Sguardi di Confine

«Prigioniere senza filtri», il fotoreportage di Adriana Miani mette in luce le emozioni delle detenute di Rebibbia.

Ha una predilezione per il reportage in tutte le sue sfaccettature, vive e lavora a Roma. La fotografa Adriana Miani ha partecipato a numerosi concorsi e mostre fotografiche ottenendo consensi e premi prestigiosi, con un approccio nitido focalizzato sulle sensazioni da trasmettere con il suo lavoro:

«Mi piacerebbe essere un veicolo di messaggi positivi e sottolineare la positività dell’essere umano, anche quando vive in circostanze negative, per donarli a chi si sofferma a guardare i miei scatti. L’intensità di uno scatto fotografico è la capacità di comunicare agli altri una emozione provata in quell’attimo, o quanto meno lo svolgersi di un pensiero immaginario legato proprio a quell’evento; ogni immagine è un appunto, uno stop su qualcosa di vissuto che trova forza nella casualità rubata al quotidiano e che si può in ogni momento riportare nel tempo, magari con letture ed emozioni diverse».

Dopo varie difficoltà burocratiche è arrivato il giorno tanto atteso: Pass per entrare alla casa circondariale femminile di Rebibbia, dove Adriana Miani costruirà un fotoreportage nel corso di un anno. Non ama il flash, che non usa mai, e si è servita di obiettivi vari da 35 a 200, vivendo direttamente l’esperienza dei controlli accurati che vengono riservati ai “visitatori” della prigione ed agli oggetti che si intende portare dentro.

Ci racconti il tuo ingresso in carcere?

«Superati i controlli, mi guardo intorno: tutto è pulito ed ordinato, tra gli alberi mi colpisce una palazzina ed il vociare di bimbi, mi volto e vedo nel giardino antistante la struttura, con bambini e mamme che giocano. È il nido dove le detenute vivono con i loro bambini fino a quando non avranno espiato la pena. Entro nella struttura principale, attraverso corridoi lunghissimi e incrocio detenute che incredibilmente, per me, mi salutano e sorridono.

Suono ad un portone di ferro che viene azionato dalle guardie, mi presento e vengo autorizzata ad andare al “gabbiotto”, così si chiama il luogo dove le ragazze passano la maggior parte della giornata. In questa stanza di 30 mq circa l’Associazione Gruppo Idee ha promosso un laboratorio sartoriale e lì trovo tante ragazze di varie nazionalità che convivono in questo ambiente. Realizzano borse, manufatti di vario genere ed abbigliamento con il brand NeroLuce. Sono ragazze che vanno dai 30 ai 50 anni hanno commesso reati di vario genere ed attendono il fine pena per ricominciare a vivere».

Cosa ti ha colpito tra i vari discorsi delle ragazze che hai incontrato?

«L’approccio rassegnato, ma positivo. “È una parentesi”, “È una pausa” dicono. Parlano, ridono, si arrabbiano, mangiano, lavorano, il laboratorio è tutto il loro mondo. Non amano stare in cella e preferiscono trascorrere il loro tempo tra pezze e filo. “Per non pensare” è la frase ricorrente».

Sei riuscita ad ottenere la loro fiducia e, magari, le confidenze?

«Ho chiesto a due di loro che cosa hanno fatto il primo giorno che hanno ottenuto il permesso di uscire: “Mi sono seduta su una panchina in un parco ed ho telefonato alla mia mamma”, “Sono andata a vedere il mare”. Azioni normali ma per loro respirare aria di libertà crea grandi emozioni come al rientro grande sofferenza. Allontanarsi nuovamente dagli affetti è di grande sconforto. Alcune di loro hanno figli grandi e piccoli, si vergognano, sono preoccupate per il loro futuro. Sono impegnate a trovare un modo per dimostrare che hanno sbagliato ma hanno colto al volo la possibilità di riscattarsi, iniziare un nuovo percorso di vita.

Ho avuto la possibilità di condividere attimi di intimità, piangere per la felicità di una di loro che riceveva la comunicazione del fine pena; la felicità nel ricevere l’autorizzazione a partorire fuori e poter tornare al proprio paese per espiare l’ultimo anno di detenzione ai domiciliari e la solidarietà e condivisione da parte delle altre che aspettano il loro turno, che prima o poi giungerà».

Ci sono momenti particolari che ricordi?

