche spettacolino erotico.

Con Bessie poteva succedere di tutto. L’imperatrice del Blues era spesso troppo ubriaca per cantare, qualche volta era coinvolta in violente zuffe col marito. Bessie era sempre pronta a prendere a pugni chi le attraversava la strada, parlava come una scaricatrice di porto del Mississippi ma sapeva essere, ed era, sovente, generosissima.

Per fortuna Bessie si poteva permettere molti lussi, i suoi dischi si vendevano bene e il suo spettacolo, Harlem Frolics, fu visto da centinaia di migliaia di persone. Ad esso seguì, nel 1928, Mississippi Day: Bessie cantava, suscitando un uragano di risate e applausi, il Blues pieno di doppi sensi. Il disco andò a ruba: Empty bed blues.

Gli anni successivi al Crack di Wall Street del 1929, Frank Walker si rese conto che il mercato dei race records non esisteva più e non poté più rinnovare il contratto a Bessie Smith. Ben presto Bessie si rese conto che tutto il mondo di cui era stata protagonista stava scomparendo. Passarono di moda i Blues, troppo “deprimenti” e finì quietamente il Vaudeville, seppellito dal cinema sonoro.

Per i teatri del circuito la TOBA fu la fine così come il glorioso Lincoln Theatre di Harlem, che fu trasformato in una chiesa Battista nel 1931. La lunga interruzione dell’attività discografica ebbe fine il 24 novembre del 1933, quando Bessie entrò, per l’ultima volta, in uno studio di incisione. John Hammond era alla ricerca di talentuosi artisti appartenenti al mondo del jazz con cui realizzare una lunga serie di dischi commissionatigli per il mercato britannico. Fu così che l’imperatrice del Blues insieme ai musicisti Jack Tea-garden, Frankie Newton, Buck Washington, Chu Berry e Benny Goodman realizzarono quattro facce: Gimme a pigfoot, Do your duty, Take me for a buggy ride e Down in the drumps restano fra i più convincenti documenti della sua carriera e dimostrarono come la sua voce fosse ancora quella di un tempo.

Da quel momento fino alla sua morte, circa quattro anni dopo, Bessie apparve a New York solo raramente e in una memorabile occasione come attrazione principale al Connie’s Inn di Harlem (Bessie fu chiamata a sostituire Billie Holiday che si era ammalata). Vi restò per qualche mese, durante i quali ricevette l’omaggio dei musicisti e dei cultori del jazz. La cantante aveva sostituito progressivamente dal suo repertorio i vecchi Blues con le canzoni del momento.

Una buona occasione parve presentarsi quando le fu proposto di entrare nella compagnia di Broadway Rastus, uno spettacolo musicale che girava al Sud. Fu durante un trasferimento nel corso della tournée che Bessie Smith restò vittima di un incidente mortale. Bessie era rimasta vittima di una tragica fatalità, non del bieco odio razziale come per molti anni si volle sostenere.

La sua lapide rimase anonima per più di tre decenni fino a quando Juanita Green, che aveva lavorato per lei come cameriera, e Janis Joplin, non misero a disposizione il loro denaro per una nuova lapide, la frase incisa recita:

“La più grande cantante di Blues del mondo non smetterà mai di cantare”.

Bessie Smith, battezzata “l’imperatrice del Blues”, resta la più celebre cantante Blues di tutti i tempi. Eccessiva nelle passioni come nei vizi e negli amori, talvolta volgare e violenta, Bessie Smith è un personaggio fuori dal comune, la cui esistenza costellata di umiliazioni, di pene, ma anche di gloria e di denaro, ha avuto come unico scopo quello di cantare le condizioni di vita dei neri.

Foto:  pubblico dominio – Carl Van Vechten Photographs collection at the Library of Congress

Fonti informazioni: Arrigo Polillo, Jazz, Oscar Mondadori – Vincenzo Martorella, Il Blues, Piccola Biblioteca Einaudi

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