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“Mi chiamo Giorgio Bezzecchi, sono un vostro concittadino, concittadino italiano di gruppo zingaro, faccio parte della comunità di rom harvati, gruppo di zingari arrivati durante la Seconda Guerra Mondiale dalla Slovenia – persecuzione degli Ustascia – conseguentemente alla deportazione degli italiani. Mio padre e mia madre sono finiti nel campo di concentramento di Tossicia, in Abruzzo. Invece i miei nonni, più sfortunati, sono finiti ad Auschwitz… e sono passati per il camino.

Sono stato consulente del Comune di Milano, oggi sono consulente del Consiglio di Europa sulla questione Rom e Sinti. Ora collaboro con Romact, programma di partecipazione e collaboro con il Comune di Pavia che ha aderito al programma europeo. Sono un facilitatore per l’integrazione”.

Intervista realizzata da Mirko Galantucci con la collaborazione di Valentina Colombo

A proposito di integrazione, com’è la situazione attuale e come si può migliorare?

“Bisogna chiarire di cosa stiamo parlando. Quando parliamo di zingari o, come noi amiamo definirci, rom e sinti, parliamo di circa 180mila persone, oggi in Italia. La minoranza in Europa quantitativamente più importante. In Italia è molto più piccola, non riconosciuta come minoranza linguistica nonostante una presenza storica: il primo documento storico che parla di rom e sinti è del 1422, nella Cronaca di Forlì.

In un momento di congiuntura sfavorevole, qual è quella di oggi, il mancato riconoscimento di una minoranza linguistica non porta a tutele di protezione della comunità: si parte svantaggiati dal punto di vista normativo e giuridico a livello nazionale. È l’unica minoranza non riconosciuta, oggi, in Italia, nonostante siano numeri relativamente importanti. Parliamo di circa poco più di 100mila cittadini italiani. Oltre il 50% è minore di 16 anni: quindi parliamo del popolo dei bambini. Scolarizzazione molto bassa. Natalità, mortalità, disoccupazione e analfabetismo paragonabili a quelli della Bolivia, uno dei paesi del terzo, quarto mondo.

Cosa si può fare? Ci sarebbe molto da fare. Ci stiamo provando con il programma di partecipazione. Solo che il momento non è assolutamente favorevole, in generale. La globalizzazione ha portato dei problemi molto grossi, anche su questa questione”.

rom

Cioè, secondo te, la globalizzazione non ha contribuito ad apprezzare le comunità differenti ma…

“Ha creato ulteriori chiusure. Non tanto la globalizzazione, quanto il periodo economico. Un insieme di circostanze ha portato a ulteriori chiusure: ognuno cerca di coltivare il proprio orticello. Lo vediamo con l’immigrazione”.

Per quanto riguarda l’Europa – ci dicevi che fai parte del Consiglio d’Europa – negli altri Stati, come viene percepita la comunità Rom? Ci sono differenze rispetto all’Italia?

“Per l’Italia, come dicevo, parliamo di numeri infinitamente piccoli. Circa 180mila rom. Ci sono nazioni, come la Romania, dove sono una minoranza molto importante: 3milioni. In Spagna, ci sono 600mila gitani solo in Andalusia, quindi numeri già più importanti. Ma la situazione non cambia particolarmente, è sempre una situazione difficile, trattata in modo molto superficiale. Essendo una minoranza riconosciuta a livello europeo – con 10/11milioni – c’è l’attenzione del Consiglio d’Europa ma non c’è l’attenzione negli Stati in cui sono cittadini Rom e Sinti”.

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Giorgio Bezzecchi con l’assessore Alice Moggi di Pavia

Rom, Sinti e Camminanti: quali differenze?

“Sono notevoli. Facciamo prima a dire cosa ci accomuna: l’origine, quindi questa regione nord occidentale dell’India e la lingua, il sanscrito (indiano). Poi, entrando nello specifico, parliamo di centinaia di famiglie allargate, centinaia di clan, centinaia di gruppi.

