Associazione Ali d’Aquila: giovani aiutano i senzatetto della città

Dalle esperienze oratoriane di crescita, alcuni giovani si sono rimboccati le maniche e hanno voluto fare qualcosa di utile per la loro città, così hanno deciso di organizzare e gestire un servizio docce per senzatetto e bisognosi.

Sempre più spesso sento ai telegiornali o leggo su quotidiani e riviste notizie di adolescenti e giovani che commettono reati di ogni tipo che variano dall’insulto o gesto di maleducazione verso gli adulti (che poi chi ci crede che le parole non feriscano tanto quanto un pugno nello stomaco?), al pestaggio di coetanei, perfino a sparatorie per regolamento di conti e a omicidi per gelosie… ma l’elenco di episodi negativi è molto più lungo.

A risentire di una pessima reputazione dovuta a questi atti, come spesso accade, è tutta la fascia d’età dai 15 ai 30 anni. Dimenticandoci che accanto a questi esempi negativi ci sono esempi positivi di giovani che ci mettono la faccia e le mani per il bene del prossimo sia vicini sia lontani, sia concittadini sia stranieri… Sto pensando ai tanti giovani che silenziosamente fanno del bene sperimentando le proprie capacità e mettendosi in  gioco in prima persona ma le loro attività di volontariato non si raccontano, non emergono perché non fanno notizia, o per dirla in termini mediatici, non fanno audience.

Ho chiesto ai ragazzi dell’associazione “Ali d’Aquila” di raccontarmi la loro esperienza formativa nell’offrire un servizio docce ai senzatetto della città di Busto Arsizio e dintorni.

Cos’è “Ali d’Aquila”? Perché un servizio docce?

«L’associazione “Ali d’Aquila” è nata da un gruppo informale di giovani dell’oratorio San Filippo Neri che in seguito ad alcune esperienze caritative (ad esempio mensa di Madre Teresa a Milano, dormitorio a Tirana gestito dall’associazione Giovanni XXIII fondata da Don Benzi, missione in Brasile) si è interrogato su come potesse concretamente impegnarsi nella nostra città. Da lì si sono mappati i bisogni e le risorse già presenti sul territorio a favore della grave emarginazione e si è visto che il servizio docce non era presente in città: si è pensato quindi di proporlo.

L’oratorio e il parroco hanno dato disponibilità all’uso degli spogliatoi del campo da calcetto, che il sabato mattina sono inutilizzati. E così siamo partiti nel lontano 2007. L’idea era di intercettare un bisogno primario come il lavarsi per poter entrare in relazione con queste persone. Inoltre il soddisfare un bisogno primario è un modo anche per ridare dignità alla persona. Nel 2009 abbiamo deciso di costituire ufficialmente l’associazione ed essere formalmente riconosciuti».

Chi sono i vostri utenti e cosa gli offrite?

«Ogni sabato mattina dalle ore 10.00 l’associazione accoglie quanti hanno bisogno di lavarsi o necessitino di vestiti puliti; i nostri volontari danno loro un cambio intimo, i vestiti in base alle disponibilità del guardaroba e  il necessario per la doccia. Dopo questo abbiamo iniziato a offrire loro un ristoro, del tè e qualche biscotto ma a poco a poco ci siamo resi conto che era necessario offrire un pasto dato che erano sempre di più e finendo le docce troppo tardi non facevano in tempo a recarsi alla mensa dei Frati».

Chi viene da voi cosa cerca? Di cosa necessita, di cosa hanno bisogno?

«Le richieste sono primariamente i vestiti e il cibo, però quello che cercano è spesso anche la possibilità di scambiare qualche parola e condividere parte della loro vita. Per noi  il servizio  è il mezzo che abbiamo scelto per instaurare delle relazioni  con i senzatetto e tra volontari: il rapporto interpersonale è in realtà la cosa più importante.

Con alcuni si è riuscito nel tempo a costruire un piccolo legame. Molti quindi tornano e sono ormai degli habitué, altri passano a distanza di tempo, altri ancora non vengono più  (rispettiamo libertà di tutti) e purtroppo alcuni sono già mancati».

Quante  utenti ogni sabato? Sono sempre gli stessi?

«Abbiamo una media di 30 utenti a settimana, tendenzialmente rimangono gli stessi (pur nel via vai di chi si sposta) anche se capita che arrivino persone nuove o che qualcuna riesca a sistemarsi».

Quali sono le difficoltà maggiori nel relazionarvi con loro e viceversa?

«Avendo a che fare con persone che vivono per strada anche da lungo tempo, non è sempre facile avere il rispetto delle regole, che però sono indispensabili per il buon funzionamento di tutto.

Una difficoltà che incontriamo come volontari è il vedere che i bisogni sono tanti e si vorrebbe poter risolvere la situazione, ma questo non sempre è possibile: cerchiamo di metterci in rete con altre realtà che si occupano di grave emarginazione perché l’unione fa la forza».

