Sguardi di Confine

Dalle cene in cella al Vangelo di fronte a Papa Francesco. Il nostro Claudio Bottan racconta la sua avventura passata in una cella multietnica con i suoi compagni carcerati. Fino ad arrivare, un anno dopo la strage del Bataclan, a vivere un’avventura unica in San Pietro.

Ci sono celle, cellini e celloni, ognuno dei quali con pregi e difetti. Che si tratti di celle piccole con tre persone – quelle più ambite – oppure di celloni con sei occupanti, sempre si tratta di una piccola temporanea comunità dalla quale si esce solo a fine viaggio. Tutte le “camere di pernottamento” hanno in comune l’impossibile solitudine della convivenza obbligata, e allora si cerca di organizzare le mescolanze a suon di cambi di cella e la tendenza è sempre quella di creare aggregazioni – o separazioni – in base alle provenienze geografiche. Inutile cercare la solitudine. La scelta dei coinquilini non è così scontata: c’è da fare tutto un lavoro di pubbliche relazioni, di sondaggi discreti per capire chi ci stiamo portando “a casa”, come si è comportato nelle precedenti “abitazioni”, usi, costumi ed attitudine all’igiene.

Così, dopo attenta e profonda analisi, ho optato per la cella, anzi, il cellone da sei posti multietnico. Unico italiano, in compagnia di tre magrebini, un albanese e un sudamericano con i quali mi alternavo ai fornelli e in tutte le faccende domestiche. Un rodaggio lungo ci ha permesso di trovare una sorta di equilibrio, precario ma accettabile, e ricavarci gli spazi per le esigenze personali. Non è stato troppo difficile. Si tratta principalmente di buona educazione; alle cinque del pomeriggio si spegneva il televisore e si usciva dalla cella per permettere ai musulmani di pregare. D’altronde nemmeno loro ci hanno mai chiesto di togliere le foto di Papa Francesco oppure i rosari che tenevamo attaccati alle brande, così come noi “infedeli” rispettavamo i condizionamenti che inevitabilmente derivavano dalla pratica del ramadan degli islamici.

La cena in galera è l’unico momento della giornata in cui ci si ritrova, tutti seduti attorno ai tavolini affiancati a formare un’unica tavolata, più o meno come succede in qualsiasi casa. È l’occasione per parlare di quello che è accaduto durante il giorno, del lavoro, dei colloqui, dei fatti di cronaca di cui parla la Tv, per scherzare cercando di tirar fuori un sorriso. Ma quella sera no, nessuno aveva voglia di ridere. C’erano aria tesa e sguardi diffidenti; il dialogo in arabo tra i magrebini stonava, aveva il sibilo dei kalashnikov mentre alla Tv scorrevano le immagini ed i suoni della battaglia che ha lasciato a terra decine di cadaveri al Bataclan a Parigi. Gli albanesi hanno sentito il bisogno di parlarsi tra di loro nella propria lingua da una cella all’altra, cosa che succedeva raramente mentre si cenava, e nessuno pareva accorgersi che stavamo cadendo nella trappola del terrore, quella paura che ci assale quando ci sentiamo minacciati e ci chiudiamo nelle nostre piccole sicurezze, rappresentate dalla lingua, dal senso di appartenenza, ma anche dal cibo.

Culture differenti a tavola: il pretesto per parlare di integrazione

E proprio il cibo in tavola è stato il pretesto per accendere la discussione su usi, costumi, tradizioni culinarie, accoglienza e rispetto dei commensali.

Vada per i filetti di pollo al posto del guanciale di maiale; ma i datteri ad accompagnare gli spaghetti alla carbonara che c’azzeccano? Ci sono dei limiti sui quali non si può transigere, nemmeno in nome della tolleranza, e accade soprattutto a tavola. Non ci rimaneva che dividere i “territori” separando i tavoli; pentole separate e ognuno mangi quello che vuole, senza imporre la propria volontà agli altri. A volte con l’intento di preservare le rispettive identità culturali, si rischia che gli accomodamenti producano risultati gastronomici che non accontentano nessuno; la cucina fusion necessita ancora di tempo per l’accostamento dei sapori.

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Claudio Bottan con Papa Francesco

Giubileo dei carcerati a Roma: un mussulmano regge il Vangelo, un anno dopo la “strage del Bataclan”

Ad un anno di distanza dalla strage del Bataclan, ho vissuto un’esperienza unica: durante la celebrazione del Giubileo dei carcerati a Roma, con un gruppo di detenuti abbiamo avuto la possibilità di essere accanto a Papa Francesco nella sacrestia di San Pietro. Dopo averci salutato, è venuto il momento della vestizione ed ognuno di noi ha avuto il compito di porgere a Francesco parte dei paramenti necessari. Uno solo è rimasto fermo immobile, accanto al Papa, a reggere il Vangelo: è toccato ad Issam, il mio “collega” musulmano. Niente di più naturale per noi chierichetti-galeotti, che non ci siamo resi conto di essere immersi dentro un fatto storico, mai avvenuto prima.

Sono le lezioni che si imparano in galera: il “politicamente corretto” è tutta un’invenzione.

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