Sguardi di Confine

Nell’area settentrionale del Marocco c’è una regione in cui da mesi la popolazione locale sta conducendo una campagna di protesta contro lo Stato per il soffocamento di alcuni diritti umani e civili mai restituiti.

La vicenda nel complesso non ha trovato molto spazio sui quotidiani italiani, salvo poi comparire tra le pagine per l’arresto di una giovane cantante originaria dell’area, unica donna fermata dalla polizia, assieme ad oltre ottanta manifestanti, in uno dei momenti più concitati delle manifestazioni poche settimane fa.

Silya Ziani a 23 anni è già un’icona pop conosciuta e apprezzata in tutto il paese. Ha scelto di interrompere gli studi universitari e dedicarsi interamente alla causa di un gruppo di attivisti, denominato Hirak, nell’ottobre dello scorso anno, quando un episodio drammatico e cruento, immortalato dagli smartphone e spedito a girovagare per il web, segna l’inizio delle ostilità.

Mochine Fikri è un venditore della città di Al Hoceima, importante centro portuale della regione del Rif, teatro di questa storia, nel nord del Marocco. Viene intercettato dalla polizia per aver acquistati ai mercati un pesce spada nel periodo dell’anno in cui la legge ne vieta la vendita. Il pesce finisce quindi in un camion dell’immondizia per volere delle autorità. Nello stesso camion si getta a capofitto Fikri che nel tentativo disperato di recuperarlo viene schiacciato dal meccanismo compattatore, perdendo la vita.

Dopo l’episodio la protesta degli attivisti diventa inarrestabile e dalla zona montuosa raggiunge rapidamente i grandi centri urbani fino alla capitale Rabat. A poco serve la decisione di re Mohammed VI di aprire un’inchiesta per dare dei responsabili in pasto al popolo e placare la rabbia. Dietro la morte di Fikri c’è l’intero popolo berbero, non più disposto ad essere considerato come l’espressione di un altro Marocco, il volto povero e arretrato della monarchia, scartato e dimenticato dallo stato centrale.

I berberi sono abitanti originari della regione del Rif, primi ad insediarsi già dall’antichità, anche se i frammenti di storia che più sono utili a contestualizzare questa vicenda non sono poi così lontani nel tempo.

Negli anni Venti la popolazione locale, sotto la guida di un condottiero marocchino, entra in conflitto con Spagna e Francia per liberarsi dalla morsa colonizzatrice. L’esperienza segna la nascita della Repubblica del Rif, prima meta di indipendenza per un popolo che custodisce con orgoglio nelle sue radici linguistiche la dizione di “uomini liberi” (Imazighen).

Negli anni Cinquanta però anche il Marocco ottiene l’indipendenza, arginando le contaminazioni coloniali delle potenze europee (anche in questo caso spagnole e francesi) che avevano trasformato il paese in un protettorato all’inizio del nuovo secolo.

Il Marocco mantiene la monarchia dopo l’indipendenza, e sotto la guida del sovrano Mohammed V attraversa un processo di arabizzazione forzata e orientata a creare un’identità comune per il neo nato stato, ricco di numerose realtà locali e regionali contraddistinte da tradizioni millenarie.

E’ qui che si manifestano i primi dissidi tra l’area del Rif e lo Stato centrale, ed è qui che la linea del tempo si ricollega all’attualità, quantificando in oltre mezzo secolo il peso dello squilibrio e della trascuratezza, prezzo da pagare per la resistenza opposta ad un vero e proprio processo di omologazione.

Ancora oggi in questa zona montuosa nel nord del Marocco si vive prevalentemente di pesca e coltivazioni. La regione è tra i principali produttori di marijuana e kif (sostanza a base di hashish) a livello mondiale, anche se il volto economico dell’attività è legato ovviamente alle esportazioni.

Alla precarietà sul piano economico si sommano le ingiustizie legate all’occupazione militare sempre presente, l’inesistenza o l’inadeguatezza di infrastrutture fondamentali come ospedali, scuole, università. Le discriminazioni derivanti dall’identità linguistica e dal fatto che in diverse aree del paese ancora oggi i berberi sono considerati rozzi e incivili, colpevoli di difendere l’appartenenza ad una terra in cui il tempo sembra essersi congelato, per ragioni di inettitudine e non a causa di implicazioni politiche.

Violazioni gravissime che portano la vita quotidiani e la realizzazione individuale al limite della praticabilità, così che la morte di Fikri consumatasi lentamente sulla piazza, luogo simbolo delle rivendicazioni e delle battaglie per i diritti, comunica agli attivisti la necessità di dare una svolta al movimento.

L’organizzazione assume la sua forma definitiva promuovendo cortei di massa, manifestazioni davanti alle sedi istituzionali e attivismo online, riuscendo ad essere incisivi in ogni campo, raccogliendo adesioni e condivisione, sfruttando i metodi pacifici e democratici.

La protesta pacifica, che si scontra con la repressione violenta dei militari, riesce a varcare i confini nazionali e ottiene l’appoggio di paesi confinanti come l’Algeria, dove la cultura berbera è ancora molto diffusa e dove già a metà degli anni Novanta un grande sciopero scolastico portò all’introduzione della lingua locale nei programmi degli istituti, il primo passo verso il riconoscimento ufficiale a livello nazionale.

Per questo traguardo finale ci sarà da attendere, visto che in entrambi i paesi, Algeria e Marocco, il berbero deve fare i conti con un complesso iter burocratico che i governi al momento non intendono sbloccare.

Le ultime notizie dal nord Africa riportano l’avvenuta liberazione di Silya (che in carcere aveva iniziato uno sciopero della fame) e di altri mille detenuti, tutti attivisti del gruppo Hirak, anche se soltanto il 30% di loro ha riottenuto la libertà, una cifra che fa riflettere sulla reale entità del fenomeno e sull’impatto creato all’interno della società (a cui va aggiunto il rischio dell’ergastolo per gli attivisti che dovranno rispondere di attentato alla sicurezza dello stato).

La vicenda personale di Silya, grazie alla sua popolarità, ha avvicinato l’opinione pubblica internazionale al lungo percorso per la conquista dei diritti umani che si svolge incessantemente in questi territori. Una causa così grande e delicata non può essere estromessa dal radar dell’informazione, mentre il popolo berbero necessita ancora di numerose e fondamentali conquiste.

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