«Ho partecipato anche alla realizzazione di una sfilata di moda di abiti da sposa organizzata dall’associazione “Gruppo idee”. È stata una grande emozione. Tutte volevano provare gli abiti, gli accessori, si sono fatte truccare e pettinare senza lamenti: “Fammi una foto, così truccata e pettinata la mando al mio fidanzato”, e ancora “Fotografami con questa bella borsa, la mando alla mia famiglia”.

Poi ha avuto inizio la sfilata. Non sono certo modelle, ma l’orgoglio di aver partecipato ad una giornata speciale era palpabile: in passerella si muovevano fiere, belle, felici come se si fossero riappropriate della loro femminilità mai dimenticata, solo rimossa momentaneamente. Donne con la D maiuscola grazie a trucco, parrucco e tacchi. Le altre, sedute lungo il parterre, incitavano, applausi, urla e tifo. Sensazioni indescrivibili».

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?

«Le mie protagoniste si chiamano Allegra, Deniz, Lucia, Nicoletta, Maria, Rita, Roxana, Veronica. Le ritengo speciali perché con senso di responsabilità ammettono di aver sbagliato ma con lucidità hanno deciso di rimettersi in gioco. Infrangono così gli schemi che le vorrebbero senza prospettive. Il loro viaggio è iniziato nel momento in cui hanno deciso di non vivere più nel buio ma di ricucire la loro esistenza. Questo lavoro è un omaggio alla loro voglia di riscatto».

L’immagine che più ti rappresenta, tra le foto che hai scattato?

«Bella domanda! La mano con il fiore di stoffa indica la nascita, ovvero la rinascita».


L’istituto di Rebibbia è il più grande in Italia tra i sei esistenti con questo tipo di struttura indipendente e gestisce in modo autonomo progetti e risorse. Ha dei servizi di eccellenza, come il nido per i bambini, che prevede per legge da zero a tre di stare dentro con le madri. E il servizio gestito dai volontari di “A Roma, insieme Leda Colombini”, che porta i bambini dal carcere ai nidi esterni comunali. Unico esempio italiano.

È una struttura aperta per le detenute da sempre, da vent’anni. Attualmente ospita 350 donne, delle quali 195 straniere, a fronte di una capienza regolamentare pari a 261. Dalle otto di mattina alle venti di sera, possono girare liberamente all’interno dell’istituto, ovviamente se ci sono dei motivi. E il lavoro, insieme alla scuola, è un motivo più che valido.

Molte si sono salvate da un destino segnato, in carcere la vita non è facile, mai. Ci sono i figli fuori che aspettano che le madri tornino, qualcuna ritorna per sempre, ma la lontananza dai figli è il dolore più grande, quella che le tiene in vita o le condanna per sempre.

La vita delle donne detenute non è un argomento che suscita particolare attenzione, neppure tra gli addetti ai lavori. La loro esiguità numerica non le ha costrette a quel trattamento inumano e degradante costituito dalla mancanza dello spazio minimo vitale. Eppure, con una percentuale stabile attorno al 4% sul totale della popolazione detenuta, sono ingombranti, anche se la reclusione delle donne non ha una autonomia organizzativa, e vive spesso di quanto accade nel carcere maschile, dal quale riceve briciole, in termini di risorse. Piccoli numeri che, spesso, non consentono l’attivazione e la realizzazione di attività utili al percorso di reinserimento, come corsi scolastici, percorsi di formazione professionali e attività lavorativa.

L’idea di detenzione è una, le regole detentive non hanno una caratterizzazione di genere e le modalità di operare diversamente con donne detenute sono dovute a “libere” iniziative e sensibilità dei singoli operatori. Le donne detenute sono e si percepiscono come vittime, sono e si sentono usate, non hanno una stima e una percezione positiva di sé che le spinga a comportarsi diversamente da come hanno fatto. La donna detenuta è una donna fragile nella costruzione dell’identità personale e di genere ed è in questo che ha bisogno di essere accompagnata. Chiedono di poter organizzare iniziative, attività in autonomia, gestire il tempo libero per fare qualcosa insieme, possibilità non sempre realizzabile a seconda dei regolamenti e dell’organizzazione dell’Istituto.

Leggi anche: Orange is the New Black all’italiana: “Vi racconto il carcere femminile”.

detenute di rebibbia

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