Carceri e Coronavirus: troviamo il coraggio di guardare oltre il muro

15 detenuti morti, 6 ricoverati in gravi condizioni e 13 evasi in fuga e oltre a 40 agenti feriti. Danni alle strutture per decine di milioni di euro, persone sui tetti delle carceri, altre che vorrebbero i cecchini e altre ancora che non capiscono ma – nel dubbio – userebbero il lanciafiamme per ripristinare la legalità. Questa volta non si tratta dell’ennesima ribellione nelle prigioni sudamericane bensì del bilancio – purtroppo provvisorio – delle rivolte scoppiate nei penitenziari italiani

Era prevedibile, e previsto, ma forse neppure quelli che avevano lanciato l’allarme potevano immaginare una situazione tanto drammatica: in una cinquantina di istituti la protesta si è limitata alla battitura delle sbarre, ma in almeno trenta ci sono stati disordini e violenze, con suppellettili divelte e oggetti dati alle fiamme, detenuti saliti sui tetti, scontri con gli agenti, furti, aggressioni tra reclusi, sequestri di persona ed evasioni. Nei casi peggiori, morti e feriti. Morti per “overdose” per le sostanze assunte dopo aver saccheggiato gli armadietti delle infermerie, questa la versione ufficiale.

Secondo la narrazione pigramente unanime di troppi mezzi di informazione, a scatenare il pandemonio è stata la decisione di sospendere i colloqui con i familiari a causa del Coronavirus fino al 22 marzo senza sostituirli, come invece era stato promesso, da un maggior numero di telefonate e dall’introduzione delle comunicazioni via Skype: si pretendeva di risolvere la questione ricorrendo ad applicazioni che nemmeno la scuola, messa alla prova dall’emergenza Covid-19, ha saputo risolvere.

Coronavirus e penitenziari italiani: la miccia che ha acceso una polveriera pronta da anni ad esplodere

Ma si è capito che questa è stata semmai la miccia che ha acceso una polveriera pronta da anni ad esplodere. L’altra corrente di pensiero, invece, vorrebbe far passare il teorema di un’azione ideata e coordinata da organizzazioni malavitose cui sarebbe venuta meno la possibilità di veicolare, attraverso i colloqui, i messaggi all’esterno delle carceri.

La violenza da parte delle persone detenute non ha giustificazioni, ma c’è dell’altro dietro i fatti che stiamo vivendo, e occorre trovare il coraggio per guardare oltre il muro immergendosi in una realtà che – volenti o nolenti – ci appartiene: le carceri, come le scuole, gli ospedali e le chiese, sono parte del nostro territorio in cui temporaneamente vivono delle persone. I detenuti non sono forse persone con tutti i diritti alla salute costituzionalmente garantiti?

A rendere fertile il terreno su cui si è sviluppata una sommossa che non si vedeva da quarant’anni ci sono la paura, il sovraffollamento e la condizione di degrado in cui versano i 197 penitenziari italiani. La realtà è che da tempo le galere italiane vivono in una situazione fuori legge e molte di esse anche al di là di ogni misura di umanità. Bastano pochi dati: 53 i detenuti suicidatisi nel 2019 e circa 100 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita nel corso degli ultimi dieci anni. Serve altro? Ci sono, nelle carceri italiane, 61.230 detenuti a fronte di 47.230 posti regolamentari.

carceri e coronavirus rivolta nei penitenziari italiani

La convivenza nelle celle: un agglomerato di uomini adulti

E ora arriva Covid-19. Vivere in carcere una situazione di pandemia di cui non è ancora definita la gravità, è una prospettiva da non augurare a nessuno. Lavarsi le mani, stare a un metro di distanza in una condizione di promiscuità coatta, quando in cella c’è qualcuno che si lava solo se i volontari gli portano il sapone perché soldi per comprarlo non ne ha.

La convivenza nelle celle è questo: un agglomerato di corpi di uomini adulti che si scambiano odori e sudori, scorregge e umori, efflussi, secrezioni e liquidi, sospiri e paura. In una promiscuità coatta e in ambienti dove la doccia e il water, il lavandino e il fornello per cucinare, si sovrappongono e si mescolano per rispondere ai bisogni fisiologici primari: pisciare, mangiare, lavare, defecare e cucinare in pochi metri quadrati. Il carcere è il non-luogo dei letti a castello a tre piani, dove chi dorme sulla branda superiore sbatte il capo contro il soffitto. È il luogo dell’asfissia, dell’aria viziata, della tosse, dell’affanno, della saliva e del catarro, degli odori acidi che si fanno spessi e grevi, in cui le goccioline fanno parte della quotidianità, senza mascherine. Il carcere è un lebbrosario che ospita tossici e appestati dalla tubercolosi, alcolizzati e malati psichici.

Chi si trova recluso apprende, attraverso la tv, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, assediato in un lazzaretto, che gli amputa le poche risorse e le scarse facoltà rimastegli. Si guarda intorno, ascolta e riflette, talvolta legge. I più fortunati possono acquistare le batterie, ascoltano la radio e riportano le notizie agli altri disperati durante l’ora d’aria. La galera è fuoco, pagliericci incendiati dalle bombolette di gas che non sono state mai vietate e sostituite con le piastre elettriche, fumo che intossica, tagli sanguinanti, rumore di ferri battuti e pensieri per il “fuori”.

Difficile immaginare quale effetto la minaccia del virus possa avere sullo stato mentale ed emotivo di persone recluse in un simile sistema patogeno e criminogeno, che produce e riproduce malattia, depressione e autolesionismo. Questo modello di prigione non soddisfa alcuna delle esigenze sociali: non rieduca, non riduce il livello di criminalità, non è un deterrente. E allora? E allora è tutto da rifare, tutto da mettere in discussione. Il ministro della Giustizia, che nulla sa di carcere, ha bisogno di aiuto. Serve una figura che goda di credibilità, come Rita Bernardini, che potrebbe suggerire al guardasigilli la soluzione legittima per ripristinare la legalità nelle carceri.

Conviene a tutti, anche a quelli che vorrebbero “buttare la chiave”.

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