Sguardi di Confine

Agnese, 43enne toscana, racconta le sue esperienze da detenuta nel carcere di Firenze Sollicciano. Finita dietro le sbarre per spaccio di droga tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, ora guarda verso nuove direzioni: la passione per la scrittura creativa e il sostegno agli anziani, in una casa di riposo.

“Abito in un paesino piccolino tra Pisa e Firenze – racconta – Un paese industriale, dove vengono le persone a lavorare ma, al di là della prosperità economica, non è seguita una prosperità culturale. Non sono fortunatissima, sono cresciuta con una mamma single. Tra l’altro, quando ero piccolina ha cominciato a avere problemi di depressione, quindi le ho dovuta fare da mamma, da quando avevo 12 anni. Non è stato semplice: un po’ questa cosa ti destabilizza, un po’ te ne approfitti. Se tua mamma, a 12 anni, non ti controlla, è normale.

Poi, quando avevo una ventina d’anni, mi sono fidanzata con un ragazzo. Mi ha chiesto di venire a dormire da me perché gli era successo un guaio… e non è più uscito di casa. Siamo stati insieme 12 anni ed è successo il finimondo. Nel mentre sono rimasta incinta, abbiamo avuto due figli. A un certo punto ci siamo ritrovati in una situazione disperata, più disperata che mai. Così, mi è venuta la ‘brillante idea’ di mettermi a spacciare. E, purtroppo, ha avuto successo questa cosa: c’ero portata. Ho capito subito come funzionava: pensavo di farlo una volta sola, giusto per tirare su dei soldi per casa. Poi, questa cosa è andata talmente bene, che ho pensato di rifarlo. Quindi, alla fine, è diventato un lavoro. Ovviamente ne sono anche diventata dipendente”.

Cioè facevi uso di droga tu stessa e spacciavi?
“Sì. E dopo un paio di anni mi hanno arrestato per la prima volta. Avevo 31 anni. Ho iniziato relativamente tardi. Prima lavoravo, non avevo bisogno di queste cose. Poi, con due figli a casa, senza lavoro né io, né il mio compagno, mi sono trovata in questa situazione. Le persone diventano mature a trent’anni… io invece ho fatto un tracollo. Così sono finita in prigione per la prima volta e mi hanno tolto i figli, li hanno dati in affidamento alla famiglia di lui… e loro hanno chiuso tutti i contatti con me. Riuscita, ho riprovato a prendere i miei figli ma non c’erano opportunità e ho continuato a fare quello che facevo prima. Mi hanno riarrestato e sono riuscita, così diverse volte. L’ultima volta mi hanno arrestata nel 2010: dovevo scontare un residuo delle condanne precedenti, più l’ultima cosa e arrivavo sui 9 anni di pena. Sono stata a Solicciano. Nel frattempo, avevo lasciato il mio compagno: non era una persona che volevo al mio fianco, non mi dava forza e sostegno… tutt’altro.

Insomma, parlando della mia esperienza in carcere nel 2010, a parte nei primi periodi in cui devi capire le dinamiche interne e conoscere le persone che ci sono, dopo un po’, non essendo una persona che si butta giù e avendo un bel po’ di tempo da scontare, ho deciso di darmi da fare. Quindi ho iniziato a frequentare la scuola superiore ed ero nella commissione detenuti. Eravamo otto ragazzi: due per i reparti giudiziali, due per i penali, due per il femminile e uno per il reparto trans. Ci vedevamo una volta a settimana, discutevamo dei problemi del carcere e facevamo le proposte. Era interessante o, diciamo, sarebbe stato interessante se avessimo trovato terreno più fertile, se avessero capito che queste proposte non erano solo per i detenuti ma per tutti. Se le cose vanno meglio per i detenuti, vanno meglio per tutti: per gli agenti, per tutti”.

In cosa consistevano le vostre proposte all’interno del carcere femminile?
“Dalle cose più impegnative, tipo contattare vari Ministri che si sono succeduti per proposte rispetto alla recidiva, alle cose più pratiche. Parlavamo della fruibilità della biblioteca, piuttosto che le telefonate. Cose semplici e concrete di tutti i giorni.

Insomma, visto che da ragazzina avevo iniziato le superiori e poi, per curare mia mamma, le avevo lasciate, ho ricominciato a frequentare la scuola in carcere. Mi sono anche iscritta al corso di scrittura creativa: mi è sempre interessato scrivere, è una cosa che mi ha sempre divertito. Quando scrivo trovo il lato buffo delle cose. Un po’ la sdrammatizzo, un po’ l’affronto meglio. Sono scesa al corso di scrittura per scherzo, per scherzo ho partecipato a dei concorsi che, però, ho vinto. Con gli iscritti dei corsi sono uscite deu antologie, siamo andati a presentarle fuori dal carcere”.

