Sguardi di Confine

Le strade di New York, nelle ore immediatamente successive alla elezione del nuovo presidente USA, sono state invase da numerosi cortei anti Trump.

La reazione in parte prevista ha messo in evidenza una peculiarità di non poco conto: i manifestanti sono soprattutto giovani riunitisi spontaneamente oppure attraverso i social network, sede virtuale di organizzazione e coordinamento. In entrambi i casi, questo è certo, lontani dalle logiche di partito e dalle ideologie.

Per questi gruppi preme superare, attraverso l’unione, la fase di choc per un evento dalla portata enorme che molti americani reputavano, fino a pochi giorni prima, altamente improbabile. La loro rabbia si riversa nelle vie e si mischia alla paura incontrando volti pietrificati e persino volti in lacrime.

L’insicurezza struggente porta con sé un presagio di nuove barriere e divisioni, le colonne della campagna elettorale condotta con determinazione dal tycoon.

Ad aumentare l’inquietudine ci pensano poi i numeri, perché se il 9 novembre 1989 l’Europa e il mondo gioivano per la caduta del muro di Berlino, esattamente 27 anni dopo i nemici dell’integrazione potrebbero rompere il congelamento e aggredire nuovamente la società.

Il coro “not my president” parte dalla Grande Mela e come una ola calcistica tocca in sequenza ogni angolo della cartina USA: da Boston a Seattle, da San Francisco fino a Dallas. Le complesse e variegate espressioni della minoranza e dell’immigrazione, distribuite lungo i 50 Stati, riconoscono nello sfarzo e nel luccichio della torre che si innalza sulla quinta avenue di New York, la loro minaccia comune: insieme costituiscono tutto ciò che Trump ha sempre detestato.

Accanto all’immagine della muraglia di cemento da costruire a confine con il Messico, si affianca un quadro più drammatico, composto da deportazioni spezza famiglie che fanno rabbrividire chiunque: studenti, lavoratori, genitori, anziani, afroamericani, ispanici, musulmani e perfino i disabili. Per questi volti del paese Trump è il conduttore da reality, l’attore di Sex and the city, l’imprenditore senza scrupoli che non ha esitato nel rivolgersi al mercato cinese (lo stesso mondo imprenditoriale con cui vorrebbe oggi tagliare i rapporti) per scacciare la bancarotta e completare la costruzione del suo grattacielo.

Tra le posizioni particolarmente delicate vi è inoltre quella sostenuta dall’Arab American Association attraverso la sua portavoce, Linda Sarsour. Classe 1980, ultima di sette fratelli nati da una famiglia immigrata dalla Palestina, si batte da anni per i diritti dei musulmani americani. La sua tenacia, sommata alla passione politica, ha permesso alle ragioni dell’associazione di raggiungere una dimensione nazionale mediante il dialogo con il senatore democratico Bernie Sanders. Oggi la missione di questa donna, madre di 3 figli, è condivisa da altri grandi movimenti che ruggiscono contro il razzismo, quali ad esempio Black Lives Matter e Demos Action.

Euforia e sconcerto dividono chi ha riposto la propria fiducia in Trump, sperando in una significativa rinascita della classe media, da coloro che temono di perdere ogni cosa, e a dieci giorni di distanza dal voto ancora rifiutano di riconoscere il magnate a livello istituzionale.

Nonostante l’atmosfera sia parecchio incandescente, la vittoria di Donald Trump rimane comunque un dato di fatto e attorno ad essa sarà di vitale importanza sviluppare una convivenza pacifica e razionale da parte di tutti i cittadini americani. L’insediamento alla Casa Bianca avverrà il 20 gennaio e oltre al futuro di milioni di persone, spaventate o fiduciose che siano, c’è in gioco la salute del mondo intero.

Se gli eventi successivi a questa data dovessero prendere una piega opposta rispetto a quanto auspicato, il sogno americano rischierebbe di trasformarsi in un incubo, e la capacità di incassare colpi dei sistemi economici e diplomatici globalizzati verrebbe sicuramente messa a dura prova.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *