Sguardi di Confine

Lui si presenta come Iguana, così come il soprannome che da sempre gli è stato dedicato. Lei è Eletta e il loro incontro è stato galeotto. Se così si può chiamare un forte rapporto di amicizia e condivisione che porta persino a trovare lavoro a entrambe le parti coinvolte. Da un lato un senzatetto del comasco di 53 anni che aveva perso le speranze, dall’altro una volontaria (da 10 anni alla mensa delle Suore Vincenziane di Como) riuscita a superare i ruoli in campo. E così nasce I-Guana, un progetto di manifattura tramite il quale le posate diventano preziosi gioielli fatti a mano. 

“Sono una biologa marina ufficialmente – racconta Eletta – ma da un po’ di anni mi sono riciclata in altri lavori e faccio volontariato da quando ho 18 anni, da 10 anni a Como”.

Iguana, invece, si presenta così….

“Sono stato un bambino tranquillo, oggi ho 53 anni. Vivevo in centro a Como, poi ho smesso la scuola e sono andato a lavorare. Ho lavorato per un po’ di anni, poi in nero, così ho deciso di aprire una ditta ma la gente non pagava. Ad un certo punto sono morti i miei genitori e mi sono trovato in mezzo a una strada. Ero schifato del mondo del lavoro e così sono rimasto in strada”.

Cosa si aspetta dalla vita ora Iguana?

“Non pensavo che questa attività fosse una cosa di successo. Alla gente piace quello che faccio, sono manuale e ho fantasia, sembra che abbia successo, vedremo. Vorrei però riuscire a guadagnare qualcosa di più perché, per adesso, sto vivendo ancora sulla soglia della povertà: quello che guadagno, mangio. Per fortuna c’è Eletta che mi dà una mano, mi sta un po’ dietro e mi aiuta nel promuovere”.

Come commenta questo cambiamento Iguana?

“Non pensavo proprio, non avrei mai pensato di arrivare a fare queste cose. Mi reputano un artista, non so, può darsi. Per adesso via, facciamo una nuova vita”.

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Eletta, com’è nato il vostro rapporto?

“Vado in quella mensa da 10 anni, lui ogni tanto è passato come ospite. Rispetto alla media dei personaggi che vengono lì, lui ha un grande carattere ottimista e positivo. È sempre estremamente socievole, il classico che si fa voler bene. Ci sono quelli scontrosi, simpaci, neutri e quelli come lui molto spiritosi. Quindi, dopo qualche battuta qua e là, una volta fuori dalla mensa, un giorno d’estate di due anni fa, ci siamo incontrati: ci siamo riconosciuti e salutati per strada. Abbiamo cominciato a chiacchierare, poi ci siamo rivisti alla mensa e abbiamo iniziato a diventare amici raccontandoci un po’ di cose personali. Tra queste, anche il perché lui vivesse in quel modo.

Mi ha raccontato che il suo lavoro era il fabbro: da sempre io amo fare cose a mano, cucire, fare vestiti etc, ho sempre visto in giro ciondoli particolari ma per il metallo non sono mai stata attirata. Non sapevo se fosse bravo o meno, gli ho portato una forchetta chiedendogli di fare una creazione per il compleanno di un’amica: c’era già un nostro amico disposto a pagare per quella forchetta. Volevo vedesse che non ero io a comprare una cosa che lui faceva ma un altro. All’inizio ha tergiversato. Dopo qualche settimana mi ha detto che non aveva fatto ancora nulla, mi sono arrabbiata tantissimo. Premetto: a lui piaceva molto bere, chi lo vede ora non si rende conto di quanto sia cambiato”.

È cambiato proprio grazie a questo progetto?

“Assolutamente sì. Mi sono presa un sacco di insulti prima: avere a che fare con una persona ubriaca non è il massimo. Io non ero neppure abituata, non ho mai avuto a che fare con nessuno con questa problematica. Quel giorno mi sono fregata di quello che mi avevano sempre detto (sopporta, stai tranquilla perché non sai i loro problemi, etc), invece l’ho insultato io. Gliene ho dette di ogni. E alla fine questa cosa è servita. Dopo due settimane si è presentato con i ciondoli chiesti. L’ho regalato alla mia amica per il suo compleanno e ho cominciato a farlo vedere ad amici e parenti, la voce si è diffusa e ho iniziato ad avere ordini. Alla fine mi sono accorta che quando raccontavo questa storia, alla gente piaceva. Quando mostravo gli oggetti, ancora di più. Quindi ho pensato che non avesse senso lasciarla tra pochi: ho fatto la pagina Facebook, ora ha un anno e siamo a 1500 persone, significa che la cosa piace”.

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Ora a che punto siete con il progetto?

