Sguardi di Confine

La violenza contro le donne non è solo fisica. Dietro questa definizione si cela un mondo fatto di pressioni psicologiche e fragilità ma anche dolcezza e generosità. E così la protagonista della nostra intervista – 40enne di origine bulgara da parte di mamma e russa da parte di papà, residente dall’età di 23anni nel nord Italia – ci ha raccontato, sempre con il sorriso sul volto, la sua storia partendo dall’infanzia.

L’abbiamo incontrata grazie alla collaborazione di E.Va Onlus, il centro antiviolenza di Busto Arsizio nel quale si è rivolta per iniziare un cammino alla scoperta di se stessa, della sua integrità e delle sue capacità.  

Scopri l’iniziativa di Sguardi di Confine per dire no, concretamente, alla violenza contro le donne: #stopviolenzadonne non solo a parole

“Nel mio caso penso che la radice sia nel rapporto tra mio padre e mia madre. Mi sono rivolta a Eva Onlus quando mio marito aveva alzato le mani a mio figlio, portandomi indietro nel tempo. Avendo visto la scena del pestaggio sono ritornata bambina: non ho potuto reagire, mi sono bloccata. Non sapendo come prendere questa situazione, mi sono chiusa in me stessa. Questa cosa mi ha riportato ai ricordi molto forti quando mio padre ha picchiato mia madre. Avevo forse poco più di due o tre anni e già parlavo. Ricordo benissimo che mia mamma piangeva, ricordo tutti questi episodi di strazio. Comunque non sapevo chi scegliere: arrabbiarmi con la mamma che non ha saputo reagire o condannare mio padre? Lo amavo tantissimo perché, alla fine, mi dedicava il suo tempo e mi aveva fatto vivere anche dei momenti belli.

Mi sono portata dentro questa angoscia forte prima di arrivare qui: poi abbiamo iniziato a lavorarci insieme e ho avuto modo di condividere questa mia paura incondizionata. Tante volte vedevo reagire negativamente mio marito: ad esempio quando scendeva dalla macchina e andava a picchiare qualcuno solo perché gli aveva attraversato la strada. E vivevo nella grande paura: ogni volta che dovevo esprimermi, con lui era un’aggressione. Poi ho iniziato a lavorare su di me, sulle mie capacità, su ciò che sento, percepisco, elaboro, programmo.

Un giorno ho visto la pubblicità: ‘Se qualcuno ti tiene in uno stato di angoscia, se non riesci a parlare, vieni da noi’. Mi sono quindi rivolta in questo centro.

Direttamente, le violenze le ho subite nella conseguenza della vita: non nella vita familiare ma è tutto un insieme di cose che mi hanno turbata. Quando mi sono rivolta qui sono stata accolta molto bene, mi hanno ascoltata e ho capito ciò che non dovevo fare con il mio coniuge o la mia famiglia”.

Quindi sei riuscita ad andare avanti?

“Sì. Ho ripreso tutte le mie paure, i miei dubbi. Non è stato facile: mia mamma viveva in un tunnel, come tutt’ora… dorme con la luce accesa e ha molte paure. Non è in grado di fare neppure un semplice contratto. È stata una bravissima mamma, si è sempre presa cura di noi ma, come donna, è proprio morta dentro. Io sono il pilastro della mia famiglia: sono venuta qui con mio fratello da ragazza. Mia mamma è bulgara e mio papà russo. Prima di venire in Italia abbiamo vissuto in Moldavia e poi ci siamo trasferiti in Russia, dove serviva la manodopera.

Siamo venuti in Italia quando io avevo 23 anni e mio fratello 18. Prima di venire in Italia ho cercato di scappare dal territorio della Moldavia. In Russia non sono più stata accettata perché, all’improvviso, sono diventata moldava: la guerra civile ha portato a questo brutto clima. Nonostante il mio cognome sia nettamente russo, in Russia ero considerata moldava perché nata in Moldavia. E non abbiamo neppure potuto andare in Bulgaria a causa di problemi con alcuni documenti. Era tutto molto difficile: senza denaro, senza luce, senza gas. Eravamo proprio in condizioni di sopravvivenza.

