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Per Gennaro Spinelli, il fatto di essere di etnia rom, o meglio ‘romanì’, se lo porta orgoglioso fin dal cognome. E mentre le discriminazioni per la sua cultura “durano tutta la vita”, lui cerca di combatterle a colpi di archetto con il suo violino e la sua musica, prettamente romanì, in un tour mondiale.

Dalla sua cassa armonica risuonano quindi musica etnica ma anche jazz, flamenco, classica. Dove per jazz si intende il jazz manouche, scoperto da Django Reinhardt ovvero il più grande chitarrista rom. Il flamenco, manco a dirlo, “è la mania romanì e i rom in Spagna hanno contribuito alla nascita del flamenco”. E poi c’è la musica classica, come la Marcia alla Turca proposta da Mozart ma di origine popolare romanì, la Csárdás, le danze ungheresi di Johannes Brahms e la rapsodia ungherese di Franz Liszt. “Questa per me è musica classica – spiega – Parlo di virtuosismo. È sempre musica classica ma è la mia musica classica, reinterpretata da noi. La porto in giro per il mondo che evidentemente apprezza visto che ho un tour di 4 continenti quest’anno”.

Di fatto, Gennaro suona sia da solista, sia con il gruppo capitanato dal padre, Santino Spinelli, gli Aléxian. E la loro passione per la musica li ha portati in alto, fino a suonare (4 volte), di fronte a Papa Francesco, a incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed essere invitati a diverse trasmissioni televisive come il Tg1, La Vita in Diretta (Rai1) o Tagada (La7). Qui la sua pagina Facebook per seguirlo.

Ma Gennaro non è solo musicista, ma anche attivista a 360 gradi. Dopo le dichiarazioni di Matteo Salvini, sulla presunta necessità di realizzare un censimento dei rom in Italia, ha registrato un video su Facebook, preso dalla passione e dal dolore di una vita di discriminazioni (lo potete ascoltare qui se non siete registrati sul social di Zuckerberg). In poche ore ha raggiunto migliaia di visualizzazioni ed è stato condiviso fin dal New York Times. Così, abbiamo deciso di intervistarlo…

Gennaro Spinelli musicista rom intervista

Chi è Gennaro? Autodefinisciti…

«Gennaro è un violinista italiano di etnia rom».

Cosa significa essere di etnia rom?

«Rom è una cultura. Non è né una religione, né uno Stato, né un culto di appartenenza. Gli elementi culturali di un popolo quali sono? Possiamo partire dalla lingua, tradizioni, usanze, modo di vivere, lo stile di vita inteso come atteggiamento, come propensione alla vita.

Possiamo parlare anche dell’influenza della musica romanì. Ha influenzato le più grandi menti artistiche musicali dell’umanità: parlo di Mozart, con Marcia alla Turca, movimenti marziali e arie con scale romanì. Questo non lo sa nessuno ma Mozart non andò mai in Turchia quindi, quelli che lui sentì, erano i verbunkos romanì.

Quello che dico è scientificamente provato, basato sulla musicologia, sulle scale, sulle propensioni e gli armonici. È scienza musicale. Quando parlo, parlo sempre di numeri, di fatti riconducibili e accaduti realmente. Non vado sull’emozionalità, sono molto quadrato. Per questo quando vado in tv, o quando parlo, le persone si rispecchiano in me: riporto ciò che già è scritto. Non c’è più bisogno di dire nulla, il concetto è questo.

Le persone non sanno quello che è. Tutti pensano di sapere tutto sui rom salvo scoprire di non sapere assolutamente nulla. Mi dicono: “I rom rubano”. E io chiedo: “Quanti ne hai visti?”. E mi rispondono: “Li ho visti sotto i ponti”. Beh, allora se sai che esistono gli aborigeni in Australia, hai studiato. Quindi lo sai, sai che in Italia ci sono i mafiosi e riesci a riconoscerli».

Quali sono i maggiori pregiudizi verso i rom da sfatare?

