Sguardi di Confine

Il concetto di accoglienza nella nostra quotidianità ha acquisito dei connotati estremamente negativi dal momento in cui i flussi migratori, le guerre e la povertà hanno portato un nuovo asterisco sul fondo della pagina del dizionario che riporta questa definizione.

Non si tratta più soltanto del modo di ricevere un visitatore, ma del sistema più rapido e indolore per allontanarlo dal nostro spazio vitale. Sinonimi e contrari si squadrano in cagnesco e l’atto di accettare, includere e ospitare lascia il posto all’espulsione: fredda, spietata, calata a mollo nel rosso degli occhi densi di odio di chi vuole farti capire, saltando i convenevoli, che non sei ospite gradito.

Ecco quindi che l’accoglienza da virtù si trasforma in debolezza: la fragilità di un singolo che ha la vista offuscata al punto di non percepire il pericolo, oppure quella di un intero paese che non sa fronteggiare una minaccia.

Il branco di chi non ha perso il lume della ragione e con coraggio difende ciò che è suo, tenendo alla larga il nemico, vorrebbe entrare con forza nella testa dei più smemorati che ancora esercitano l’antica virtù, e mettere tutto a soqquadro. Trovare quella pagina ingiallita che spiega al mondo come accogliere, strapparla e gettarla al vento, con la speranza che la porti lontano.

Stando a questo scenario l’accoglienza di oggi è il processo che se innescato conduce all’invasione, quella macchia nera che ogni giorno si espande e fa marcire il terreno, cancellando la via di casa per i capifamiglia e facendo crollare i ponti che collegano le nuove generazioni al loro futuro.

Fortunatamente chi non vede nella diversità il principio della catastrofe, è in grado di cambiare cornice a un quadro che visto così appare poco confortante, trattando la diversità nel più insolito dei modi: come se non esistesse.

Ci sono buone possibilità che Francesco Ravinale, vescovo di Asti, abbia messo in pratica questa sottile teoria, alcuni giorni fa, spalancando le porte di casa sua all’imam del capoluogo piemontese.

Abdessamad Latfaoui ha 49 anni ed è originario di Casablanca, una tra le metropoli più moderne di tutto il Marocco. È punto di riferimento per 4500 musulmani e affianca alle responsabilità della vita religiosa un impegno attivo nel sociale davvero degno di nota.  Assiste i richiedenti asilo nei centri di accoglienza, collabora con alcune Onlus locali e partecipa alla gestione delle attività nel carcere di Quarto, casa di reclusione ad alta sicurezza, spesso al centro delle cronache per la carenza di personale e i disagi generati dal sovraffollamento.

Al termine delle sue giornate spese al fianco dei più bisognosi, si ricongiunge alla comunità degli Oblati di San Giuseppe che nell’istituto da loro gestito gli garantisce vitto e alloggio. Dallo stretto legame di amicizia che unisce il vescovo e l’imam, sommato all’impegno sul territorio dell’associazione PIAM, è nato nel 2014 il progetto di ristrutturare un ex seminario dei padri giuseppini, Villa Quaglina, una abitazione del secolo scorso immersa nel verde e circondata da sei ettari di terreno coltivabile. Qui l’essenza dell’ospitalità ha donato un tetto ad un gruppo di rifugiati che oggi tengono in vita alcune eccellenze agro alimentari della regione, applicandosi nella coltivazione di mais e grano saraceno.

L’unione e la solidarietà dei due religiosi e delle rispettive comunità di credenti sono l’esempio di come l’accoglienza può e deve rappresentare, soprattutto oggi, un elemento di conforto che supera l’odio e combatte il disagio e la sofferenza, spesso invisibili a causa dei muri eretti dai nostri pregiudizi.

Dopo che l’estate scorsa due giovani terroristi di Isis, in nome di un dio del male, sgozzarono padre Jacques Hamel all’interno della chiesa di Saint-Etienne-Du- Rouvray, l’imam e Monsignor Ravinale, a poche ore di distanza dalla tragedia, riunirono la comunità nella cattedrale di Asti. La riflessione incentrata sul confronto, sulla preghiera e sulla commemorazione del religioso ucciso si concluse con 5 minuti di applausi.

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