C’è un tema particolare di cui scrivi?
“Sì, tutto di carcere. Bene o male, i concorsi letterari ai quali abbiamo partecipato, erano interni al carcere. Era bello presentarli alle persone fuori. Tanti ti vengono a vedere perché sono curiosi: come annunci la presenza di qualche detenuto, vengono a vederti, come se fossi  un animale in gabbia”.

Quindi vi sentite come animali in gabbia osservati?
“Sì. Un po’ sì: è questo tipo di curiosità che muove le persone a conoscerci a volte. È bello se ti presenti sapendo che poi i pregiudizi vengono ribaltati. Ad esempio, una detenuta che usciva con me, durante le presentazioni fuori, aveva i figli che la venivano a trovare: puntualmente, mentre si parlava suo figlio le si addormentava in collo. Quindi, le persone si trovano spiazzate. È giusto che ci sia, poi, questo raffronto tra quello che pensano e quello che è davvero”.

Da fuori, come dici tu, vi vedono come ‘animale in gabbia’. Da dentro, invece? Chi è un carcerato? Ti sentiresti di dare una definizione?
“No, è difficile definire un carcerato. Anche perché, sai, i reparti femminili, rispetto a quelli maschili, sono diversi. Diversi uomini hanno un po’ questo atteggiamento da ‘criminali’, di dover fare il boss a tutti i costi. Anche qualche donna ma sembra più un volersi fare vedere. La maggior parte delle donne che ho conosciuto in carcere erano di classe sociale medio bassa: c’era chi era dentro per aver rubato prosciutto e formaggio, un’altra per una pianta di fiori… Certo, c’era pure chi era dentro per omicidio. La maggior parte per tossicodipendenza. Nei reparti femminili, non c’è questo bisogno di dimostrare di essere grandi, boss, delinquenti. Logicamente uno non può essere orgoglioso di essere stato detenuto. Però, vedendo poi l’umanità di tante persone con cui sono riuscita a stringere amicizia vera – anche perché ci abiti 24 ore su 24 – non credo sia questa vergogna. È una vergogna perché le persone non sanno: sei stato giudicato dalla giustizia e tutti pensano di poterti giudicare a loro volta. Però, a parte questo, non penso sia una categoria così tremenda. Ce n’è di peggio… tipo gli assistenti sociali”.

Quali critiche muovi verso gli assistenti sociali?
“Dico in generale. Penso a tante situazioni. Dentro al carcere femminile sono quasi tutte mamme: è difficile mantenere i rapporti con i figli. Se levi la figura femminile da una casa crolla tutta la famiglia. E queste donne non avevano un supporto di niente: gli istituti sono maschili e sono stati pensati al maschile. I rapporti con le famiglie sono stati pensati al maschile. Generalmente, le donne, rispetto a questo, non hanno supporto.
Per finirti il discorso della scrittura: credo mi abbia aiutato molto nell’autostima. Capisci che puoi fare anche altro nella vita, che ci puoi avere un bel rapporto con le persone da fuori e che hanno voglia di starti a sentire e non perché sei il caso umano della situazione… è una bella sensazione, ti fa capire che puoi fare altro e non c’è solo la persona sbagliata che ha rovinato tutto e il suo destino è solo di un certo tipo”.

Quindi vuoi coltivare questa passione per la scrittura creativa anche in senso lavorativo?
“In senso lavorativo sarà difficile perché sto facendo altro. Sono uscita con una borsa lavoro: sono in una casa di riposo alla mattina. Quindi non ho molto tempo ma un po’ mi manca scrivere… mi sa che mi dovrò organizzare per trovare dei ritagli di tempo perché mi fa stare bene scrivere”.