I Camminanti sono cittadini italiani, soprattutto da Noto, in provincia di Siracusa. Questo gruppo passa attraverso l’Italia periodicamente, soprattutto per Milano. Hanno un nomadismo legato all’attività lavorativa. Sono ombrellai, affilatori, etc. Praticano il nomadismo, non hanno origine comune alla nostra, è un gruppo nomade. Loro non sono di cultura orale, non parlano su base sanscrito etc”.

zingari

Avete una cultura orale. Come si tramandano, quindi, le tradizioni?

“Viene tramandata da padre in figlio. Se entriamo nello specifico, solo a Milano abbiamo 30 sottogruppi. Per l’Italia è più semplice perché ci sono Rom e Sinti. Se ci allarghiamo a un quadro europeo parliamo di Rom, Sinti, Manouches, Romanichals, Gitani, etc. c’è da perdersi. E questi hanno i sottogruppi: gli Harvati, gli istriani, gli abruzzesi, i Sinti piemontesi, i Sinti lombardi. E ogni gruppo è di religione diversa, a seconda del territorio di origine. Se hai i rom Khorakhanè, provenienti dalla Bosnia, sono musulmani. Quelli da Francia o Italia sono cattolici. Se invece provengono dalla Romania, possono essere ortodossi. Ci vorrebbero ore per parlare di ogni comunità”.

Riguardo a nazismo e deportazioni, perché venivano deportati i Rom?

“All’inizio, coi primi arrivi, ad esempio in Spagna, alla fine del ‘400, chi parlava in lingua zingara, veniva fustigato e poi deportato e non poteva vestire con gli abiti tradizionali. Per questo in Spagna i gitani non parlano su base sanscrito, hanno perso l’uso della lingua. Il Consiglio d’Europa ha fatto una standardizzazione: alcuni ragazzi hanno partecipato alla scuola estiva per la Comunità e parlano in standard, una cosa presa e costruita su misura.

Secondo l’editto di Milano, chi uccide uno zingaro non commette reato e può appropriarsi delle sue cose”.

Ma qual era la motivazione? La contaminazione della razza?

“Il discorso è molto articolato. Non credo che fosse un problema razziale. È iniziato nell’800 ma non solo per Rom e Sinti. Conseguentemente abbiamo il periodo nazista e quindi lo sterminio di chi è diverso. quindi per eccellenza, comunità ebraica, Rom e Sinti”.

Abbiamo letto da più fonti che studi nazisti sostenevano che l’origine della razza ariana fosse simile a quella dei Rom…

“Noi siamo sempre gli ultimi. Anche gli ultimi ariani: l’ultima ondata di ariani è quella degli zingari. Siamo gli ultimi ariani giunta in Europa. Di origine indiana, deportati. La ‘soluzione finale’ era motivata in quanto ‘asociali’. Si pensava che avessimo un gene, il Wandergen, l’istinto al nomadismo, da ricerche pseudoscientifiche che hanno portato alla soluzione finale che è stata Auschwitz, perché ariani.

C’era un largo utilizzo, come cavie, di Rom e Sinti. Il dottor Mengele, l’angelo della morte, all’interno di Birkenau (Auschwitz II), amava e prediligeva, fare esperimenti sui gemelli zingari, perché ariani”.

Quindi il motivo della persecuzione era l’asocialità?

“Sì, fermo restando che restava di base razziale: ebrei e zingari perché diversi”.

Dopo il nazismo, perché non c’è stata una riabilitazione del popolo zingaro?