«Sto scrivendo un libro: “Rom, 10 grandi domande e stereotipi”. Basato proprio su queste grandi domande che ci si fa in Italia.

Per parlare di pregiudizi, ci sono quelli base e poi quelli montati. Quelli base sono, ad esempio, che  “i rom rubano i bambini”. Assomiglia a “i comunisti mangiano i bambini”. Sai che non c’è un solo caso accertato dalla Magistratura italiana di rom che hanno rubato bambini? Tra l’altro i rom sono la popolazione con il maggior tasso di infantilità. Ogni rom ha da 3 a 6 figli: mi dici cosa se ne fa dei figli degli altri? Sembra quasi una battuta ma è la verità. L’età media dei rom in Italia è di 18 anni. Non c’è proprio motivo di rubare bambini.

Un altro pregiudizio è quello che “i rom sono nomadi”. Penso sia il più grande pregiudizio montato nella storia dei pregiudizi. Facendo risultare che i rom sono nomadi per cultura hanno potuto creare i campi nomadi, è il più grande retaggio dopo il nazifascismo. I campi nomadi non rispecchiano assolutamente la cultura romanì, non c’entrano assolutamente nulla».

Perché la cultura romanì, invece, è sedentaria, vero?

«Assolutamente sì. I rom si muovono in maniera coatta. Se mi cacci da un posto, me ne vado. Ma non perché sono nomade. I beduini del deserto sono nomadi, per cultura. I rom, in Europa, no. I rom arrivano dall’India, scappando dalle guerre, come i profughi oggi dall’Africa. Arrivano in Europa e sono perseguitati peggio che in Asia, quindi continuano a scappare. Essendo diversi, di un’altra religione, di un altro colore di pelle, di un’altra usanza: il diverso è sempre stato visto in maniera negativa, in tutte le epoche. Non è cambiato assolutamente nulla in mille anni».

Altri pregiudizi contro i rom da sfatare?

«“I rom rubano per cultura”, non è assolutamente vero. I rom hanno la stessa percentuale di malavita di qualsiasi altra etnia possibile al mondo. Solo che se un rom ruba una mela gli danno 10 pagine su 10 colonne di giornale. Se lo fa chiunque altro, no.

Altra questione, ora si è presa l’usanza di etichettare i rumeni come romeni. Quindi ora tutti gli abitanti della Romania sono rom, puoi essere di qualsiasi posto dei balcani che sei rom. Ecco un altro grande stereotipo. Ovviamente i rom non sono tutti rumeni e i rumeni non sono tutti rom. C’è una grande percentuale ma non è nemmeno la maggiore.

La maggiore percentuale di rom in Europa è in Turchia e in Spagna. I calé di Spagna sono perfettamente integrati, non si vede più la differenza con i rom (lì chiamati appunto calé, ovvero una delle 5 grandi aree dei rom). Non c’è differenza tra calé e spagnoli. Elementi culminanti della cultura spagnola sono stati ripresi proprio dai calé. Sono quasi 4 milioni in Spagna.

C’è anche da dire che ci sono i censimenti che riportano un dato (in Spagna il censimento basilare è attorno ai 2milioni e mezzo) ma nella realtà sono quasi 4 o 5 milioni. Stesso discorso per la romania.

Durante il nazifascismo si sono contati circa tra i 200 e i 500mila rom morti… ma di quelli registrati. Nessun rom prima andava all’anagrafe a registrarsi, vivevano nelle baracche. Quindi loro dove li trovavano, li uccidevano. Il genocidio dei rom, in realtà, si aggira intorno a un milione, un milione e mezzo di unità.

È vero che non bisogna mettere a paragone la sofferenza delle persone. Non si può fare la stessa cosa con le persone. Però gli ebrei si contavano in decine di milioni. I rom, all’inizio del ‘900, erano in totale 12 milioni. Loro hanno fatto fuori il 10%, quasi, della totalità della comunità romanì».

Alexian gruppo musicale rom

Cosa rispondi alla richiesta di Salvini di realizzare un censimento dei rom?

