Sguardi di Confine

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Il mondo transgender raccontato da Lory che della sua esperienza positiva di inevitabile cambiamento ne ha fatta una forza e ora aiuta altre donne a “sbocciare”. Tutto grazie ai suoi libri e alle sue ore passate allo Sportello Trans Ala Onlus di Milano. Accanto a lei, l’amica Scarlet, una decina di anni in meno, alle prese con la fase precedente, quella della trav (travestita). Insieme si raccontano: una lunga chiacchierata per immergerci nel mondo della transessualità.

Intervista realizzata da Valentina Colombo e Mirko Galantucci

L: Transgender è un termine cappello che ha dentro tutto. Nella sottospecie facciamo distinzione tra la trav – una persona che comunque poi rientra nei vestiti maschili, come lei che ora ha ancora una doppia vita, non ha ancora la possibilità e volontà, quello dipende da persona a persona, di potersi mettere al femminile al 100%. – Nel mio caso, dal 28 di dicembre scorso, basta. Ho deciso di non rientrare più nei panni maschili perché me la sono sentita io. Anche perché, comunque, ho preparato la cosa.

S: Nel mio caso, invece, Scarlet sta prendendo il sopravvento. Dico sempre: Dottor Jeckyll e missis Scarlet. C’è stato un momento, qualche anno fa, in cui mi sembrava che stavo facendo una cosa sbagliata e ho buttato via tutto. È un classico. Lo fanno tutti. Poi sono tornata indietro. C’è stato il richiamo della foresta, il fatto di inseguire la propria natura: pentimento, frustrazione. Poi ho ripreso e mi sono accorta che stavo bene. Ora sta prendendo il sopravvento Scarlet. Perciò c’è tutta una serie di scogli: famiglia, lavoro etc. Comunque la vivo abbastanza bene e ora sto cercando di andare a migliorare questa situazione. Questa è la direzione, sto bene. Lory mi capisce…

L: infatti. Chi è diventata trans, e chi è diventata praticamente transgender completamente al femminile, è sempre partita da trav. Nessuna diventa immediatamente trans, tranne rarissimi casi, sarà una su cento. La società in cui viviamo ti stigmatizza e chiede un alone di perfezione. È notizia di pochi giorni fa (luglio 2016 ndr.) che OMS, finalmente – anche se nel 2018 – dirà che non è più una malattia.

Infatti, un commento sulla decisione dell’OMS…

L: Io, intanto, davo per scontato non fosse più una malattia. Ok, va bene, fallo ora ma nel 2016, perché nel 2018? Ma ok, sono cose lunghe, internazionali, devono essere d’accordo tutti. Comunque quando faranno la nuova ristampa non sarà più inserita tra le malattie mentali. Non andando lontano, fino al 1992, venivamo considerate socialmente pericolose. Io oggi vado a lavorare al femminile, 20 anni fa sarei stata arrestata e portata in un ospedale psichatrico. Avevamo l’interdizione al diritto di voto. Si stanno vivendo le stesse cose che vivevano i neri anni fa. Ecco, noi stiamo vivendo quella discriminazione che era stata fatta quando sembrava che il nero fosse una razza strana. Ci sono chirurghi, medici, scienziati. Non è il colore della pelle determina il valore di una persona…

Anche voi donne ‘genetiche’: se fossi stata donna 20anni fa, il mio lavoro manageriale non avrei potuto farlo. La donna doveva solo curare i bambini. Conosco una signora di 80 anni laureata ma è rarissimo. Le donne non si pensava fossero portate. Chirurghe donne ne conosci? C’è una casta, alcune professioni sono rimaste chiuse, altre si stanno aprendo. Che sia donna, uomo o transgender non fa differenza. La tua identità o il tuo gusto sessuale non c’entrano. Che poi c’è differenza tra identità e gusti sessuali…

Chiariamo queste differenze tra identità di genere e preferenze sessuali

L: Molti dicono che la transgender è gay. No: il gay è un uomo a cui piace un altro uomo. Il transgender è una donna, così come ci sentiamo, e non è detto che per forza devono piacerci gli uomini. A me piacciono gli uomini, anche a lei, però ci sono tantissime persone che arrivano anche a fare l’operazione alla quale, però, piacciono le donne. Alessandra Bernaroli, ad esempio, è attivista transgender, la prima in Italia, ed è sposata con una donna. Ma, fatto l’iter in tribunale, è stato annullato il matrimonio per legge. È arrivata fino in Corte d’Appello, sostenuta dalla rete Lenford – l’associazione che raggruppa tutti gli avvocati, avvocate, per LGBT – è riuscita ed è stato l’unico matrimonio in Italia riconosciuto tra due donne. Ora lo hanno annullato perché devono rifarlo. 