Cosa avete imparato dal contatto con i senzatetto?

«Il povero che incontriamo il sabato mattina “ci rende l’immenso servizio di presentarci la vera immagine di noi stessi, che dimentichiamo”, ci ricorda la nostra povertà: siamo tutti poveri di fronte al Signore e per questo possiamo riconoscerci fratelli, anche se diversi, molto diversi, abbiamo in comune il fatto di essere figli di Dio. Il condividere qualche istante con loro per fare quattro chiacchiere è la vera carità, è accogliere chi sembra diverso da noi ma in fondo non lo è, ed amarlo per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse.

Un’altra cosa che impariamo dai nostri ospiti che hanno storie difficili alle spalle è quella di rendere grazie dei doni che comunque ciascuno ha e di non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà. Ci aiuta a lamentarci di meno e a rimboccarci le maniche.

Passando a cose meno serie ma più pratiche, abbiamo imparato a misurare i pantaloni con il gomito o il collo: è molto pratico per provare velocemente senza spogliarsi se un pantalone ti sta o è largo!».

Chi sono i volontari?

«Nel corso degli anni abbiamo implementato il servizio ed è cresciuto il numero di volontari: oggi siamo più o meno 30 e spaziamo dai 18 anni ai pensionati. E’ bello essere di varie età e collaborare insieme, ognuno portando il suo contributo. Pur nascendo come associazione di giovani abbiamo trovato molto proficuo la transgenerazionalità dei volontari».

Come siete organizzati?

«Siamo organizzati in due squadre divise a loro volta in due gruppi. Abbiamo la squadra che si occupa della parte dei vestiti e delle docce e quella che si occupa della preparazione dei pasti e nel riordino e pulizia della cucina. Queste squadre sono a loro volta suddivise in due gruppi quindi un volontario avrà il turno un sabato si e un sabato no».

Cosa vi spinge a continuare?

«Il vedere che il bisogno c’è, ma soprattutto il constatare l’arricchimento reciproco che avviene quando si entra in relazione».

Il vostro è un servizio di carità? Cos’è la carità per voi?

«Come ti dicevo poco fa, la prima forma di carità non è la doccia in sè ma l’ascolto delle loro storie, delle loro necessità, del loro quotidiano che solitamente non hanno la  possibilità di raccontarle a qualcuno.

A questo proposito ricordo la preghiera che ha scritto uno di noi quando abbiamo iniziato il servizio e che, come volontari, diciamo prima di cominciare:

Signore, sostieni la nostra pochezza

Infondi il tuo spirito

Perché il seme sia fecondo.

Rendici capaci

Di accoglienza incondizionata,

Di solidarietà gratuita,

Di vicinanza amorevole

Verso ogni persona bisognosa.

Apri i nostri occhi

Per vedere il tuo volto

In ogni persona che incontriamo.

Apri il nostro cuore per amare

I fratelli

Come tu ci hai amato.

Rendici trasparenti,

Rendici umili,

Come un ostensorio;

Per manifestarti,

Dio di carità e amore.

Raccontatemi qualche episodio particolare/curioso/divertente/strano/significativo… che ricordate con piacere

«Negli anni alcuni di loro si sono resi disponibili a dare una mano per le pulizie durante la festa dell’oratorio e attendono con ansia questo momento! Mesi prima ci ripetono “Allora a maggio siamo arruolati eh?!”

Un altro bel momento è il pranzo/ cena che facciamo solitamente per la vigilia di Natale: in questa occasione condividiamo la tavola tutti insieme, volontari e non, cattolici, musulmani…

Recentemente invece si è verificato un episodio simpatico: è venuto un signore nuovo proveniente dalla Russia che parlava poco sia italiano che inglese e quindi era difficile comunicare. Ci è venuto in mente di chiedere ad una nostra ospite, che è dell’est, di fare da traduttrice e così è stato: non solo, lei conosceva il posto da cui proveniva questo signore perché suo fratello è di quelle parti! E’ proprio piccolo il mondo! Abbiamo notato come lui si sia sentito più accolto e rilassato, grazie alla nostra novella interprete! Sono queste piccole attenzioni che si trasformano in bei  momenti di aiuto reciproco che permettono la vera accoglienza».

Perché la scelta del nome Ali d’Aquila?

«Perché l’aquila vola alto,  e quindi ci spinge a puntare in alto. Inoltre l’aquila vola più in alto di tutti gli uccelli, non ha predatori sopra di sé, quindi non è necessario che tenga i suoi piccoli tra gli artigli, ma li può tenere sulle ali, con maggior libertà e senza pericolo: questo vuole simboleggiare una cura verso il prossimo che permetta la valorizzazione dell’altro, il non tenerlo in pugno. Infine il salmo: è il Signore che ci porta su ali d’aquila”».

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