“Fino al 1973, nella vicinissima e civilissima Svizzera, c’era un ente morale, la Pro Juventute, che ritirava i bambini zingari e li sterilizzava. Quindi si è continuato. Molti rappresentanti di partiti estremisti ne fanno un cavallo di battaglia politico della questione Rom, Sinti e stranieri. Salvini dice ‘ruspe’. Questo, certo, non aiuta. Lui, come quasi tutti, parlano degli zingari con grossa visibilità sociale. parlano degli zingari della metropolitana. Anche a me dà fastidio la zingara che insiste per avere l’euro per pulirmi i vetri e magari me lo sporcano. Ecco il capro espiatorio: criminalizzare. La maggior parte non appare: si parla di nomadi mentre noi siamo stanziali. Se la storia ci insegna: dal 1100 al 1300, stanziali in Grecia. Vi erano gruppi di zingari che amministravano anche la giustizia, soggetti al doge di Venezia. Appena scoppiava una carestia, una lotta, una guerra, c’era un allontanamento da quelle zone.

Gli zingari sono l’unico popolo che non hanno mai preso parte a una guerra. Infatti Fabrizio De Andrè, mio caro amico, diceva sempre che dovrebbero ricevere il Premio Nobel per la pace… eravamo amici”.

Ti abbiamo sentito parlare anche delle classi speciali in Italia…

“La scolarizzazione è iniziata in Italia alla fine degli anni ’60. L’Opera Nomadi, con il Ministero della Pubblica Istruzione, ha creato una convenzione per aprire le classi speciali “lacio drom. Le ho frequentate: per andare a scuola avevi tre file: la fila dei bambini zingari, la fila dei bambini handicappati e la fila dei bambini ‘normali’. La scolarizzazione è partita recentemente in Italia. Tuttora gli iscritti risultano essere solo un 45% di bambini. Numeri molto bassi”.

Nonostante stiamo parlando di cittadini italiani…

“Esatto”.

rom lombardia

In Europa, invece? Abbiamo sentito dire che solo in Italia ci sono i campi rom, istituzionalizzati dai Comuni…

“Vero. Però hanno anche loro dei ghetti. Ho sempre trovato dei campi, non sono istituzionalizzati come in Italia ma sono tollerati. La situazione non è molto diversa: con numeri più alti, diventa più pesante. Ce lo insegna l’Ungheria, dove sparano agli zingari”.

A te o alla tua famiglia, invece, è mai successo un caso di discriminazione del genere?

“Tanti. Quotidianamente. Se mi presento posso sembrare un meridionale, un arabo, mai uno zingaro. Se uno inizia a parlare degli zingari, potete immaginare cosa può non dire. E io sono lì che ascolto e devo far finta di nulla”.

Quindi, in quei casi, non rispondi?

“A seconda dei casi. Se ho tempo, non ho tempo. Il caso varia di volta in volta, anche se diventa difficile”.

Fa stare male o ci si abitua?

“No, fa sempre stare male. Non ci si abitua. Credo che porti chiusura da parte dei componenti della comunità. Crea separazione e, soprattutto, difficoltà di comunicazione tra maggioranza e minoranza. La maggioranza non fa nulla per creare dei canali per riconoscere e tutelare le minoranze. Mentre non siamo nemmeno riconosciuti come minoranza linguistica”.

Decreto emergenza 2008, decreto Berlusconi… cosa ricordi?

“Nel giugno di quell’anno abbiamo avuto il decreto Berlusconi. Prima quello sull’emergenza rifiuti di Napoli, poi emergenza nomadi. Il guardasigilli allora era Maroni. In questo decreto si raccoglievano le impronte anche ai bambini. Tra i primi schedati del nord Italia c’è stata la mia famiglia. Siamo cittadini italiani resistenti, regolarmente registrati all’anagrafe. Il mio era il più piccolo campo comunale di Milano, parliamo di circa una 30ina di persone. Una mattina, all’alba, oltre 60 agenti tra polizia di stato, carabinieri, polizia comunale, in tenuta antisommossa, con furgone della scientifica, hanno circondato il campo. Nessuno poteva entrare, nessuno uscire. E hanno iniziato a fare dei rilievi fotografici”.

Perché l’hanno fatto? Una mossa mediatica?