«Il censimento in Italia non è necessario. I numeri delle persone all’interno dei campi, residenti in Italia, ci sono già. Se abiti in un campo sei censito. Sei marchiato completamente, al 100%. Che tu sia Italiano e abbia la cittadinanza o meno, tu sei censito. Se si parla degli extracomunitari che vengono di straforo, siamo attorno alle 5, 10mila unità. Quindi stai creando un problema assolutamente irrilevante. Stiamo parlando dello 0,67% della comunità in Italia. Che problema ti può dare?

La comunità rom in Italia invece è composta da circa 180mila persone. Ma stiamo parlando di persone registrate in quanto rom. È un censimento fatto su base di cognomi e zone ma sono numeri non reali. Il mio è un cognome tipicamente rom e conta, solo in Abruzzo, circa 6mila unità. Ma se conti elementi maschili della cultura romanì oppure elementi femminili che non portano il cognome ma si sono riprodotti ed accoppiati con persone di non cultura romanì, con un altro cognome, i cui figli hanno deciso di non essere rom, allora capiamo che in realtà parliamo di decine di migliaia di persone.

Se diciamo che sono 180mila non stiamo parlando di numeri reali. Nella realtà il numero è maggiore. Parliamo di numeri basilari. Dipende se parliamo del genocidio di rom e sinti nella guerra mondiale, oppure se parliamo di rom nei campi oppure ancora nelle persone stanziali. Sono tutti numeri a ribasso perché molti non sono registrati.

I dati per il censimento esistono già. Ma non si può censire per base etnica perché farlo non è solo quello che ha fatto il nazismo ed è sbagliato a livello umano ed etico. È anche anticostituzionale, illegale, antiumano ed è veramente una grandissima bastardata.

Purtroppo, ogni dittatore si è basato su un altro dittatore. Si parla di psicologia di struttura dittatoriale, ho fatto studi su studi di questo. E Salvini sta facendo esattamente questo. Sta vedendo fin dove può arrivare prima di essere bloccato, in modo da mettere paletti, stanziare una strategia e vedere fino a dove può arrivare. Stanno usando il metodo fascista scientifico per arrivare all’obiettivo. Per quanto malvagio sia, stanno usando la scienza. Sono strategie di comunicazione».

Come si combatte il populismo?

«Con la cultura, con la consapevolezza. Ma con quella universitaria. Perché purtroppo il livello italiano è basilare. Basilare per non dire sotto culturato. Bisogna toccare la massa. Come si fa? Lasciate perdere i giornali, non funzionano più, le persone non leggono, non servono a nulla. Con un video su Facebook arrivi a chiunque. Il mio video è stato ricondiviso oltre 20mila volte. Sulla mia pagina solo 1,5mila ma altri siti lo hanno ricondiviso, fino all’America dove hanno messo i sottotitoli.

Cosa si risponde a Salvini allora? Beh che quello che vuole fare non si può fare. Ho fatto quel video approfittando del mio momento di calore, di emozione. Ero molto arrabbiato, ho preferito il video piuttosto che scrivere un post. Avrei potuto fare pagine e pagine ma non si sarebbe trasmessa la rabbia, la sofferenza, il pathos del rom in quel momento. Perché il mio sentire rappresenta la realtà. Per questo mi hanno contattato fino al New York Times e la BBC. Mi ha contattato Panorama e il settimanale Oggi».

I giornalisti travisano le tue affermazioni?

«Assolutamente. Se parli di giornali, sono tutti strumentalizzati, sia da un lato che dall’altro. Prendi la notizia e la strumentalizzi in base a quello che ti serve. Lo fanno tutti perché i giornali devono vendere, non devono dare informazione. Guarda Studio Aperto e dimmi se quello è un telegiornale. Parliamo di fatti, io sono molto pragmatico.