Insomma, non è detto che se sei una trans, ti piacciono gli uomini. Nel mio primo libro avevo identificato 16 diverse sessualità. Come trans, ormai sei donna. Come trav sei ancora metà uomo e metà donna: la parte maschile può avere dei gusti sessuali, la parte femminile altre. I gusti sessuali possono essere etero, omosessuale, bisex oppure asessuata. Ho incontrato delle persone gay da maschi e asessuate nel momento in cui sono femmine. Da qui 16 sessualità diverse. L’ambito trangender è un kaledoscopio di quelli che possono essere tutti i gusti sessuali. Soprattutto nel caso iniziale di Scarlet, quando c’è ancora la sessualità maschile e femminile che si mischiano assieme. C’è un percorso di transizione psicologica…

S: Anche perché noi nasciamo con degli schemi completamente sbagliati. Impostati.

L: Ci viene insegnato che c’è l’uomo e c’è la donna.

S: Ti accorgi a un certo punto che hai degli impulsi… all’inizio non li senti. Poi, però, qualcosa viene fuori.

Raccontami com’è andata…

S: Io dico sempre ‘ho amato talmente tanto le donne da averne creata una’. Mi piacciono di più i maschietti ma può capitare che sono attratta da una donna. Va un po’ a periodi. È un po’ un casino. Anche per questo motivo ho difficoltà ad avere una relazione.

Tutto è iniziato un pomeriggio di primavera. Avevo 13 anni, ero da sola in casa e sono entrata in camera dei miei genitori – è una cosa che succede abbastanza spesso – e ho iniziato a provarmi i vestiti di mia madre. Così, per gioco… o forse no. Forse non era un gioco. Forse avevo un appuntamento con il destino. La cosa la presi però come un gioco. Magari hai un impulso ma non lo percepisci. Fu molto divertente ma fu un caso isolato. Dopo un po’ ho cominciato ad avere impulsi maggiori: incominciai a travestirmi in modo molto soft. Poi la cosa ha preso piede e poi è stata messa da parte per un po’ di anni.

Cosa succede: ti senti sporco, ‘cosa sto facendo’. Invece poi la cosa è venuta fuori a distanza di anni e ho iniziato a viverla come un gioco. Forse perché, inconsciamente, era meglio viverla come gioco. Questo attorno ai 18 anni. Poi c’è stato un matrimonio di mezzo. Anche in quel caso ho buttato via tutti i vestiti da donna. Ma non stavo bene. Mi chiedevo cosa stessi facendo. Poi il matrimonio è saltato, per vari motivi, ed è tornato questo impulso.

Ora quanti anni hai?

S: 40… ma non scrivetelo. Ne dimostro 30, la femminizzazione ringiovanisce.

Quindi da poco hai iniziato a dire ‘voglio essere di più Scarlet’?

S: Sì, ha preso il sopravvento da un anno o due. Ho avuto una fase abbastanza lunga. Però ora ho deciso proprio che questo è il mio percorso, con Scarlet mi sento più leggera, non ho pensieri.

Trav

Scarlet

Ma ti vesti ancora da uomo?

S: Il mio lato maschile lo vedo come la parte che si prende cura di Scarlet. I pensieri li lascio a dottor Jeckyl. Però sto abbandonando sempre di più il lato maschile come lavoro, genitori… ho iniziato a dire ai miei che sono gay, poi ho detto a mia madre che mi travesto, con grande liberazione… e mi si è allargato il guardaroba nel giro di pochi secondi. Mi sono aperta con mia madre perché sapevo che avrebbe capito.

L: Tutto sommato, le mamme vogliono sempre una femmina…

S: Ecco, io ho accontentato tutti e due… Insomma, al babbo però meglio non dirlo. Non so se capirebbe.

Ma stai andando verso l’idea dell’operazione oppure…?

