Sguardi di Confine

42enne mamma e lesbica. Dopo un matrimonio (a 21 anni) e un figlio, la svolta. A 25 anni si è separata dal marito e ha iniziato a seguire quello che, in cuor suo, ha sempre saputo, ovvero di essere omosessuale. Così, dopo un necessario percorso di accettazione, è divenuta attivista in prima persona per difendere i diritti di tutti coloro che, come lei, si ritrovano a non far parte della maggioranza. E lo fa in qualità di socia e volontaria di Rete Genitori Rainbow, associazione per la quale può definirsi la prima attivista (nota) nel sud Italia. La stessa, nata nel 2011, fa infatti parte non solo del coordinamento del Pride in Puglia, ma anche in Veneto, Toscana, Milano, Torino e Roma.

“Credo di essere una persona che è andata oltre quello che pensava di poter fare – dice di sé – Parlo di coraggio. Ci si ritrova sposati perché magari la famiglia, l’ambiente, così come il credo religioso o la nostra omofobia interiorizzata, incidono sulla nostra persona. Io non ho tutte queste caratteristiche ma alcune sì.

Nel mio caso, posso parlare di omofobia interiorizzata perché ho una zia omosessuale e, da piccola, ho vissuto la discriminazione verso di lei. Tanti anni fa ho visto l’omosessualità come qualcosa di malvisto dagli altri. L’ho raccontato anche lo scorso anno a Cerignola (provincia di Foggia ndr.) quando sono andata a parlare per Rete Genitori Rainbow. Ho così ridato dignità alla mia famiglia che era dovuta andare via dal paese per problemi legati all’ambiente esterno.

Mi è piaciuto molto il fatto che la mia terra non balzi agli onori delle cronache solo per cose brutte. Nello specifico, ho incontrato tanta solidarietà e questo non me l’aspettavo. Ti immagini il sud chiuso, sempre restio ad accettare la diversità. Però, nel mio caso, ho avuto delle risposte positive. Questo mi ha fatto capire che, effettivamente, i tempi cambiano. Quello che è successo tanti anni fa è in forte contrasto con quello che è successo a me l’anno scorso.

Proprio questa domenica (22 gennaio ndr.) sono stati aggrediti, a Milano, due ragazzi pugliesi, all’uscita della discoteca il Borgo. Mi fa male. Ovviamente la legge contro l’omofobia ci vuole. È assurdo che in Italia ci siano le unioni civili e basta. Mi sposo, il giorno dopo vado mano nella mano con la mia compagna e mi picchiano. E nessuna legge mi tutela”.

mamma lesbica

Ma sarebbe sufficiente una legge contro l’omofobia, secondo te?

“No. Si può partire da quello ma, in realtà, ci vuole un lavoro alla base. C’è da partire dai bambini. Si parla loro per far capire loro di poter essere quello che vogliono. Perché una bimba non può voler essere ingegnere perché femmina? Ancora oggi si sentono queste cose, ci sono queste situazioni ed è questo che bisogna contrastare.
Non devi essere quello per cui la società ti ha indirizzato. La donna può fare l’insegnante e non l’astronauta. Il bimbo non può giocare a quel determinato gioco perché per femmina. Ma se il bambino vuole giocare a stirare le camicie, perché no? Secondo me è questa la battaglia: far capire, già da piccoli, cos’è quello che vuoi. Non sei incasellato in qualcosa di predefinito. Altrimenti va a finire che ti incaselli da solo e poi è doloroso e difficile uscire dagli stereotipi che ci si fa anche da soli.

Così come pensare che una famiglia possa essere solo formata da un uomo e da una donna. Anche questo bisogna far capire: è importante che ci sia l’amore fra le persone. Ma deve essere naturale e non automatico”.

Raccontami del tuo matrimonio e della svolta…

“Prima del mio matrimonio, avvenuto a 21 anni, ho sempre cercato di ‘combattere’ la mia omosessualità. Ne ero da sempre consapevole, era qualcosa di latente che allontanavo dalla mia mente perché anche io andavo per stereotipi: ‘Io sono femminile quindi non posso essere lesbica’… chi lo dice!

Insomma, la mia era una omofobia interiorizzata, non se ne parlava proprio di una cosa del genere per me. A 21 anni sono rimasta incinta e mi sono sposata. Ho avuto un figlio che aveva dei problemi di salute e, dopo 3 anni, mi sono separata dal padre. Abbiamo avuto un matrimonio civile, non religioso, ci tengo a dirlo perché si pensa sempre al matrimonio religioso. È finita insomma dopo quasi 3 anni. Quando mi sono separata, dentro di me era cresciuta una consapevolezza. Questa consapevolezza, subito dopo la mia separazione, si è concretizzata con la mia prima storia, a 25 anni. Da lì, poi, ho avuto altre storie molto lunghe e anche ora ho una storia di 4 anni”.