Invece, parlando dei tuoi figli: sei riuscita a incontrarli?
“Ho rivisto la grande la scorsa settimana, dopo 11 anni. Si erano proprio interrotti i rapporti perché entrambi i miei figli stavano nella famiglia del mio ex. È andata meglio di come pensavo, ero assolutamente pessimista: avevo vari sensi di colpa. Pensavo peggio: pensavo entrasse arrabbiatissima e uscisse arrabbiatissima. Pensavo ci volesse tantissimo tempo per far aprire uno spiraglio nel muro. Invece, era arrabbiata certo all’inizio e durante tutto il colloquio però, piano piano, ha cominciato a parlarmi e, alla fine, mi ha dato anche un bacino… io mi sono sciolta. È stata un’emozione fortissima. Non so come andrà ora… non so se riuscirò a recuperare il rapporto, è difficile: sono passati troppi anni, c’è troppo dolore di mezzo. Ora lei ha 17 anni: ai tempi ne aveva 6. Lei è un pezzo del mio cuore ma il passato non si può cambiare: non si può vivere fasciandosi la testa o battendosi il petto. Come ho detto anche a lei: non ci sono stata fino ad ora ma, ora, se vuole ci sono. Se riesce a mettere una pietra sul passato e ricostruire un rapporto con me… nessuno può sapere che tipo di rapporto. Sarebbe bello se un giorno sapesse che ci sono e avesse voglia di sentirmi per raccontarmi una cosa sua, chiedermi un consiglio… più di questo non posso pretendere. Mi rendo conto di essere stata una mancanza pesante: una mamma che manca negli anni della crescita e poi un giorno si ripresenta… non posso fare finta di niente o sperare in qualcosa. Tutto ciò che viene, per me, è un regalo”.

Oltre al rapporto con i figli, invece, per il resto come vedi il futuro? Che obiettivi hai?
“Grossi obiettivi, per ora, non me li pongo. È ancora un periodo di transizione, sto finendo il corso di qualifica dopodiché si spera che non andrò avanti con la borsa lavoro ma troverò un lavoro rispetto all’assistenza agli anziani. Nel frattempo, continuo a collaborare con il garante a Firenze e con l’associazione che si occupa di detenuti a Firenze. Ogni tanto vado a fare il libro vivente: l’Associazione Culturale Pandora di Arezzo, con Human Library, racconta storie di emarginazione prestando libri viventi. Durante un evento, entrano persone come fosse una biblioteca. Ci sono una serie di titoli e, ognuno, ne sceglie uno. Invece di darti il libro in mano ti portano davanti a una persona e lei ti racconta, a voce, la storia. Ci sono un paio di omosessuali, un paio di immigrati… gli mancava la detenuta e sono arrivata io. Si è formato un bel gruppo: ci si vede anche extra evento e sono persone carinissime. Sono belle iniziative, mi ci diverto. Poi vedremo cosa succede nel futuro”.

carcere femminile

Agnese durante Human Library

Tornando al carcere, hai qualche racconto particolare da riportarci? E com’è la vita di tutti i giorni in un carcere femminile?
“Se lo chiedi a ispettori e sovrintendenti, ti dicono che è più difficile gestire 90 donne che 900 uomini. Ad esempio, è un dato di fatto: in carcere non ci sono specchi. Ci sono solo dei cosini rettangolari, di plexiglass, che ti fanno tutta storta. Non per una questione di vanità ma per una questione di femminilità: il fatto che non ci sia niente che possa aiutare una donna a mantenere la propria femminilità, come dato della propria personalità, è una mancanza. Una volta proposi di organizzare le stanze con specchi e oggetti da donna, compresi cartoncini sui quali fare disegni per i propri bimbi. Non c’è nulla e, se fai una proposta nuova, ti ridono in faccia perché non riescono a cogliere il bisogno che può avere una donna, né nella propria cura, né nel desiderio di mantenere un rapporto bello con i figli. Colgono meno questa necessità.
La vita quotidiana, più o meno si svolge come al maschile: gli orari sono quelli, le attività le stesse. E anche le dinamiche interne delle sezioni sono simili: le persone si raggruppano per senso di appartenenza, le cinesi tendono a stare con le cinesi, le sinte con le sinte etc. Situazione simile che si trova anche nel carcere maschile. La differenza penso sia che cambiano i rapporti tra donne che sono sempre e comunque complessi, difficili da gestire, soprattutto quando ti viene tolto il minimo sindacale. Allora diventa importante ogni cosa che, poi, non hanno importanza. Possono essere i vestiti che ti portano, come sistemi la cella o i rapporti che hai con le persone. A me avrebbero ammazzato perché andavo al maschile sia per le scuole superiori, sia per la commissione detenuti. C’è chi non vede un uomo per un paio di anni, se non i lavoranti, mentre io ero tra gli uomini tutti i giorni… quindi credo di essermi tirata addosso qualche maledizione (ride ndr.). Poi, ogni piccolezza diventa una cosa grossa e gestita diversamente di come può essere al maschile: diventa una cosa un po’ cronica, tra dispetti e pettegolezzi. Poi, c’è difficoltà rispetto al gestire la situazione familiare. La donna rimane sempre e comunque il pilastro della famiglia come dicevo prima. Sapendo che ci sono difficoltà in casa, coi ragazzi che in molti casi vengono allontanati dalla famiglia o dati in affidamento, non è un carico da poco: hai questo tipo di pensieri. In teoria dovrebbe esserci una rete che ti aiuta a supportare, dovrebbero essere facilitati questo tipo di rapporti ma, nella pratica, non è assolutamente così. Forse, qualcosa si sta muovendo rispetto ai bambini negli ultimi anni, magari in qualche carcere. Però, anche questo, dipende dall’istituto in cui capiti e le persone che lo gestiscono. E, come dicevo prima, è meglio anche per loro: se le persone che stanno dentro stanno bene, è meglio anche per loro”.