S: Sinceramente mi sento molto donna senza gli ormoni, quindi non so quanto io voglia farlo. Mi sento bene così, non sento bisogno di prendere gli ormoni. Talmente “ormonata”… Poi ho la fortuna di avere il viso arrotondato, un fisico abbastanza snello.

L: Poi parliamo bene del capitolo operazione perché c’è molto da sfatare…

Mi hai detto che ti definisci “trilogy”

S: Sì, nel senso che non ho un orientamento sessuale ben definito. È una definizione che ho creato qualche giorno fa.

L: Si dice anche sessualità fluida.

S: Io al primo posto metto i maschietti ma mi è capitato di avere attrazione anche verso le donne. Da qui nasce il trilogy.

Hai una relazione?

S: Ho un complice, perché a me le relazioni non piacciono. Ho un rapporto aperto, sincero. La sincerità è importante. Senza prendersi troppo sul serio e io la vivo meglio così. Poi l’idea di un rapporto mi opprime un po’, perché ci sono passata.

Quanti anni di matrimonio sono stati?

S: A parte il matrimonio, ho avuto anche una convivenza con un maschietto. Poi lui si è tirato indietro perché forse non si sentiva di proseguire la cosa in modo completo: intendo uscire allo scoperto. Forse è stata colpa mia, lui spingeva e io chiedevo se fosse sicuro. Poi non era di Milano, un po’ in provincia. In provincia tendono a metterti un po’… poi mi ha ringraziato. Per quanto non fosse convinto: ora è tornato con una donna. Era più confuso lui che me.

A proposito dell’ambito provinciale: allora a Milano si vive meglio?

S: Nei paesini, sai… le voci girano. A Milano magari viene vissuta più liberamente.

L: Io ogni due settimane sono allo sportello trans di Milano, è il primo contatto di chi non sa dove rivolgersi. Sul fatto della piccola o grande città non ho rilevato particolari differenze. Varia da persona a persona. Chiaro: puoi capitare nel condominio dove sono tutti dell’Opus Dei o Sentinelle in Piedi e magari nascono problematiche. Varia da casa a casa, non da paese o grande città. Anche nei piccoli paesi, se ti vedono, si fanno l’abitudine e ti accettano.

S: Alla fine, non è che una esce ogni giorno con le piume di struzzo…

L: di certo ci sono zone più omofobe e zone più aperte.

Ad esempio?

L: La zona del comasco, verso il lago. Ho lavorato per un anno nelle vallate del lago. Avevo come cliente il direttore dei servizi sociali, al tempo ero ancora in vesti maschili. Ho chiesto come fosse la situazione LGBT. Lui mi ha guardato strano, gli ho spiegato cosa significasse l’acronimo e mi ha risposto: ‘Ah no qui non ce ne sono’. Allora ho capito come funzionava lì la cosa… quando ho iniziato a essere più nota, ho richiesto il trasferimento, altrimenti lì mi facevano la pelle.

E nel varesotto sono più aperti?

L: Sì, nel varesotto vedo che sono molto più aperti. Anche nel milanese. Tendono nel nord ad essere abbastanza aperti, molto aperti nella zona dell’Emilia Romagna, molto più aperti di noi. Iniziano a chiudersi da Roma in giù. Ho seguito per un anno uno dei maggiori social network per trav, in qualità di amministratrice, e arrivavano mail di persone disperate nel sud Italia: non possono essere se stesse assolutamente e manca qualsiasi tipo di riferimento, di associazione. Ci sono associazioni LGBT ma sono più che altro gay e lesbo, mancano molto le associazioni per transgender perché siamo poche. Il mondo gay e lesbo è circa il 5% della popolazione. Noi siamo statisticamente lo 0,1%, quindi molto molto poche. Le transgender registrate in Italia sono circa 40mila su 3milioni di gay e lesbo.

E chissà quante non registrate…

L: Sì, probabilmente anche tanti transgender che si confondono come gay o lesbo. Le F to M: la femmina-maschio, di solito vengono sempre identificate come lesbiche, invece non lo sono, sono uomini eterosessuali. Ma la gente non capisce questa differenza. Infatti il mondo transgender e il mondo gay e lesbo sono staccati e non sempre vanno d’accordo.

Ad esempio?

L: Le transgender etero, sono etero, non omosessuali. Anche i locali gay e lesbo, di solito, tante volte non gradiscono particolarmente le transgender.