“Intanto lui non beve più nulla, ha smesso di bere poco dopo. Gli ho consigliato molte volte di andare da alcolisti anonimi o dal dottore ma lui non voleva. Diceva sempre che, se avesse voluto smettere, avrebbe smesso da solo. Infatti così è stato. Un conto è quando non hai niente da fare, un conto ora: va in un posto che gli hanno dato, dalla prima mattina alle sei di sera a lavorare”.

Come vive lui?

“Decisamente meglio di prima. Con i soldi che ha non possiamo ancora investire in chissà cosa ma, visto che il progetto sta crescendo moltissimo, soprattutto negli ultimi mesi, sono estremamente ottimista che usciremo da questa soglia. Lui si lamenta del fatto che, siccome è molto bravo e preciso e quindi passa ore e ore a fare un gioiello, i prezzi che abbiamo ora sono bassi e quindi dovremmo alzarli. Altrimenti non ci sta dentro con le richieste e i tempi.

Si rende conto di essere molto apprezzato a fare un lavoro molto bello: non vuole fare come molte persone che prendono la forchetta, te la girano e te la vendono. Lui ci mette dentro di tutto e di più, è estremamente preciso. Ora ci stanno aiutando persone che si intendono più di noi a livello commerciale. Ci sarà, spero, al più presto, un piccolo salto”.

Già andate in giro con i mercatini però?

“Ho fatto qualcosa io ma cose molte piccole. Il problema è che lui non riesce a star dietro alle richieste: ci sono già tante persone che chiedono un suo lavoro solo con il passaparola. Quindi non riusciamo neppure a mettere via un po’ di materiale. Il 10 settembre faremo un mercatino, a Manifest a Como. Mi hanno chiesto di fare un laboratorio per storcere forchette in strada e parteciperemo tramite un’associazione culturale della quale faccio parte. Faremo un allestimento particolare e scenografico e abbiamo coinvolto un altro signore comasco che ci aiuterà a raccontare questa storia.
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La mia idea era quella di scrivere una favola che rappresentasse la mia storia con l’uomo delle forchette e poi farla illustrare a un altro signore conosciuto in mensa a Como che mi ha confidato di apprezzare il disegno. Così ho fatto una colletta con dei miei amici: per coinvolgerlo nei disegni volevo comunque pagarlo. Poi, ho chiesto a una mia amica illustratrice di aiutarlo dandogli indicazioni per realizzare questi disegni e lui li ha fatti.
Sabato pomeriggio 10 settembre io e la mia amica illustratrice saremo vestite con due costumi che ci siamo fatte noi due. Saremo La Duchessa dei Cucchiai e la Principessa delle Forchette e racconteremo questa favola mostrando i disegni che ha fatto questo secondo signore. Siamo molto soddisfatte dei disegni e ho già in mente qualcosa per poterlo aiutare anche più avanti”.

Ha contattato Sguardi di Confine, commentando un altro nostro articolo e ci ha scritto: “Ho tolto il filtro (che molti volontari hanno purtroppo!) tra noi e loro e io e lui siamo diventati ‘noi’”. Cosa intende?

“Una delle cose che mi hanno sempre insegnato, facendo la volontaria nelle mense, è quella che devi capire i loro problemi, sorvolare se ti insultano, sorvolare se ti trattano male e lasciare distacco tra te e loro perché tu non sai tutti i loro problemi. Ho sempre cercato di socializzare con le persone che vengono in mensa e capire i loro problemi. Nel suo caso, però, eravamo diventati talmente amici che non potevo più essere quella succube che vede le cavolate che fai e fare finta di niente.

Ho detto basta, se vuoi essere mio amico, se vedo le cavolate che fai, te le dico. Poi, ritengo che ognuno di loro debba vivere la vita che meglio crede. Come tutte le persone. Non giudico la loro vita peggiore della mia. Siamo tutti differenti per vari motivi. Alcuni non vogliono più uscirne e non puoi in nessun modo dar loro l’input per cambiare. Altri vogliono ma non sanno come farlo”.

Ha pronto “Un amore di clochard. Le zanzare vanno pazze per il sangue degli alcolisti”. La storia di una “regolare” con una casa, una vita all’apparenza piena e rigogliosa ma piena di frustrazioni professionali, sentimentali e familiari, che entra per caso nel mondo di un barbone alcolista, e dove i ruoli si confondono, non si sa più chi aiuta chi…

“Si tratta di un manoscritto di un centinaio di pagine in attesa di un editore. Lì ho romanzato la nostra amicizia. Mi piace scrivere e mi sono accorta che questa amicizia era così particolare e che, quando la raccontavo, alla gente piaceva”.

Quindi si è trattato di un incontro reciproco tra voi?

“Sì, tramite lui ho trovato una rivista per la quale scrivo, finalmente pagata, cosa che prima non avevo. Quando ho iniziato a far girare il suo nome, mi hanno consigliato di raccontare la storia ad una rivista di artigianato e così sono diventata una loro collaboratrice”.

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