Sguardi di Confine

Il 27 gennaio 2017, Giornata della Memoria, si celebra il 72esimo anniversario della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. Non solo “olocausto” e “shoah”: sono tante le comunità chiamate al dovere della memoria, sterminate dalla furia nazista, oltre gli ebrei.

15milioni. È il numero dei morti causati da una delle più irrazionali gesta che la storia umana possa e debba (tragicamente) ricordare. È il numero di morti per una sola colpa, la diversità. La diversità dalla maggioranza, dall’omologazione, dall’essere standardizzati. La diversità dall’essere qualcosa che, in realtà, nessuno è e nessuno può essere. Perché non c’è nulla di più utopistico dell’omologazione.

E così il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, ricorda l’olocausto. Ovvero l’uccisione di quei circa 6 milioni di ebrei ma non solo. Per lo stesso straziante motivo furono internati, tra gli altri, anche circa 50mila omosessuali e 500mila rom e sinti (il cui sterminio è ricordato con il termine porajmos).

E ognuno di loro, per placare la sete di omologazione e ordine dell’esercito tedesco della prima metà del Novecento, era indicato con un triangolo. Si tratta di un sistema semiologico complesso di identificazione, in realtà. Per determinare subito, con chiarezza, quale fosse il peccato “mortale” di tal prigioniero. Ed ecco, tra questi, i triangoli nazisti. Rossi erano i politici, verdi i criminali, blu gli emigrati, viola i testimoni di Geova, rosa gli omosessuali, nero gli asociali e marrone gli zingari. Per gli ebrei, in qualsiasi categoria rientrassero, si riservava il doppio triangolo incrociato.

giornata della memoria

La storia di una rom scampata dal nazismo al Sentato per la Giornata della Memoria

E così, per il 72esimo anniversario della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz, al Senato viene presentato il libro di Majgull Axelsson, “Io non mi chiamo Miriam”, puntando l’attenzione sullo sterminio rom del nazi-fascismo.

Il libro, basato su eventi reali, racconta la storia di Malika, personaggio di fantasia, che per 70 anni ha custodito il segreto della sua vera identità, quella di ragazza rom. Perché all’età di 16 anni indossò i vestiti di una sua coetanea ebrea morta dentro un vagone che da Auschwitz la portava nel campo di Ravensbrück.

Così Miriam, ormai elegante signora svedese di 85 anni, ha rivelato la sua vera identità solo quando, davanti allo stupore dei parenti presenti alla festa del suo compleanno, ha affermato quel peso tenuto da sempre nel cuore: “Io non mi chiamo Miriam”.

Potrei dire di averlo fatto solo perché desideravo tanto sopravvivere sono le dichiarazioni del romanzo –  ma non è vero. In realtà non volevo vivere. Didi, il mio fratellino, era appena morto e Anuscha lo era da tempo. Però volevo essere un cadavere intatto, non volevo morire fucilata o fustigata o uccisa a calci… Non so perché ma era così. Volevo essere un cadavere intatto”.

La storia di Malika racchiude insomma le profonde difficoltà di coloro che, internati, riuscirono a scampare allo sterminio, portando dentro di sé, per tutta la vita, la “colpa” di avercela fatta. E, dall’altra parte, la fatica di conservare la memoria affinché mai più stessa strage avvenga. Anche se, per molti di loro, la parola d’ordine, per anni, fu “dimenticare”.

Conservare la memoria per difendere il presente

E così oggi si ricorda di “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa e affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Così come cita il secondo articolo della Legge del 20 luglio 2000, tramite il quale la Repubblica italiana istituì la Giornata della Memoria.

E ancora oggi, mentre balzano agli onori delle cronache ragazzi picchiati fuori dalla discoteca perché omosessuali o vengono chiamate a sproposito all’appello ruspe per “radere al suolo” un popolo… beh, ancora oggi c’è bisogno di memoria. C’è bisogno di sensibilizzazione e approfondimento. E così, ogni settimana, Sguardi di Confine cerca di fare, presentando storie di chi vive nell’ombra perché schiacciato dal peso della discriminazione o anche di chi, lottando (per sé e per la società) e mangiandosi il fegato, ce l’ha fatta e ci mette la faccia. Perché tanti altri non debbano soffrire la colpa di essere nati “diversi”. Il pensiero va a tutti coloro che, da marzo 2016 ad oggi, hanno voluto portare la loro testimonianza in questo giornale e a tutti coloro che, ancora oggi, stanno soffrendo. Affinché trovino la forza di combattere per l’unica e sola vita che tutti noi abbiamo.

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