Il fatto che ci siano associazioni LGBT, quindi, migliora da un lato la situazione ma crea fraintendimenti?

L: Quella è stata una cosa voluta da noi transgender per riunificare tutto. Noi da sole siamo troppo poche e per forza dobbiamo attaccarci a un treno più grosso. A livello politico, in 40mila, siamo una minoranza di cui se ne possono fregare. Però, fortunatamente, tutti i movimenti, le lotte: sono di solito partiti dalle transgender. Anche i moti di Stone Wall: è stata una transgender. Anche se non siamo omosessuali, veniamo comunque considerati omosessuali ma, a differenza loro, noi non possiamo nasconderci. Per forza, noi siamo stati obbligati a dover inziare le lotte e scendere in piazza per i nostri diritti: non possiamo nasconderci. Dal momento in cui fai la decisione di andare a lavorare al femminile, per forza sei obbligata a portare avanti una lotta per i diritti contro discriminazione e omofobia. Ora, infatti, stiamo cercando di mettere in piedi qualcosa anche a Como: è appena nato il Coordinamento Comasco contro l’Omofobia dove mi hanno accolta subito. Siamo la parte più visibile del mondo LGBT e di solito la parte più combattiva.

Raccontiamo un po’ la storia di Loredana…

Trav

Lory ancora trav

L: Storia simile. A 15 anni ho scoperto l’intimo della mamma e ho iniziato a vestirmi al femminile non sapendo cosa fosse. È stato per istinto. Mentre un bimbo, per istinto, vuole provare le scarpe del papà, io per istinto volevo provare le scarpe della mamma. Già a 5 o 6 anni, capivo già che ero diversa in realtà: non ho mai giocato a pallone, andavo a pattinare sul ghiaccio. Giocavo con le bambine anziché con i bambini perché mi trovavo meglio. Ma al tempo non lo capivo. Ho iniziato durante lo sviluppo, dove inizi a vedere sviluppare gli istinti, che non è quello che ti hanno insegnato. Poi, quando eravamo piccolini noi, il transgenderismo era una malattia, una cosa sporca. Io ho vissuto tutto con paura, con vergogna, come penso tutte. Ora si parla di transgenderismo da quando è stata inquisita una persona che andava a trans e prostitute: Marrazzo. Da lì si è iniziato a scoprire che esistono le trans. E immaginate che pubblicità ci ha fatto: transgender uguale prostitute. Anche lì, purtroppo, tante volte esiste questa realtà e per un motivo particolare di cui poi parliamo.

Allora, a 15 anni capivo di avere istinti diversi. All’inizio pensi di essere gay, poi capisci di non essere gay: possono piacerti gli uomini o le donne, a me piacevano tutti e due, però ci sono gay che si sentono uomini. Ho molti amici gay, sposati tra di loro all’estero, ma nessuno dice ‘io faccio la donna’. Si presentano come marito e marito. Si sentono uomini, noi ci sentiamo donne. In parte, in totale, in maniera minore o maggiore: vale da persona a persona. Ma, essenzialmente, il nostro istinto/identità è quella femminile. Quindi iniziamo a sviluppare quelle passioni femminili: ho iniziato a lavorare nel settore moda perché mi sentivo di lavorare in quel settore.

Poi, con i sensi di colpa, ho iniziato a portare avanti due vite parallele. Mi sono sposata anche io, lo sono stata per più di vent’anni. I rapporti con la mia ex moglie sono ottimi, vado a mangiare a casa sua, siamo come sorelle. Dall’altra parte ho portato avanti una vita al femminile. Ho iniziato ad avere un uomo segretamente, lo vedevo pochissimo e con tantissimi sensi di colpa, ma ne avevo bisogno. Tre o quattro volte all’anno: quel minimo che riusciva a farti sopravvivere nella parte femminile. Così sono andata avanti per 25 anni. Poi lui è morto di tumore e aveva parecchi più anni di me. Quindi ho perso il mio equilibrio: si cerca sempre il proprio equilibrio. Morta la parte che riusciva a far sopravvivere la parte femminile, ho pensato che tutto finisse lì e fosse stata solo una parte della mia vita… col fischio: ci nasci così, con l’identità. Pensare di uccidere così l’identità, è l’errore peggiore che si possa fare. Tutti ci tentiamo. Tutte pensiamo di poter soffocare questa parte femminile. Più la soffochi e più esce fuori.

