Sguardi di Confine

Le fake news, chiamate anche bufale, sono un fenomeno che negli ultimi tempi sta diventando sempre più pericoloso per la società in cui viviamo, perché capace di stravolgere gli equilibri (politici e non) su cui essa si fonda.

Negli ultimi giorni è scesa in campo anche Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, lanciando una campagna di sensibilizzazione contro le bufale, ultimo cancro della società contemporanea.

Nel 2016, l’anno della post-verità, la disinformazione ha avuto un ruolo predominante e, se da un lato si è parlato delle solite scie chimiche o della finta morte di un personaggio famoso (anche se le celebrità decedute nel 2016 sono state davvero tante) a cui si è abituati da tempo, dall’altro lato alcune bufale più pericolose hanno innescato un processo di autodistruzione, dagli effetti abbastanza gravi.

Esempi di ciò sono le false notizie sull’abbassamento volontario della magnitudo dei terremoti da parte del Governo italiano per non pagare i danni ai cittadini o i 35 euro giornalieri dati ai migranti mentre le famiglie italiane non arrivano a fine mese.

Se ci spostiamo all’estero le fake news sono invece state protagoniste anche eventi come la Brexit o le elezioni americane, vinte da Donald Trump: in questo caso i social network, Facebook in particolare, sono stati accusati di aver veicolato questo tipo di notizie e portato al peggiore dei risultati.

Perché le fake news riscuotono sempre un grande successo?

Perché sono curiose, a volte verosimili, come del resto i siti da cui provengono (Il Fatto QuotidAIno, il GioMale, ReteNews24 ecc.), perché fanno indignare la gente, si diffondono a macchia d’olio grazie ai social network, ma soprattutto perché spesso e volentieri gli internauti si fermano soltanto al titolo, senza pensare di aprire l’articolo (e magari scoprire che si tratta di un falso) o cercare di verificare se la notizia sia vera o no, quello che gli inglesi chiamano fact checking.

Tutti possono prendere una bufala per vera (è successo anche a delle testate importanti italiane con la falsa intervista di Donald Trump in cui dichiara che “la statua della libertà fosse un invito all’immigrazione sregolata”), ma la loro forza sta nella superficialità delle persone a cui basta leggere due righe sui social network per sentirsi informati.

Questo è il popolo dei webeti (termine coniato da Enrico Mentana), primi fomentatori della disinformazione che spesso nutrono odio verso i giornalisti, colpevoli di nascondere la (post)verità perché servi del potere (colpa anche delle campagne del Movimento 5 Stelle e dei suoi simpatizzanti).

Per combattere questo fenomeno, Facebook si sta attrezzando per far veicolare solo le notizie certificate e, in Italia, in Senato è stato proposto un DDL (con prima firmataria la ex 5 Stelle Adele Gambaro) che prevede una multa fino a 5.000 euro e il carcere per chi diffonde fake news.

Tutto questo basterà a fermare la post-verità?

Per evitare la censura al web, cosa alquanto improbabile, la soluzione è da ricercarsi nella coscienza degli internauti, i quali, prima di cliccare sul tasto Condividi, potrebbero “contare fino a dieci” (proprio come si fa quando si perde la calma), controllare il sito da cui proviene la notizia e chiedersi se quello che si sta leggendo sia vero oppure no.

In questo modo forse si potrebbe evitare che i fomentatori d’odio, con le loro fake news, creino ancora scompiglio in questa società già in declino.

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