«Sono Eltjon, ho 41 anni e faccio lo scrittore. Sono arrivato in Italia a 17 anni». È Eltjon Bida a raccontarsi. Di origini albanesi, 24 anni fa ha lasciato il suo Paese a causa di gravi problemi renali. Era il 1995, quando l’Albania era uscita dagli anni bui del comunismo e l’ondata di immigrazione era esplosa.

Così, salito su un gommone – dopo aver tentato la via più sicura del traghetto con documenti falsi – ha rischiato la vita… per salvarsi la vita. Perché alternative non ne aveva, con la sanità in collasso in Albania.

E oggi, 24 anni dopo, racconta le sue avventure in un libro,
C’era una volta un clandestino (edito da Policromia – PubMe). Al suo fianco ha una moglie (inglese) e due figli e vive a Milano.

Prima di vivere il suo sogno di scrittore, ha lavorato per quasi 2 anni in campagna, ha fatto il venditore porta a porta a Milano, l’operaio in una ditta di arredamenti e, per 13 anni, è stato receptionist in 3 alberghi diversi.

Oggi è cittadino italiano e porta con sé l’amore per il Paese che lo ha accolto e nel quale vedeva “l’America“. Lo abbiamo intervistato per chiacchierare di immigrazione, Albania ieri e oggi, sogni tra passato e futuro…

Cosa ricordi della tua infanzia in Albania?

«Quando ho lasciato l’Albania la situazione era disperata, disastrosa. Negli anni ’90 è caduto il comunismo, tanti volevano uscire dall’Albania perché sentivano che nei paesi fuori si stava bene. Prima non sapevamo nulla, perché il comunismo ci teneva chiusi, non ci faceva guardare le tv e i canali esteri. Se ti beccavano, ti mettevano in galera. Quindi alcuni guardavano la RAI o la Mediaset di nascosto. Caduto il comunismo, tutti hanno iniziato a vedere i canali italiani e così si è scoperto che in Italia si viveva bene. Per noi era “l’America”.

Caduto il comunismo, però, si sono formate tantissime bande in Albania. Ti fermavano e ti chiedevano quello che avevi in tasca. Se protestavi, non ci pensavano due volte ad accoltellarti. E spesso si sentiva di persone accoltellate per delle stupidaggini.

Sempre negli anni ’90 sono state chiuse le banche. Così, tutti i soldi che erano stati versati, sono spariti. Quindi l’Albania è rimasta in povertà assoluta. In più, la sanità era disastrosa. Io avevo un calcolo renale e avevo dolori intensi tutti i giorni. La sanità però era un disastro: se non avevi soldi da dare in tasca al dottore, non ti guardavano neanche. In più le liste di attesa erano di 1 anno, quindi dovevo partire assolutamente.

Così mio papà ha venduto gli animali che avevamo e un pezzo di terra per poter recuperare i soldi per mandarmi in Italia».

Anche gli altri della tua famiglia sono partiti?

«Dopo un anno e mezzo dalla mia partenza, ha cercato di raggiungermi mio fratello. Aveva 16 anni. La polizia l’ha beccato. Così è scappato e si è nascosto. Poi è sparito. Non aveva detto a nessuno dove sarebbe andato a vivere. Per sei mesi non abbiamo avuto sue notizie, poi un altro nostro concittadino ci ha riferito di averlo visto a Milano. Quindi, finalmente ci siamo ritrovati».

Com’è stata la tua traversata?

«All’inizio ho cercato di partire con la nave, con documenti falsi visto che sentivo che molti morivano con il gommone. Quindi mi sono procurato un permesso di soggiorno falso, come se fossi stato già in Italia. Pensavo di fregare la polizia. Ma così non è stato. Sono stato scoperto per colpa di una spia. Quindi mi hanno rimpatriato a Valona, da dove ero partito. Appena sbarcato, ho detto a mio papà che sarei partito con il gommone.

Non potevo più stare in Albania, anche per la scuola. Le persone non andavano più a scuola un po’ per paura, un po’ perché non vedevano un futuro. I pochi laureati che c’erano facevano i pastori. Quindi le scuole superiori continuavano a chiudere. Insomma, non vedendo un futuro in Albania e non vedendo come potermi guarire, non avevo altra scelta se non quella di partire con il gommone.