S: Arrivi a un punto in cui butti via tutto. Molti consigliano di mettere tutto negli scatoloni. Io proprio buttai via tutto e stetti male per mesi… poi nacque la versione 2.1 e venne fuori quello che vedete ora: più bella.

Una rinascita…

S: Sì, è stata una fenice, post fata resurgo. È stata una fase molto sofferente ma forse è servita anche per capire cosa realmente volevo. Aver buttato via tutto, mi ha aiutato molto a crescere.

Hai fatto pulizia di una fase per ricominciarne un’altra…

S: Sì, lo fanno tutte comunque… ed è servita anche quella fase.

L: Tornando a me, morto il compagno che mi faceva compagnia quelle volte all’anno, ho perso il mio equilibrio. Prima ho iniziato a soffocare tutto ma non ce l’ho fatta. Ero talmente fuori, sono stata male a livello fisico, aumentata di peso, andata in tachicardia… infatti il mio medico mi ha detto che era inutile forzare un qualcosa che non sei, piuttosto preparati per lavoro e famiglia e tira fuori quello che sei. Ho impiegato un paio d’anni per prepararmi a pararmi i cosìddetti: per il lavoro soprattutto.

Ecco, in cosa consiste questa preparazione?

L: Praticamente ho iniziato a intessere amicizie nei più alti vertici di tutte le associaizoni LGBT a livello nazionale. Associazioni, giornalisti etc. in modo di conoscere tutti.

Così, dopo due anni, quando ho dichiarato alla mia società che ero una transgender, non l’hanno presa bene. Ma non per cattiveria, l’ho capito: non sapevano come gestire la cosa. Io sono stata la prima, dopo cent’anni di storia nella nostra società, a dichiararsi. Non sapendo come gestire la cosa, probabilmente avranno detto ‘va beh, facciamola fuori’. Avendo alle spalle tutte queste persone, da associazioni, sindacati, uffici legali, giornalisti, quando si sono visti che erano sotto i riflettori – sono arrivati a una persona che voleva portare la cosa anche a Unar, l’ente antidiscriminazione europeo, quindi stava diventanto europea la questione – hanno capito che avrebbero avuto qualche piccolo problemino se facevano qualche passo sbagliato, quindi hanno iniziato a ragionare. Hanno capito che era così la questione, iniziando a pensare a cosa fare. Abbiamo iniziato il dialogo e anche io da parte mia ho capito che non lo facevano per cattiveria, anche perché non si erano mai trovati davanti a questa situazione.

Mi è piaciuto farlo perché, così, ho aperto una porta per tutte le altre persone che potrebbero arrivare dopo. Mi è stato riconosciuto il nome al femminile sul posto di lavoro anche se non hanno fatto i salti di gioia. Devo sempre stare attenta a come lavoro, a essere al cento per cento, a fare tutto perfetto. Altrimenti qualcuno potrebbe dire ‘appena possiamo…’. Però, anche lì, sto cercando di mostrare che siamo una risorsa. C’è un libro molto bello scritto da Andrea Notarnicola, Global Inclusion: spiega come, in una ricerca fatta in tutte le società mondiali, il fatto di includere delle persone con delle differenze di cultura, razza, idendità sesuale, porti l’arricchimento della società stessa. Dimostra proprio come le società che si sono dimostrate aperte verso queste persone, hanno avuto un guadagno di fatturato. Nello specifico del mio caso, da quando mi sono messa al femminile, ho fatturato il 10% in più nel mio ufficio. Anche perché, sì, da una parte ho avuto qualche difficoltà in più, qualche cliente ha storto il naso, ci sta. Magari allo stesso modo, se fossi stata calabrese e vado dla leghista convinto… (ride ndr.). Altri, invece, hanno apprezzato la sincerità, mi hanno detto: ‘Se sei sincera nella vità, molto di più sarai sincera nel lavoro’. Alla fine, io, devo fare degli spostamenti finanziari: persone che mi danno anche 100mila euro in mano da gestire. Ci vuole estrema fiducia. Anzi, questo fatto di avermi visto così, gli ha dato più fiducia: ‘Comunque sei una persona che ha il coraggio di dire la verità’. Quindi, dà ancora più fiducia di una persona che magari si finge chissà cosa. Poi, quello che discrimina ci sarà sempre. Però, alla fine, ho fatturato di più: l’importante è quello. Questo anche perché, comunque, prima lavoravo dovendomi nascondere. Soffri di questa condizione, del non poter essere te stessa e non dai il meglio di te stessa. Comunque ti porta via tantissima energia doverti nascondere, stare attento a come parli, etc. Ora io posso dare tutta l’energia nel lavoro e lavoro meglio.