Dai miei 18 ai 23 anni ho provato ad arrivare sul territorio dell’Europa attraversando a piedi le dogane con altre ragazze che volevano guadagnare qualcosa per i propri figli e familiari. Questo perché era scoppiata la guerra quando avevo 15 anni, in quel momento mio padre era scappato in Russia mentre mia madre era restata in Moldavia con noi mentre studiavamo. Così, all’età di 18 anni ho provato ad attraversare la dogana per raggiungere la ‘terra promessa’. Però le esperienze sono state veramente devastanti”.

Ti va di raccontare cos’è successo durante il vostro tentativo di attraversare le dogane?

“Mi ricordo che attraversando delle dogane della Romania ci hanno puntato le armi e abbiamo fatto ciò che le donne dovevano fare…”.

Atti sessuali?

“Sì”.

Con le guardie?

“Sì. Quelli che facevano attraversare dicevano: ‘Se fate questo, allora vi facciamo andare avanti’. Non ci hanno fatto passare nonostante questo. È stato veramente umiliante. Abbiamo pianto parecchio e siamo ritornati indietro. L’ho raccontato anche a mia mamma. È stato molto difficile. Non si poteva scegliere. Tanti passavano, era una specie di normalità”.

Non avete potuto rifiutarvi?

“Alcuni si sono rifiutati. Io, vedendo le armi, ho ascoltato i comandi”.

E poi sei tornata indietro?

“Sì. Abbiamo sempre lavorato sulla piccola raccolta di prodotti agricoli. In qualche maniera abbiamo lavorato per incrementare il reddito familiare. Appena tornata sono andata a raccogliere tabacco. Non mi sono mai tirata indietro per il lavoro, per niente. E, forse, quella rabbia che covavo l’ho indirizzata anche per costruire qualcosa di nuovo. Ho pensato ‘se mi arrabbio, non è che cambia qualcosa; quello che è successo, è successo’. Allora ho indirizzato sempre la rabbia verso qualcosa di costruttivo… ho elaborato un modo di raccogliere il maggior numero di tabacco: il mio gruppo era ‘leader’ nella raccolta (ride ndr.)”.

E a 23 anni sei partita per l’Italia…

“È stata un’occasione. L’Italia l’ho sempre lodata fin da bambina. Ero devota a Gianni Rodari, a Sanremo, a tutto ciò che potevo assorbire. Era per me un nutrimento. A 15 anni ho letto Boccaccio e altri testi che voi fate alle superiori. Io li ho letti in autonomia. Ora che sto facendo le superiori per arricchire il mio vocabolario italiano, sto scoprendo di aver già letto molte cose da sola.

Insomma l’Italia era già dentro di me e aspettavo questa occasione: mio fratello faceva arti marziali e abbiamo prenotato due posti per partecipare al campionato europeo. Abbiamo chiesto all’allenatore se poteva prenderci entrambi. Ho pagato per me e mio fratello per i visti: sapevamo già che scappavamo. Una volta dati i soldi, ci hanno inseriti in questa associazione sportiva. Dopo il campionato ci siamo salutati e io ho iniziato a trovare miei amici già presenti a Milano. 

Il lavoro era molto difficile da trovare: una mia amica faceva animazione in discoteca e mi ha fatto conoscere il mio impresario. Facevo ginnastica e quindi ho fatto la cubista. Sono passata dalla campagna alla discoteca. Qui ho conosciuto mio marito. È stato il mio Davide: palestrato, bello, capelli pettinati all’italiana tipo… Fiorello. Mi aspettava dopo la mia esibizione e una sera mi ha detto: ‘Sai che io ti sposo?’. E io ho risposto: ‘Non sarebbe niente male’ (ride ndr.). …Abbiamo preso tanto alla leggera la quesitone.

