Sguardi di Confine

Salam alykom salam alykom
Son venuto in pace
Questa guerra, questa merda
Giuro, wallah, fra’ non mi piace
Io sono un negro, terrorista
Culo bianco, ladro bangla e muso giallo.

La premessa da fare è che non sono appassionata di Rap o Hip Hop, non conosco questo mondo, non sono informata né sul panorama italiano né su quello internazionale. Mi sono trovata per caso a un evento: Wodoo Fest di Cassano Magnago (Va), durante una sera estiva in cui cercavo qualche attività da poter fare per non soccombere alla noia.

Un festival, perché no! Mi ero detta mentre leggevo attonita i nomi sconosciuti dei rapper che avrebbero preso parte alla serata. Una totale profana non si diverte quando si trova in mezzo ai credenti ma dovrebbe almeno cercare di non giudicare. Mentre vedevo un pubblico enorme invocare a gran voce il suo nome, il nome di qualcuno che è famoso e conosciuto, io non avevo la più pallida idea di chi fosse Ghali.

Leggo velocemente su Wikipedia che è un rapper di origine tunisina e mi guardo attorno, conscia di essere nella terra in cui è nato Bossi. La gente sta ancora acclamando il rapper che sale sul palco e da lontano mi ricorda vagamente Michael Jackson.

Ghali, ha 24 anni, ma è già noto nel mondo musicale, ha accumulato premi e ha sfornato molte hit di successo, come ricorda al pubblico brevemente e senza autocelebrarsiCerco di leggere sulle labbra del pubblico entusiasta qualche parola sputata velocissimamente dall’abile intrattenitore, mi sento un po’ dispiaciuta dal non conoscere nessuna delle sue canzoni.

Tra le parole italiane ne colgo alcune in francese e altre in una lingua che non conosco, questo mi colpisce e improvvisamente il rapper ha la mia attenzione. Insinua nelle bocche altrui parole che loro avrebbero anche potuto usare come insulti, inizia a parlare di colore della pelle e poi chiede al pubblico quanti di loro mangiano “Pizza Kebab”, (dal titolo di una delle sue canzoni).

Ghali ci sa fare, mi dico. Fa il suo lavoro, intrattiene, diverte ma fa anche qualcosa di più con la sua musica e tutti quegli inviti a non rinunciare ai propri sogni. Lui rappresenta, sta lì come un simbolo a significare qualcosa per qualcuno e in quel modo, riesce a raggiungere il suo pubblico con la sua musica, le sue parole.

Ascolto quello che riesco e dalle sue strofe emerge:

Ma tu digli che sono un tipo easy
Figlio di ma’ e i suoi sacrifici
Sisisi, credo in Dio
Tu pensi che l’Islam sia l’Isis perché:
Hai un amico marocchino

Afferma una verità semplice, sputa la sentenza che giudica, l’accusa: Pensi che l’islam sia l’isis.

Oppure ancora:

Salam alykom salam alykom
Son venuto in pace
Questa guerra, questa merda
Giuro, wallah, fra’ non mi piace
Io sono un negro, terrorista
Culo bianco, ladro bangla e muso giallo.

Fondendo le due lingue, elenca tutte le identità e incita i quindicenni e gli altri presenti a dire che la guerra è una merda. Fa bene, talvolta, sentire queste parole pesanti, sarcastiche, canzonatorie e irriverenti, perché troppo spesso ci si chiude in un finto perbenismo e si giudica senza ascoltare. Io ho cercato di non farlo durante quel concerto, se non in modo positivo. E da profana posso dire che ho apprezzato il canto di Ghali e la profondità che emerge sulla superficie delle sue strofe.

Ognuno esprime sé stesso e ciò in cui crede ma se sono ideali condivisibili, qualsiasi forma dovrebbe esser tenuta in considerazione e apprezzata. Il rap può piacere o meno, ma ogni tanto vale la pena fermarsi ad ascoltare, qualcuno come Ghali forse ha qualcosa da insegnare.

Foto: Ghali – videoclip Happy Days

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