Il problema che si ha nello stigma sociale, nella nostra società, soprattutto sulla transgender che si pensa uguale a prostituta, è dato soprattutto dalle persone che sono arrivate dall’estero, solo purtroppo con questa intenzione. Purtroppo perché nel loro paese di origine fanno la fame e trovano il modo per scappare. Il modo è quello. Dall’altra parte, come rilevo nelle giornate di ascolto allo sportello trans, più del 90% delle persone che ti chiamano perché vogliono essere note come transgender, vengono licenziate. E men che meno si riesce poi a trovare lavoro. Io l’ho fatto dopo che avevo già lavoro. Io, oggi, manager con sei master più un’altra ventina di attestati vari, dovessi andare a cercare lavoro, avrei molta difficoltà a trovarlo. È quello il problema.

TransgenderI master di Lory

Ma la tua carta di identità è ancora al maschile?

L: Sì, ma la foto ce l’ho al femminile. Anche perché mi fermavano i carabinieri o polizia e vedevano una foto dove non c’ero io. L’ultimo carabiniere, ha visto la foto di me 18enne e mi ha detto: ‘Signora, c’è un problema, come faccio a riconoscerla da questa foto?’. Io ho fatto notare che, per la legge italiana, io non potevo rifare la carta d’identità. Ho visto che iniziava a scendergli un rigolino di sudore… poi gli ho fatto vedere il mio biglietto da visita e gli ho detto di essere riconosciuta, ufficialmente, come transessuale. ‘Allora se è ufficiale può andare’, mi ha risposto. Infatti giro sempre con il tesserino dello sportello trans per far vedere che sono transessuale dichiarata e poi con il biglietto da visita, sia al maschile che al femminile. Capisco bene, soprattutto in questi momenti di terrorismo, che le forze dell’ordine devono essere in grado di poterti riconoscere. Nel mio caso che giro senza parrucca, è già più facile. Se fermano lei, in giro con la parrucca, magari è più complicato.

S: Ma l’ultima volta non mi hanno chiesto nulla.

L: Neppure a me, quando giravo con parrucca, non mi hanno mai chiesto di toglierla. Ho sempre trovato grande professionalità nelle forze dell’ordine.

In materia nei documenti di identità, l’Italia è più indietro rispetto agli altri Stati europei?

L: Dipende da Stato a Stato. Ora parliamo del mondo transgender: se facciamo cambio di sesso, possiamo addirittura sposarci in chiesa.

Il cambio anagrafico avviene con il cambio fisico?

L: È una cosa su cui si sta discutendo. La legge non dice che, per fare cambio anagrafico deve esserci cambio fisico. È stata una interpretazione della legge. Hanno autorizzato un cambio di sesso anagrafico a una persona che non ha fatto l’operazione. Prima dovevi fare o la vaginoplastica (l’asportazione del pene con la costruzione della forma della vagina) oppure, almeno, l’asportazione dei testicoli. Poi è intervenuto qualche ente internazionale dicendo che, comunque, era una barbaria perché non potevi obbligare una persona a fare una mutilazione del proprio corpo per questo cambiamento. Anche all’interno del mondo transgender c’è chi è contrario e chi è favorevole. Sotto un punto di vista generale si pensa che l’identità sessuale non ha niente a che fare con la conformazione del corpo: una persona può sentirsi donna o uomo. Ho seguito allo sportello una ragazza che, quando l’ho vista, ho pensato fosse un ragazzo già diventato una bella ragazza, sembrava una modella, e si presenta con il nome da uomo, dicendo di essersi sempre sentito uomo da quando aveva tre anni. Il fisico tante volte, non vuol dire la tua identità. Un uomo può sentirsi donna, indipendentemente dal fisico. E non necessariamente deve perdere parti del suo corpo.