“Evidentemente sì. Poi non si schedano i cittadini. Non vedo perché io devo essere schedato e tu no”.

Se non sono neppure riconosciuto come minoranza…

“No, infatti… l’impronta la prendi a chi ha precedenti penali. Non è il caso mio e della mia famiglia, non essendo mai stati in galera. E poi i bambini… di 5 o 6 anni. Ed è stato realizzato un archivio parallelo. Era accaduto già, in Italia, nel ’41: il Ministro dell’Interni aveva emesso l’ordinanza in cui andavano schedati tutti gli zingari presenti nel territorio nazionale, prima gli stranieri, poi gli italiani, con conseguente internamento nei campi di concentramento. I miei, anche se di origine slovena, erano italiani. Erano sfuggiti al regime, messi su carri di bestiame e deportati nei campi di concentramento”.

I tuoi genitori come hanno commentato il decreto del 2008?

“Mio padre ringraziava gli agenti di polizia per quello che hanno fatto. È uscito un commissario europeo su nostra richiesta per verificare la situazione. Però, mio padre ha ringraziato gli agenti: saputo che arrivava il commissario europeo, è arrivato il comandante della polizia municipale, il comandante dei carabinieri, il comandante della polizia. Mio padre è andato a dire che hanno fatto un ottimo lavoro dicendo che vota Lega… questo perché è stato in un campo di concentramento. Potete immaginare. Naturalmente non vota Lega e l’intervento è stato forte.

60 agenti per 30 persone di cui il 50% bambini… non è simpatico: svegliarsi all’alba e trovare agenti antisommossa. E il tutto si è svolto nel silenzio della società civile. Ho pensato alla comunità ebraica, la marcia per andare al binario centrale, per ricordo della deportazione con il silenzio della società civile. Oggi il registro parallelo è stato distrutto ma occorre sempre tenere la guardia alta, soprattutto in periodi difficili come questo”.

Cosa dicono, invece, i tuoi genitori della deportazione durante la guerra?

“Lo tengono nascosto. Non ne parlano. Anche perché hanno patito molto, troppo. Sono spaventati. Conseguentemente all’arrivo degli alleati sono stati liberati e hanno continuato a nomadizzare. Non si sono fermati sino al ’68. Hanno continuato a girare, spaventati. Sono morti i due nonni, uccisi tutti e due. L’internamento, per quanto in Italia fosse meno pesante, sicuramente è sempre stato difficile: non c’erano coperte, non c’erano vestiti, erano casermoni senza riscaldamento, poco mangiare. Non ne parlano volentieri. Credo che ci sia anche un po’ di morale di fondo: per sopravvivere si è fatto di tutto, quindi si tende a rimuovere. Si guarda avanti e si vive nel presente: vivono nel presente. Essendoci anche il culto dei morti – dei morti non si parla – e in quel periodo è pieno di morti”.

Cosa implica il culto dei morti?

“Oltre a non parlare dei morti, a un mese dal decesso, si fa un pranzo. Prima di sedersi ci si lava le mani… insomma si tratta di un insieme di rituali. E tutto ciò che apparteneva al morto viene bruciato”.

È un culto che accomuna tutti gruppi?

“Sì, è l’unico culto che abbiamo in comune, indipendentemente dalle religioni.

La caratteristica dello zingaro è il rivedere un po’ tutto. La flessibilità, l’adattarsi, l’elasticità. Adattarsi al sistema e aspettare.

La questione sarebbe molto complessa, ci sarebbe molto da dire… ad esempio, parliamo di me: a Milano io sono stato il primo iscritto a una scuola media e, poi, a una scuola superiore. Sono stato il primo zingaro con maturità a Milano. Oggi, invece, siamo già a decine. Io ero il primo scolarizzato. È relativamente recente la scolarizzazione per gli zingari. Fino al 1983 c’erano le classi speciali”.

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Le famiglie allargate, invece, è una caratteristica che mantenete?