Avevo 24 anni, era il 2000, lui ne aveva 32. Abbiamo cercato di farmi i documenti ed è stato devastante perché non c’era modo: non potevo tornare indietro. Abbiamo chiesto a sua mamma e lei ci ha dato la sua fiducia, quindi ci siamo sposati. Abbiamo iniziato la convivenza e continuavo a fare la cubista”.

All’inizio la relazione con tuo marito andava bene?

“Ridevamo tanto perché non ci capivamo molto bene per la lingua. Non era male il nostro mix. Eravamo di due poli completamente diversi ed era un modo per conoscersi, confrontarsi, ridere su delle nostre caratteristiche negative… non è che io ero un regalo della vita, sono combattiva anche io.

Neppure sua mamma aveva vissuto tante belle situazioni. Prima del boom economico anche loro avevano passato delle problematiche serie: solo ora riesco a capire anche le loro relazioni, la relazione di mio marito con sua madre. Ora ho capito quanto lui sia guidato da lei. Ho dovuto fare un percorso profondo di analisi non da poco. Una volta che butti questa angoscia fuori, penso che dentro ci sia la visione giusta della vita: dove tu riesci a comprendere anche le situazioni negative come un input per ricreare quelle positive. Forse non è quella la strada che vuoi intraprendere e vuoi pensarci un attimo”.

Mi dicevi che all’inizio andava bene con lui però?

“Sì. Abbiamo aperto la nostra prima attività, momento che è coinciso con la nascita della nostra prima figlia. Avevo accumulato un po’ di soldi tra la discoteca di notte e le pulizie di giorno e ho potuto riscuotere un’edicola di un amico che aveva avuto dei debiti.

Non parlavo ancora italiano: non so come ho fatto a comprendere… dicevo una parola in inglese, una in italiano. Avevo studiato latino quindi comprendevo le frasi in base all’analisi logica. Con in braccio mia figlia ho iniziato a lavorare… 14 ore al giorno insieme a mio fratello. Mio marito, intanto, aveva un altro esercizio commerciale. Nel 2007 abbiamo comprato una casa e gli impegni aumentavano, avevamo già due figli ed eravamo assenti per noi come coppia e come genitori. È stato difficile. Ho pure dimenticato di prendere la pillola ed è nato il terzo figlio. È stato tutto un prendere la vita così allo sbaraglio fino a che lui non è sbottato con queste aggressioni. Aggrediva tutti quanti per sopravvivere penso. Aveva tante questioni legate al suo nome”.

Quindi poi sei arrivata da E.Va Onlus. Mi dicevi che hai preso la negatività e sei arrivata alla positività. Ti va di raccontarmi la nuova te?

“Possiamo parlare delle mie poesie. Avevo un’impronta ma da autodidatta. L’attività in edicola mi ha aiutata a studiare italiano, a leggere, a informarmi, a tenermi aggiornata sugli eventi. Ero sempre fulcro tra tantissimi politici: sono passati tantissimi personaggi politici noti che io non conoscevo nemmeno. Appena sentivano il mio accento mi dicevano: ‘Ah sei russa? Sei comunista? Voi mangiavate i bambini!’. Io certi detti non li comprendevo molto: questa curiosità mi ha portato a conoscere i detti della lingua e ad andare oltre le apparenze.

Mi lamentavo che non ci comprendevamo con mio marito sugli argomenti facili come il fatto che lui sarebbe dovuto stare dalla mia parte per quanto riguarda l’accudimento dei bambini. Sono molto altruista mentre lui era il contrario: era capace di mangiarsi tutto da solo senza chiedere se gli altri ne volevano un po’. Io scoppiavo in lacrime: per me era una cosa inaudita, non si poteva vivere così. Oltre che problemi finanziari abbiamo avuto quindi problemi riguardo la generosità e, se io lo facevo notare, per mesi non mi parlava, era freddo, non mi abbracciava. Sento che gli uomini si lamentano delle donne frigide… io notavo invece che lui si comportava al contrario”.

violenza contro le donne

Nel senso che se tu gli facevi delle osservazioni lui non ti rivolgeva più la parola?