L’aspetto più brutto e il più bello che ti porti dal carcere?
“La cosa più brutta: la sensazione di spersonalizzazione. In qualche periodo ho pensato che fossero riusciti a cambiarmi, a inscatolarmi, appiattire la mia immaginazione. È una sensazione giusta: uno vorrebbe reagire, ribellarsi ma si trova davanti a un muro. È difficile. Episodi particolari ce ne sarebbero tantissimi.
Di bello, alcuni rapporti personali che continuano anche adesso. Come con Claudio Bottan (ora anche collaboratore di Sguardi di Confine, qui la sua intervista ndr.). Oltre a lui, ci sono stati anche altri rapporti umani che riesci a portare fuori e ti arricchiscono. Forse, il fatto di aver condiviso un’esperienza così forte, è anche rafforzativo del rapporto”.

Una curiosità, conosci il telefilm Orange is the New Black?
“Ceeerto (ride ndr.)”.

Ecco, da ex detenuta donna, avendolo visto, cosa ne pensi? Quanto è lontano o vicino alla realtà?
“Allora, c’è da fare un’enorme differenza tra il carcere americano e quello italiano. Sono due cose diversissime. Ci sono, di simile, le situazioni assurde. Ne racconto una che è la fine del mondo… una storia che ha tenuto banco per delle settimane. Dunque: nella sezione femminile ci sono sia i trans che sono stati operati, sia le donne che stanno diventando uomini ma che anatomicamente, sotto, sono ancora donne (nonostante, per via degli ormoni, abbiano già barba e peli sulla schiena). Uno di questi ragazzi stava con una ragazza, stavano nella stessa cella. La ragazza, a un certo punto, si è sentita male, aveva mal di pancia, e questo ragazzo ha iniziato a dire che lei era incinta. Questo solo perché lei aveva mal di pancia, mal di reni e le era saltato il ciclo. Le guardie si sono spaventate: si sono chieste se lei avesse avuto rapporti con qualche detenuto o con qualche operario. Le hanno fatto tre test di gravidanza e sono risultati negativi ovviamente. Questo tizio, però, continuava a dire che l’aveva messa incinta lui. Sosteneva che, con tutti gli ormoni che aveva preso, ogni 4 mesi gli uscivano 3 spermatozoi… ed erano 3 perché lui li aveva visti. Hai voglia di spiegargli, tutti noi, che non fosse possibile. Lui era convinto: diceva che avevano fatto abortire la ragazza durante la visita ginecologica. È stato fortissimo”.

Questo significa, comunque, che avvengono rapporti sessuali all’interno del carcere?
“Tra donne sì, ci sono. Ci sono periodi in cui viene chiuso un occhio… dipende da chi dirige la sezione in quel momento. E ci sono diverse coppie”.

Quindi, tra due donne viene chiuso un occhio ma tra una detenuta e una guardia… può succedere ma, se succede, è una catastrofe, vero?
“Esattamente, sottoscrivo. Nel telefilm tutto è un po’ estremizzato ma, comunque, tante cose risultano. Sia per rapporti tra donne, sia per qualcuna che vuole fare la boss della situazione, come su invidie e gelosie. Così come su situazioni assurde”.

Per finire, qual è la tua canzone preferita?
“A parte tutto il repertorio di Vasco, sto sentendo The Bitter End dei Placebo oppure i ragazzi dell’Orkestra Ristretta di Sollicciano (detenuti ndr.) che hanno fatto un LP che si chiama Otto, è rap: non è il mio genere preferito ma sono stati proprio bravi ed è strabello”.

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