Per questo ho ritentato la fuga, questa volta andando dagli scafisti a Valona. Ai tempi costava un milione di vecchie lire. E la sera stessa siamo partiti. All’inizio del viaggio pensavo solo all’Italia che per me era come l’America, pensavo che sarei guarito, pensavo al buon cibo e alle belle ragazze. Poi, mi sono venuti i brividi.

Pensavo che quel gommone ci avrebbe portato a un altro gommone grande perché quello era piccolissimo. Pensavo proprio fosse solo un piccolo traghetto che ci portava a un gommone nascosto più avanti. Così nel viaggio continuavo a guardarmi intorno, non avrei pensato mai di aver dovuto attraversare tutto il mare con quel piccolo gommone, altrimenti non sarei mai partito. A un certo punto, un compagno che avevo al mio fianco, mi ha detto: “Cosa ti giri a fare? L’Italia è lontanissima. Guarda che attraversiamo tutto con questo gommone”. Avevo molta paura, faceva freddo e l’acqua continuava a venirci addosso. Non ero certo preparato.

Sul gommone piangeva una bambina. Lo scafista ha detto a suo padre che le avrebbe sparato se la bimba non avesse smesso. Abbiamo avuto tanta paura, era successo lo stesso proprio ai miei cugini. Lo scafista aveva sparato a tutti perché il gommone stava imbarcando acqua, così sono morti tutti. Di loro non abbiamo saputo più nulla. Si sentiva spesso che i gommoni sparivano».

Una volta arrivato in Italia, quali sono le differenze che hai riscontrato e cosa hai confermato rispetto alle aspettative?

«Ho notato subito la pulizia. Da noi c’era disordine, cose rotte per la strada. Dell’Italia mi hanno colpito i palazzi ordinati e le facciate pulite. Avevo sentito anche che gli italiani erano gentili, e questo l’ho potuto confermare.

C’è da dire che due italiani, arrivati a Lecce, ci hanno chiesto altri soldi per arrivare in stazione. Si trattava di circa 200mila lire. Loro ci hanno portati in un magazzino abbandonato, poi lì è arrivato un tassista, la mattina dopo, e ci ha chiesto altri soldi per portarci alla stazione.

A parte questo, anche loro sono stati gentili. E anche la famiglia che mi ha accolto è stata molto gentile. Pure il cibo italiano l’ho trovato molto buono, così come avevo sentito dire.

Ciò che non era come pensavo era la “ricchezza”. Ad esempio, io mi aspettavo di ritrovarmi in una grande casa, invece, la casa dove ero accolto era piccola, di campagna, e pure i vestiti erano “umili”. Insomma, la tv ci faceva vedere molta ricchezza, grandi case e vestiti eleganti.

Per le ragazze belle… confermo (ride ndr)».

Hai subito pregiudizi o discriminazioni nei tuoi confronti?

«Il primo giorno, il signore che mi ha accolto mi ha detto: “Se ti comporti bene, se lavori bene, qui in Italia avrai sempre le porte aperte”. Mi sono fissato queste parole nella mente. Lavoravo 13 ore al giorno, tutti i giorni, senza un giorno di riposo. E a me andava bene così. Ero venuto in Italia per lavorare e guarirmi. Loro avevano visto che in Italia lavoravo tanto e non mi lamentavo mai per nulla, così mi hanno aiutato. Insomma, avendo la coscienza a posto, sapevo che gli italiani mi avrebbero voluto bene. Andavo in giro sempre a testa alta. Sapevo che chiunque mi avrebbe voluto bene conoscendomi di persona, anche se prima di incontrarmi aveva pregiudizi verso gli albanesi.

Mi è successo un caso negativo soltanto: alla stazione di Monopoli, i carabinieri mi hanno fatto scendere a forza dal treno perché pensavano che i miei documenti erano falsi. Invece erano già reali. Mi hanno fatto scendere dal treno di forza e mi hanno detto: “Clandestino di merda”, “Albanese di merda”. Ma in 24 anni questo è stato l’unico episodio negativo.

Se una persona ha la coscienza a posto, lavora sempre e si comporta bene, gli italiani non hanno nulla contro di te, anche se sei straniero. Se sei una brava persona, l’istinto umano in automatico ti vuole bene».