Ora in Italia le coppie omosessuali possono unirsi civilmente ma non è possibile il vero e proprio matrimonio. Molti non capiscono perché le persone Lgbt si sentano discriminate con questa mancanza…

“Non abbiamo avuto mai dei diritti. Non eravamo come gli altri. Avevamo delle storie che non potevano essere, in nessun modo, ufficializzate. Ma anche per le cose più pratiche. Se io amo una persona, posso scegliere di non sposarmi ma posso anche scegliere di farlo… se sono eterosessuale. Se sono omosessuale, non c’è questa possibilità. Ovviamente, nella società ‘giusta’ questo non va bene.

Nel mio caso specifico, in effetti, mi sono ritrovata in entrambe le situazioni. Mi sono chiesta che differenza potesse mai esserci tra lo stare con il mio ex marito o lo stare con la mia compagna: nessuna. Semplicemente, quando mi sono separata, mi sono ritrovata a non avere più diritti. Li avevo un attimo prima, con il mio ex marito. Un attimo dopo, con la mia compagna, niente, zero. Non potevo. Non è che ho scelto di non farlo. Ero fuori da quello che, in quel momento, doveva essere la norma. Perché la legge mi faceva capire questo.

Io non sono più cittadino perché ho fatto una scelta diversa, non da tutti ma dalla maggioranza. Proprio tre anni prima ero andata in Comune e avevo firmato, davanti all’ufficiale di stato civile. Perché con lei non posso farlo? Amo lei. Forse è difficile, dall’altra parte, riuscire a immedesimarsi. Per me è stato davvero strano. Mi sono resa conto che, effettivamente, non potevo risposarmi perché in Italia non ero considerata, non ero compresa, non esistevo più. Mentre tre anni prima sì. Ma sono la stessa persona. È stato molto strano per me. Ma comunque ho fatto un percorso per accettare tutto questo.

Per capire meglio questa condizione, invito a vedere il video di Pierpaolo Mandetta, ‘Lettera a un povero omofobo’”.

Com’è stato il tuo percorso di accettazione?

“Dopo la separazione (nel 2000) ho avuto la mia prima compagna e ho avuto il supporto di amiche che hanno cominciato a farmi capire cosa significava vivere (all’epoca) da omosessuale in Italia. E cercare di viverlo nel modo migliore possibile. Vidi così il primo film a tematica omosessuale… per me era una cosa fuori dal comune, ero emozionata, volevo capire.

Si tratta di Women (If These Walls Could Talk 2 ndr.). Così mi resi conto di quello che non ero più per lo Stato. È molto toccante questo film. Si vedono tre storie di tre coppie lesbiche negli anni 50’, 70’ e nel 2000 in America: in una delle coppie una delle due muore e l’altra, non avendo mai detto niente ai parenti, viene cacciata via dalla casa nella quale vivevano insieme. Perde così tutto e non le è possibile neppure vedere la compagna morta. Si vede così questa casa che lei lascia vuota. Lì ho capito realmente cosa mi aspettava.

Perché 17 anni fa in Italia se ne parlava ma non come si è fatto più avanti. Ho capito che non era giusto. Perché ero sempre la stessa persona di prima, non ero un’altra. Mi sono detta: Perché io non posso più dire che quella è la mia fidanzata così come il mio fidanzato?’. Oppure non poter dire, a un certo punto, ‘sposiamoci’. Quindi, appena mi è stato possibile, ho incominciato a interessarmi all’omotransfobia ad esempio… e parlavo anche del matrimonio ugualitario. Poi hanno fatto le unioni civili per discriminare, per dire ‘non siete uguali’.

Insomma, lì è iniziato il mio cammino e ho capito che quella cosa non la accettavo, ho capito di dover far qualcosa. Comunque mi hanno aiutato molto le amiche e anche un supporto psicologico. Ci sono delle resistenze dovute all’ambiente esterno, perché la mia famiglia, invece, è stata molto aperta”.

Com’è stato il coming out in famiglia?

“Intanto vorrei che, com’è stato per me con loro, lo sia con tutti. Il mio è un augurio a tutti coloro che hanno timore e non si sentono accettati dalla propria famiglia, indipendentemente dal fatto di essere genitori o no. Quando l’ho detto alla mia famiglia, mi hanno risposto subito l’importante è che tu sia felice. La loro unica preoccupazione era rispetto all’esterno. Erano preoccupati di quello che potevo subire o soffrire per una eventuale discriminazione nei miei confronti. Ma loro mi hanno sempre aiutato e supportato. Ed è importantissimo. Tu puoi avere anche i fantasmi dentro o delle cose che non vuoi far venir fuori ma un genitore ti supporta. Loro mi hanno persino chiesto perché non l’avessi detto loro prima… perché pensavo di deluderli in qualche modo. Invece ho deluso me stessa perché mi sono costretta in una vita che non era la mia.

