Sguardi di Confine

Violenza, criminalità, alcool e droga tra bande di narcotrafficanti, sarebbero potuti esser egli ingredienti della sua quotidianità. Ma Robson, un ragazzo ora 14enne della periferia di Rio De Janeiro (Brasile), tra la bidonville di Manguinhos, ha alzato la testa e si è riscattato.

L’ha fatto il 12 aprile 2010 quando ha iniziato a frequentare il “Rancho”, ovvero la ex fabbrica di produzione di dischi a 33 giri, all’interno della quale ora ha preso piede la Casa del Sorriso Cesvi. Qui Robson studia musica e recitazione e ha “trovato una reale alternativa alla vita di strada”.

Costretto a crescere troppo in fretta da bambino, ora ha recuperato gli anni della sua preadolescenza, suona le percussioni, sogna di fare il musicista e da grande si vede con un lavoro e una famiglia. Lo abbiamo intervistato grazie a Cesvi, l’organizzazione che opera nel Sud del mondo per lo sviluppo delle comunità più povere. È attiva in 24 paesi, con 119 progetti a favore di oltre 1 milione di beneficiari.

Ci racconti la tua infanzia? Cosa ricordi?

«Sono nato e cresciuto qui nella comunità di Manguinhos dove alcol, droga e arruolamento in circuiti malavitosi sono fatti all’ordine del giorno. La mia è una famiglia numerosa: io sono il più grande dei figli e insieme a me vivono 5 dei mie fratelli e 6 dei miei nipoti oltre che mia mamma.

La mia è stata un’infanzia felice. Ho sempre avuto una grande passione per la musica e quando ho avuto la possibilità di frequentare la Casa del Sorriso ho iniziato a coltivare sempre di più questa passione».

Prima di entrare nella Casa del Sorriso, la tua vita era circondata da alcool e droga. A che età è iniziato tutto? Avevi un ruolo particolare in merito a questo?

«Io non ho mai fatto uso di alcol e droga ma molti dei miei amici sì. Il problema della droga e della violenza è endemico nella mia comunità. È normale quando sei una ragazzino di 10 anni o anche meno, venire in contatto con queste realtà di violenza, spaccio e droga nel posto in cui abito. Decidere se entrare a farne parte è sempre una questione di testa, di valori che la tua famiglia di origine ti ha insegnato e di futuro che desideri costruirti.

Certo, esiste anche il fattore disperazione: moltissimi ragazzi entrano in questi circuiti malavitosi perché non hanno nulla, non hanno voluto studiare, non vogliono lavorare, vogliono solo guadagnare velocemente e semplicemente. Io ho sempre sognato di migliorarmi, costruirmi una famiglia, andare a vivere in una casa più grande della casa di 2 stanze nella quale abito».

In che modo i narcotrafficanti entrano a contatto con i bambini? 

«Per loro è molto semplice. Basta promettere soldi o un telefono nuovo, addirittura ci sono ragazzini che sono stati comprati con una maglietta e un pallone da calcio».

Come sei riuscito ad abbandonare questa realtà e iniziare a frequentare il “Rancho”? Quanti anni avevi?

«Come dicevo, io non sono mai stato arruolato in circuito malavitosi. La realtà in cui vivo, quella della favela, è molto difficile e io mi sono sempre dovuto prendere cura dei mie fratelli più piccoli e anche dei nipoti. Oltre che studiare ho dovuto anche lavorare duramente e il mio tempo libero a partire dal 2010 l’ho sempre passato nella Casa del Sorriso del Cesvi dove ho imparato a suonare e dove oggi sono percussionista di un gruppo musicale che si occupa di sensibilizzare, attraverso la musica, i più giovani su temi di salute e sicurezza pubblica».

Robson Casa del Sorriso Cesvi Brasile

Come definiresti la tua partecipazione alla Casa del Sorriso? Se e come ti ha cambiato.

«La Casa del Sorriso per me è tutto. Qui ho trovato modelli di vita a cui ispirarmi, ho capito che solo con lo studio e il duro lavoro si possono raggiungere obiettivi e traguardi importanti. Ogni volta che ho mezz’ora di tempo corro alla Casa del Sorriso per suonare ma anche per stare con gli altri e per insegnare ai più piccoli i valori della musica, della cultura e dello stare insieme. La cultura è una grande fucina di cambiamento e, grazie ad essa e al lavoro della Casa del Sorriso, tanti bambini e giovani come me hanno trovato una reale alternativa alla vita di strada».

Qual è il tuo sogno?

«Il mio sogno sarebbe poter vivere facendo il musicista. Ma so che questo è molto difficile. Sarò felice ugualmente se troverò un lavoro e potrò comunque coltivare la mia passione per la musica costruendomi una vita come una persona onesta, come tante persone oneste che vivono in favela con me. La favela non è solo un posto di delinquenti. Ci sono, infatti, tante brave persone che ambiscono a un futuro migliore».

E la tua più grande paura?

«La mia più grande paura è restare coinvolto in qualche sparatoria tra banditi e poliziotti. Queste sparatorie sono all’ordine del giorno nella mia comunità. Solo l’altra settimana una bimba di 7 anni è stata ammazzata a causa di un proiettile vagante sfuggito durante una sparatoria. Non è giusto morire così».

Cosa vuoi fare da grande?

«Voglio semplicemente lavorare e vivere onestamente. Coltivare il mio sogno per la musica, sposarmi a avere una bella famiglia».

La tua canzone preferita?

«Mi piacciono tantissime canzoni. In questo periodo sono molto innamorato e mi sono fidanzato. Per la mia ragazza suono sempre Deusa de Amor di Moreno Veloso».

Vuoi aggiungere qualcosa?

«Si. Faccio un appello a tutti gli amici italiani affinché continuino a sostenere il lavoro di Cesvi nella nostra favela. Tutti dicono che il Brasile è un paese ricco ma nel mio paese i ricchi sono pochi mentre i poveri che abitano nelle favelas sono tantissimi. Mi piacerebbe anche poter venire in Italia un giorno e fare un concerto insieme alla mia band».

Foto@Roger Loguarro/Cesvi

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