Sentendo la tua storia viene automatico fare un parallelismo con l’ondata di immigrazione attuale dall’Africa…

«Chi viene qui, chi rischia la morte, chi attraversa il mare, è perché nel suo paese è disperato. Ovviamente, gli italiani, se vedono che ne arrivano troppi, pensano che siano “troppi”. Così è normale che qualcuno ogni tanto si trovi le porte sbarrate. Ma se una persona ha l’intenzione di venire qui per una vita migliore, per integrarsi e lavorare, va aiutata.

È vero, negli anni dell’immigrazione degli Albanesi si sentiva che alcuni portavano droga. Quindi si può pensare che alcuni facciano la stessa cosa ora. Per questo motivo bisogna controllare chi arriva e mandare via chi arriva con cattive intenzioni.

Spesso però si parla solo di immigrazione. Ma l’immigrazione non è un problema. Se l’Italia cerca di integrare le persone che arrivano, ne trae vantaggio. Perché gli immigrati sono una ricchezza. Sappiamo quanti benefici portano i migranti. Non ci sono solo questioni negative. Chiudendo i porti, di certo, non si riesce a fermare l’immigrazione. Perché se una persona decide di partire, un modo lo trova. Altrimenti si cerca di aiutare gli immigrati al loro paese. Ma spesso ci si “dimentica” di una questione: sarebbe il caso di non depredare tutti i beni che ci sono in Africa e lasciare agli africani la possibilità di sfruttarli insegnando loro come utilizzarli. Invece spesso si priva l’Africa delle sue risorse. Sarebbe un’ottima cosa fare il contrario, così si eviterebbe di far rischiare alle persone la morte con la traversata».

Allora, dopo tanti anni in questo Paese… Cos’è per te l’Italia?

«È il Paese che ho sempre immaginato. È un Paese che ha le porte aperte se hai voglia di fare e di integrarti. Pensa che per il mio libro non ho avuto problemi a trovare una casa editrice. Anche se sono albanese e scrivo in una lingua che non è mia, ho trovato subito le porte aperte. È un Paese che ti dà le opportunità. È quello che ho sempre pensato».

Pensando al futuro, cosa sogni ora?

«Ho altri 3 libri in mente da finire. Uno l’ho già finito ed è sulla vita di receptionist che ho passato in albergo. Ho descritto tutti gli episodi buffi che ho vissuto lì. Dal 2007 ho iniziato ad amare la scrittura. Leggevo un sacco e i miei amici mi dicevano che le mie avventure le avrebbero dovute leggere tutti. Così ho iniziato a scrivere gli episodi buffi che mi sono successi davanti al banco di ricevimento.

Invece, l’altro libro è la continuazione di “C’era una volta un clandestino 2”. Non si chiamerà così ma sarà la seconda parte di ciò che ho già scritto. Ho aggiunto dei dettagli relativi alla cultura albanese e altri aneddoti. Poi devo finire un altro libro iniziato una decina di anni fa.

Inoltre, mi hanno già chiesto di far diventare il mio libro un film. Questo è un altro sogno ma è ancora solo un’ipotesi. In generale, se il mio sogno di scrittore non decollerà, tornerò a fare i lavori di prima. Per ora sto vivendo il mio sogno».

Raccontami l’Albania di oggi. Come l’hai ritrovata?

«È un paese cambiato tantissimo. Ora si vive bene. Ho portato la mia famiglia 4 anni fa, poi l’anno scorso. Nel giro di 3 anni abbiamo visto un cambiamento radicale. Strade costruite, palazzi belli, cultura in fermento. Segno che chi ha vissuto in altri paesi, ora ha portato in Albania ciò che ha visto».

Quindi si può consigliare l’Albania per turismo?

«Sì, decisamente. Altrimenti non porterei lì la mia famiglia. Il mare è splendido e i prezzi sono adeguati, non alti. Costa tutto meno rispetto all’Italia o alla Grecia. Tra pochi anni, probabilmente, i prezzi saliranno».

Per concludere, la tua canzone preferita?

«Il nastro rosa di Lucio Battisti, nella sua versione in spagnolo in particolare. Ascoltavamo molto le canzoni di Battisti quando andavamo a fare vendita porta a porta, lo racconto nel mio secondo libro. Facevamo vendite in tutta la Lombardia con un furgone e ascoltavamo spesso Battisti. Alcune sue canzoni mi davano la pelle d’oca».

Foto apertura © fiordirisorse Flickr

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