“Sì, se gli chiedevo ‘perché fai così?’, mi rispondeva solo ‘perché sono così’. Anche io, ogni tanto, sono arrabbiata, ma non è sempre così. Con lui era sempre così: gli suscitavo sentimenti negativi. Ero molto in fiducia, positiva verso di lui, fino a che non si è aperta la rabbia talmente forte che mi ha fatto ‘sbarellare’.

Ho iniziato a scrivere, scarabocchiare i miei pensieri: mi sfogavo anche per le parole di sua mamma. Per lei, all’improvviso sono diventata brutta, sporca, straniera. Ero la straniera che aveva rubato l’uomo italiano. Era sempre in negozio e diceva che le donne straniere ‘sposano questi poveracci uomini italiani che sono imbrogliati’. Non riuscivo a comprendere in cosa consistesse il mio imbroglio. C’era forse qualcosa che non sapevo? Infatti, ora, parlo in modo breve, corto e non guardo loro in faccia altrimenti si sentono minacciati. Da qui ho capito che ci sono vari livelli di comunicazione.

E scrivevo, scrivevo, scrivevo. Nel frattempo ho seguito un corso di scrittura. Ogni tre settimane ci sostenevamo a vicenda perché a casa non avevo sostegno. Questi incontri mi muovevano su tutti i fronti: scarabocchiavo e scrivevo. Erano situazioni che mi accadevano e avevano senso sulle mie incomprensioni verso l’altro.

In quel periodo mi è stata diagnosticata la depressione reattiva, così il medico mi ha prescritto dei farmaci. Ho guardato i miei bambini e ho pregato. Mi sono chiesta: ‘Ma cosa sto facendo?’. Non sono andata più a lavoro e scrivevo. Ho preso una pastiglia della depressione e poi una mia amica mi ha detto di non prenderle più. Mi ha portata a ballare. E mio marito era devastato perché mi ero permessa di andare a ballare non per lavoro ma per il piacere. Per lui avevo sprecato soldi. Sono tornata a casa verso le 3 di notte e lì è iniziata una vera rottura. Era il 2010. Ho scritto una poesia che poi ho fatto correggere da amiche italiane: mi dicevano che avevo errori ortografici e quindi dovevo continuare a studiare. Nel 2012 sono andata a fare il corso di alfabetizzazione per capire il mio livello di italiano. Ho fatto il test: non era positivo.

Ho iniziato il corso: erano 3 ore settimanali e lì mi sono preparata per il livello A1. Ho superato con il massimo sia l’A1 che l’A2. Non avevo studiato ma solo letto, quindi ho iniziato a studiare per il B2. L’ho superato con il massimo dei voti. Le maestre che erano lì mi hanno proposto di seguire il corso di potenziamento tre volte alla settimana. Nel 2013 mi sono iscritta ad una scuola: ero con i profughi africani, con ragazze indiane e marocchine. Risultavo sempre superiore agli altri… mi avevano sempre detto tutti che sono ‘capra’ (ride ndr.)”.

Quindi ora ti sei resa conto di avere capacità e talento?

“No, non me ne rendo conto. Sono sempre in guerra con me stessa: mi chiedo sempre se ho fatto giusto o no qualcosa. Ciò che hai vissuto ti lascia il segno. Spesso basta un minimo per far riafforare il senso di colpa sul tuo essere donna. Se la mia casa è in disordine e me lo fanno notare, sto male per una settimana. Per me il senso di colpa è mortificante. Ho paura poi di vacillare.

La scrittura mi aiuta tanto. Le maestre mi hanno fatto notare di avere talento. Nel corso con gli altri ragazzi stranieri ho anche aiutato gli altri a studiare. Poi sono andata a seguire il corso per le scuole medie. Nel 2014, a gennaio, ho iniziato il percorso: ho spremuto il massimo dal professore. È stato veramente tanto disponibile. …capire le preposizioni, per me, era una foresta. Ci ho messo vari mesi per collocare tutto sul piano del linguaggio. Ho dovuto sforzarmi molto.