Se i media, insieme, uniti, volessero far passare un messaggio diverso, non l’avrebbero già fatto? Basterebbe, negli articoli di cronaca, levare l’eteronimo in base alla situazione dalla notizia. Se mi dici che uno ha rubato o ucciso, è giusto che venga riportato, è notizia. Se mi dici ‘lo zingaro uccide’, crei una paura di massa e io vado a scontare anche ciò che non mi riguarda. Io sono completamente incensurato, al 100%. Eppure vengo stereotipato in quanto ‘lo zingaro’».

Gennaro Spinelli musicista rom intervista

Hai subito forti discriminazioni in quanto rom?

«Assolutamente. Tutti della mia comunità hanno subito discriminazioni. Fin da bambini. Ma, attenzione, sappiamo di essere rom fino a che non arriviamo a scuola e scopriamo di essere ‘zingari’. Questo, in sé e per sé racchiude tutte le domande che mi potrai mai fare. Usciamo di casa che siamo romanì, entriamo a scuola e scopriamo di essere zingari. È una cosa tristissima. E stiamo parlando di tutti. Chi in un modo, chi in un altro. Perché nessun tipo di discriminazione è uguale all’altra. Ma sono tutte terribili».

Un esempio di discriminazione?

«A volte, creare empatia sembra facile ma non è così. Facciamo l’esempio della scuola. Magari ci sono quei bambini grassottelli, con i brufoli, con l’apparecchio che si sentono discriminati, sempre al margine e discriminati dagli altri bambini. Magari questi bambini non lo facevano con cattiveria ma nel frattempo gli altri erano discriminati e messi in un angolo. Pensa alla sofferenza di quel bambino. Poi mano a mano le persone crescono, capiscono. I chili si perdono, i brufoli se ne vanno, l’apparecchio si toglie. Vai avanti e prendi la consapevolezza di te stesso. Ecco, arriva lì. E pensa se quello non fosse mai finito».

E per te, tutt’oggi, non è finita questa discriminazione?

«Non è finito assolutamente. E ti dirò di più, peggiora. Ma non per qualcosa che puoi avere a livello fisico, psicologico, umano. No. Perché tu sei nato diverso, perché tu hai un marchio addosso che non hai mai voluto ma che qualcuno ti ha messo. Questa è empatia, questo è capire. Quando le persone si mimetizzano con te. Entrano nei tuoi stati d’animo.

Le persone pensano di credere come ti senti, dicono di non essere mai stati razzisti. Ma razzista è anche uno sguardo, uno sguardo sbagliato. Io stesso sono razzista perché mi hanno fatto diventare razzista. Sono situazioni inconsce che ti hanno indotto a pensare. Fino al 2001, se salivi su un aeroplano e c’era un musulmano con la barba lunga, non pensavi assolutamente a nulla.

Dopo il 2001, c’è la sindrome del terrorista. Se vai sulla metropolitana ti metti le mani in tasca per paura che qualcuno ti rubi il portafoglio. Se vai sull’aereo ti guardi intorno chi hai affianco perché si sa mai che ci sia un terrorista. È il terrore, ma questo lo hanno fatto i media. La strategia del terrore. Non uscire di notte che magari ti succede qualcosa, mica che trovi gli immigrati. Perché, 20 anni fa non c’erano i malintenzionati? Era sicuro uscire 20 anni fa?».

La tua canzone preferita?

«Ce ne sono tante. Sono un amante della mia musica. Amo i miei inni nazionali, sia quello di Mameli che quello Romanì. Quando suono l’inno nazionale, mi dà pathos, emozione, energia. Amo l’Inno di Mameli che amo e adoro, e Gelem Gelem che è l’inno del mio popolo. Quando li canto, quando li suono, mi danno un’emozione diversa rispetto a qualsiasi canzone.

Faccio il musicista, per me la musica è trasmissione di emozioni, trasmissione di momenti. Per me un inno è qualcosa di elevato, di superiore, che non riguarda più solo te, il tuo pubblico, ma parla di tutti. Parla di tutti noi, di tutti gli esseri umani. Per me, cantare l’inno, è come diresiamo tutti esseri umani, vogliamoci tutti bene».

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