Dirlo a mio figlio è stato bello. Gliene ho parlato lo scorso anno quando ho fatto l’incontro nel nostro paese. Gli ho detto che avrei parlato di omofobia e lui mi ha chiesto il perché, mi ha chiesto: ‘Ma perché, sei lesbica?’. Io gli ho risposto: ‘Tu mi vorresti sempre bene?’. E lui mi ha detto che mi avrebbe voluto bene allo stesso modo: ‘Tu sei mia madre, ti vedo sempre alla stessa maniera’. Quindi ci siamo abbracciati, un po’ di commozione c’è stata. Per me è stato bello, una liberazione.

E lui mi ha pure detto: ‘Se io ti vedo nella stessa maniera in cui ti vedevo 10 minuti fa, perché gli altri ti vedono diversamente?’. Insomma, significa che prendono vita nella testa delle persone pensieri che si sono formati negli anni. In generale un omosessuale non è riconoscibile, mentre la società pensa di etichettare le persone ad un atteggiamento che, in realtà, non è per forza relativo a persone omosessuali. La ragazza con i capelli corti non è per forza lesbica. Come il ragazzo un po’ più gentile può non esserlo, è solo un suo atteggiamento.

Ma noi etichettiamo le persone in base a degli stereotipi che abbiamo nella testa. Com’è stato per me: a me piace truccarmi, le scarpe, l’abbigliamento, fare shopping… ma sono cose che possono piacere a tutti. Noi etichettiamo certe attività a certe categorie ma non significa che sia la realtà. Vivendo di stereotipi non ci rendiamo conto che, a volte, soprattutto chi non conosce determinate situazioni, discrimini persone in base a quello che si ha nella propria testa.

L’atto discriminatorio è nella nostra testa. Ma in realtà, semplicemente, siamo tutti diversi. Non c’è uno stereotipo di donna o di uomo, così come non c’è quello di genitore o di famiglia. È un’utopia. Perché ci sono bambini che vivono con i nonni, con gli zii, con una zia… ci sono le famiglie ricostituite, quelle con un solo genitore (papà o mamma perché vedovo o divorziato). Alla fine, la famiglia tradizionale, nel senso classico del termine, non c’è. Ci sono tante famiglie e non solo eterosessuali o omosessuali: ci sono tante situazioni.

Dobbiamo creare i futuri adulti, dei cittadini ora piccoli che diventeranno grandi. Dobbiamo aiutarli ad accettare la diversità, come per esempio verso i bimbi portatori di handicap. Bisogna insegnare il rispetto per tutti. Siamo tutti diversi, ognuno è diverso. Sembra una cosa scontata ma non lo è, perché continuiamo a vivere di stereotipi. Credo che la cosa più importante sia quella: formare i nuovi cittadini di domani in una maniera giusta. Perché in questa maniera riusciremo ad andare avanti. Abbiamo una grossa responsabilità. Ed ecco perché Rete Genitori Rainbow va nelle scuole e parla ai bambini”.

mamma lesbica In cosa consiste il tuo impegno in Rete Genitori Rainbow?

“Sono sia socia che volontaria, da quasi un anno e mezzo. Nella mia zona, cerco di ascoltare e supportare tutte quelle numerose persone che vivono un momento di disagio. Dalla separazione dal marito o dalla moglie ad esempio. Cerco sempre di portare all’attenzione dell’associazione queste situazioni. Si dà così un supporto psicologico o legale. Ad esempio a Bari c’è un avvocato della rete Lenford.

Poi c’è anche l’aspetto della promozione. Cerco di fare conoscere RGR il più possibile. Sono l’unica visibile dell’associazione, dopo Roma. Sono tanti altri gli iscritti nel sud Italia ma ancora non possono venire fuori a livello pubblico per motivi personali. Visto che io non ho figli piccoli, né separazioni in atto, coraggiosamente mi sono messa in gioco. Perché ci vuole coraggio: qualcuno che metta in discussione il tuo essere genitore, non è semplice. Ho vissuto per parecchi anni nell’angolino. Non è semplice poi esporsi. Però lo faccio e sto avendo parecchi riscontri”.

Qual è il tuo sogno?

Mi vorrei sposare. Ma perché vorrei ricreare una famiglia ricostituita, con mio figlio e la mia compagna. Purtroppo ci sono problemi pratici che ce lo impediscono ora visto che io sono precaria, ho problemi di tipo economico che mi vincolano. Altrimenti le cose, forse, andrebbero diversamente”.

Qual è la tua canzone preferita?

“Te ne dico due, ‘Combattente’ di Fiorella Mannoia e ‘L’Amore è una cosa semplice’ di Tiziano Ferro”.

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