La depressione, intanto, era tanta… ma volevo anche guadagnare con la scrittura. Ho letto l’annuncio sul giornale locale l’Inform@zione del concorso di scrittori e ho partecipato. Non è stato stampato ma mi hanno chiamata: avevano comunque considerato quello che avevo scritto.

Ho finito le medie in tre mesi, è stato un galoppo. Nel 2015 ho scritto altre poesie riguardo l’introspezione interiore: un’analisi che mi sono fatta anche da sola. Paragonavo questo mio chiudermi dentro al suicidio, per il fatto di non comunicare con nessuno e non confrontarmi. Quindi la scrittura mi ha fatto bene.

Nel 2015 mi sono potuta iscrivere alle superiori: sto seguendo un istituto tecnico. Intanto ho scritto un racconto che è stato stampato: ho fatto un altro passo che mi ha convinto che è quella la mia strada. Ho scritto altre poesie e mi hanno invitato in giro a recitarle. Mi dicono molti che quando le recitano le altre non è mai come quando le recito io. Mi sono così ricreduta sulla mia originalità. Ho capito di essere unica: volevo sempre assomigliare a qualcuno, questa cosa mi deviava sulle mie idee di talenti e capacità. Ora sono al terzo anno di superiori… è molto difficile, la casa è un disastro, i cani agitati, i bambini esigenti. Ho sempre da fare… non è che mi annoio (ride ndr.)”.

E oltre alla scuola continui a lavorare?

“Certo. E mi dispiace che il mio diploma qui non sia valido. Ma posso lavorare come truccatrice e aiuto estetista. Intanto sto studiando 5 ore ogni sera a scuola. Il mio terzo genito ha dislessia, discalculia e disgrafia: evidentemente ha avuto un calo di apprendimento con la mia depressione. Quindi ora devo aiutare anche lui… è una ruota”.

Ma ora tu ci sei…

“Sì. Ora ci sono al 200 per cento”.

E il tuo obiettivo, ora, qual è?

“Ho sempre fatto il piano A, B e C. Pensavo per quest’anno – famiglia permettendo – di incrementare la mia attività della creazione di sciarpe. Ho già iniziato a farne alcune e le ho vendute: ho guadagnato 200 euro e ho pensato ‘questo è l’inizio di un milione!’. Ma, in realtà, ‘svenivo’ per i troppi impegni. Però voglio arrivare ad essere in grado di pagarmi da sola le bollette. Sono appoggiata ancora sulle spalle di mio marito. Ho progettato il mio business plan per questa attività di sciarpe dove voglio usare solo lana, seta e lino. Questo mio business plan è il mio tesoretto al quale mi ispiro. Ovvio che non voglio mollare la scrittura. Ora devo partecipare a un altro concorso”.

Per concludere, quindi, vivi ancora con tuo marito?

Sì ma lui sta facendo il suo percorso. Non so come finirà. Sono concentrata su di me e non ci penso. Penso solo a come farlo collaborare alle scelte che faccio con i ragazzi perché lui è molto ‘cattolico ma non cattolico’, ‘italiano ma non italiano’, ‘lavoratore ma non lavoratore’, fa paragoni per per me assurdi tra nord e sud. Ma io penso che abbiamo sempre bisogno dell’altro. E abbiamo sempre qualcosa di bello dentro: non è possibile che nasciamo tutti carogne. Non ci credo”.

La tua canzone preferita?

“Italiana, russa, tedesca o araba? (ride ndr.).

Italiana di Giorgia, Quando una Stella Muore. Russa invece Valenchi Valenchi di Liudmila Ruslanova. Infine l’Ave Maria di Vladimir Vavilov cantata Sumi Jo, un soprano coreano: ascolto questa canzone quando mi sento giù di morale”.

Di seguito, una sua poesia, Diversamente Sensibili.

violenza contro le donne

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