Se lo vuole, può farlo

L: Se lo vuole. Io personalmente, sono contraria alla vaginoplastica. Perché noi non saremmo mai donne ma non siamo neanche uomini. In alcuni Stati c’è il terzo sesso. Io mi presento sempre come ibrida. Non sento il bisogno di essere come te. Ho i cromosomi XY, tu XX. Sono qualcosa di diverso, né donna né uomo. Un terzo sesso praticamente e non sento neppure il bisogno di mutare. Anche perché la vaginoplastica è, oltre che ai fini pratici, è un’operazione invasiva. Devi mettere il tutore, tenerlo dentro perché se no si chiude. Non funziona come una vagina, ecco. Mi è capitato anche di sentire persone che hanno avuto grossi problemi dopo la vaginoplastica. Hanno fatto questo non perché si sentivano donne, ma perché volevano piacere agli uomini, che è una cosa completamente diversa. Tante volte trovi la persona transgender che non è realmente transgender ma semplicemente un gay al quale però piacciono molto gli uomini e quindi vuole essere una donna per piacere agli uomini. Ma, dopo, capisce che non è una donna. Ho visto che è sclerato, si è messo a urlare. Aveva fatto l’operazione e poi capito di aver fatto una cavolata, si sentiva uomo. Ma ormai non poteva tornare indietro. Quindi consiglio agli psicologi e psichiatri, prima di autorizzare una vaginoplastica, di sentire molto bene la persona. Ho sentito tante persone che sono state felicissime ma persone che hanno capito che non era quella la via giusta. Anzi, se una persona è molto donna, non sente il bisogno di fare la vaginoplastica. Io mi considero molto donna e accetto il corpo che ho. Come se una donna, se avesse sei dita, dicesse ‘non sono donna perché ho sei dita’. Se madre natura ti ha fatto con sei dita, non è che non sei donna, sei donna lo stesso. Io non sento il bisogno perché non ho bisogno di essere al cento per cento donna per sentirmi donna. Come una donna grassa, una donna grassa cosa fa? Non può più amare gli uomini, fare sesso? Se è grassa sarà una donna comunque. Non tutte le donne devono essere belle. A una serata transgender, ho sentito dire che quando da uomini si diventa donne, devono essere per forza strafighe. Ma, tanto, se nel mondo c’è una donna brutta in più o in meno, non se ne accorge nessuno. Anche perché, conosco tante sorelline – così ci chiamiamo tra noi –  e  una tra le quali, ad esempio, una volta una mi ha detto: ‘Ho un problema, sono un fabbro, ho proprio un fisico da fabbro’… gli ho consigliato di farlo al buio. Ci sono in giro tante donne che magari hanno il fisico da fabbro e poi sono assieme a uomini bellissimi. Quindi non vuol dire nulla l’aspetto estetico.

Riguardo all’operazione, si può cambiare idea. Certo che, se vuoi essere donna, vuoi essere carina. Nessuna donna vuole essere brutta. Però, dall’essere carina a stravolgere il corpo, ce ne passa. Anche lì, varia molto da persona a persona. Se hai molta autostima, hai meno bisogno di cose esterne. Se sei più debole, lasciata da sola, magari hai bisogno di qualcosa che ti rassicura di più.

transgender

Lory ormai trans

Io ho iniziato la terapia ormonale circa un annetto fa. Facevo già qualcosa prima, come fanno un po’ tutte, le pastigliette sotto banco. Poi è diventato un fatto ufficiale e il fisico, un pochettino è cambiato: mi si è ingrossato il seno, il fianco si forma di più, i capelli crescono di più. Quindi ti dà l’aspetto più gentile. Nella terapia ormonale di solito viene dato un dosaggio di estradiolo che è un ormone femminile e un dosaggio di antiandrogeno – Androcur – che ti tira giù il testosterone. Ma varia da persona a persona. Nel mio caso, ho sempre avuto un testosterone femminile. Quello maschile varia da 140 a 900, il mio è 35. Quindi ancora più basso. Quindi la cosa ti fa pensare: non sono così per scelta, madre natura mi ha fatto così. Il mio medico mi ha sempre detto che ho il testosterone più basso di un uomo di 90 anni. Anche lì: spesso quando ti dichiari alle persone ti dicono: ‘Ah se hai scelto di essere così, se ti fa star bene…’. Ma non ho scelto di essere così, madre natura mi ha fatto così. Al limite ho scelto di mostrarmi così, di essere davanti al pubblico quella che sono. Non penso che tu hai scelto di essere Scarlet… hai scelto magari di mostrare al pubblico Scarlet.

S: Sì, è una cosa nata da dentro.

L: Se tutti fossimo nati etero, maschi, perfetti, ci saremmo semplificati la vita. Non è che ci complichiamo la vita per divertirci.

S: Infatti è uscita prepotentemente questa cosa. Quando avevo messo tutto da parte, stavo male.

Ma tu non fai terapia ormonale Scarlet?
S: No, mi sto informando. Poi vedo se ho voglia.

L: Vieni giù allo sportello a parlare….

Lo sportello è a Milano, giusto?

L: Sì, mi sono rivolta lì, anche io all’inizio, quando ho avuto seri problemi. Ho avuto difficoltà di ogni genere. Non sapevo a chi rivolgermi, ero completamente sola. Ho guardato su internet e sono andata lì. Mi hanno accolto e aiutato. Ora aiuto io ed è un aiuto anche mio: ti fa sentire parte di un gruppo e ti rapporti a persone che magari si sono appena affacciate a questo mondo e hanno bisogno di sentirsi rassicurate. Nel mio caso, faccio vedere che è possibile una vita da transgender: sono riuscita a dichiararmi in pubblico, a mantenere dei rapporti con mia moglie, le mie figlie, ad avere il lavoro. Quindi faccio vedere un percorso da transgender positiva, che è quello che serve alle persone. Purtroppo c’è un tasso di suicidio altissimo. Molto alto sulle persone che non vengono accettate dalla famiglia.

Nel momento in cui ti dichiari, vieni isolata. Non sembra ma è pesante. Anche se abiti in una città aperta, ogni volta che giri per strada c’è quello che ti guarda, quello che fa la battutina, quello che fa il sorrisino… Non puoi fare una passeggiata tranquilla, o sei forte dentro… ma anche sul lavoro: c’è sempre qualcuno che ti ricorda la tua diversità. Una volta, due volte, tre volte, 365 giorni all’anno: diventa pesante. È lì c’è il bisogno di sostegno, di aiuto, di persone vicine. Se hai una famiglia dietro, comunque il tasso di suicidio è basso. Se vieni addirittura abbandonata dalla famiglia…

Mettiamoci nelle condizioni di queste persone: si trovano completamente isolate dal mondo, famiglia che non le accetta, magari perdono anche il lavoro. Che fanno? Ti trovi davanti un tunnel nero e non sai da che parte uscire e ti suicidi. Ci sono le strutture mediche e psichiatrice e lì puoi indirizzare la persona.

Nel vostro caso, qual è stata la discriminazione più grande che avete subito?

L: Il lavoro. Quella che pesa di più a tutti è quella. Tutti ce l’hanno. E purtroppo la frase nella quale si nascondono dietro tutti è quella: ‘Io ti accetto, ma se poi i clienti non ti accettano?’. Così se ne lavano le mani. Fanno vedere che non sono loro gli omofobi ma i clienti. Io, invece, sono la prova del contrario: il mio 10% in più del fatturato è la prova che i clienti mi hanno accettato. Come fai a dirlo? Se però dovessi andare a fare un colloquio di lavoro, non mi prenderebbero, sceglierebbero un’altra persona. Per loro è un rischio: il problema è che non è conosciuta la cosa. Non sanno come funziona…

In quel caso non devono trovare nessuna scusa…         

L: Anche tu, se fossi a capo di una società e ti dovessi trovare a fare dei colloqui, con davanti 4 persone etero, chiamiamole normali, e una transessuale, anche se capisci che ha più potenzialità, è più preparata etc, prendi la transessuale? Dici, nel dubbio, prendo l’altra persona perché so, bene o male, come funziona. La transessuale non lo so…

transgender

Il problema è la non conoscenza…

L: La non conoscenza. Infatti stiamo cercando di farci conoscere. Il libro che ho fatto, poi il secondo libro. Adesso saremo presenti il 17 e il 18 settembre a Villa Guardia (Como), dentro la festa “L’Isola che c’è” con uno stand nostro per far conoscere il mondo transessuale e far vedere che non sono solo persone al di fuori della società. Conosco due avvocati transessuali. Una mia carissima amica… non posso dirlo, ma fa un lavoro molto molto alto. Ci sono persone a livello alto che possono essere ancora trav e vivono di nascosto e soffrono tantissimo.

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