“Sì. Ad esempio, qui vicino abitano mio figlio e altri membri della mia famiglia. riproduciamo quello che era il campo. E vedi, nel mio giardino c’è sempre il camper. Resta il concetto, il concetto della territorialità, dello spazio e del territorio è diverso. Non è che io non abbia il senso della proprietà come zingaro: recinto e chiudo ma è un concetto provvisorio. Oggi chiudo, domani chi lo sa”.

Ma i tuoi nonni erano nomadi?

No, stanziali. La storia ci insegna: siamo stanziali, non nomadi. Solo il 3% degli zingari sono nomadi. Si parla più di filosofia nomadica, è un valore di riferimento diverso. Quanto incide sul mio senso di proprietà: è una proprietà di oggi, non eterna. C’è la proprietà privata ma è provvisorio, è tutto provvisorio.

La Lega ci dice ‘ma voi siete nomadi, girate’. No, non siamo nomadi. Anche il termine zingari ha un connotato dispregiativo…

Ma tu lo hai usato molto…

“Io lavoro all’università a Pavia. Quando sono in aula o ci sono seminari e dibattiti, per capire di cosa stiamo parlando, uso il termine zingari. Parto dicendo che amiamo autodefinirci Rom o Sinti ma userò il termine zingaro anche se non mi piace che gli altri lo usino.

Parlando di pregiudizi in generale: gli zingari rubano? Sì, anche. Lavorano? Sì, anche. C’è un alto tasso di disoccupazione. La prospettiva di vita media per uno zingaro, oggi, a Milano, è di circa 52 anni. C’è la negazione della malattia: non si fa prevenzione. C’è un esorcismo nei confronti della malattia, non si fa prevenzione e si usufruisce solo del pronto soccorso. Poi, come tutte le minoranze, emerge tabagismo, alcolismo, etc”.

Riguardo al rubare, penso a una frase di De André. Diceva che la globalizzazione, sostanzialmente, ha eliminato le possibilità di lavoro per alcune categorie come giostrai e lavoratori dei metalli, portando quindi a una diminuzione di queste professioni e quindi a un aumento dei furti. C’è veramente, in percentuale, questa situazione riguardo i Rom?

“Quando parliamo dei Rom, dobbiamo capire di quale comunità. Stiamo generalizzando. Prendi la mia famiglia: a Milano, la mia famiglia, sono piccoli Svizzeri. Massima occupazione, massima scolarizzazione. Poi, essendo famiglia allargata, hai l’alcolista… c’è il brutto e il bello.

In quanti sanno che Elvis Presley è zingaro? Così come Charlie Chaplin, Rita Hayworth, un presidente del Brasile, Pirlo… anche se lui nega. Lo capisco… vive di sponsor.  Ma ci sono zingari nella polizia, in tutte le attività e devono nascondere le loro origini”.

Così si vede solo lo zingaro che chiede l’elemosina…

“Esatto. Quanti sanno che 7 zingari lavorano nelle agenzie doganali e hanno le chiavi delle casseforti? Questi poverelli rinnegano le loro origini da 30anni. Oggi pensano, come migliaia di altri italiani, alla pensione. Insomma, si tende sempre a parlare dello zingaro con grossa visibilità sociale…”.

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Tornando alla famiglia allargata, è un concetto molto presente anche negli anni attuali. Ma c’è anche un forte adattarsi alle nuove condizioni, questo non si scontra con la cultura?

“Non parlerei di integrazione, parlerei di punti di incontro. Due persone hanno detto che lo zingaro si piega, si adatta: l’acciaio si spezza”.

Parliamo della tua amicizia con Fabrizio De André…

“Nel suo ultimo cd, prima di morire, mi ha chiesto una consulenza per capire meglio le comunità Rom e Sinti. È rimasto colpito dalla comunità dei Rom Khorakhanè, da qui il titolo della canzone. Sono i Rom musulmani della Bosnia, i più poveri fra gli zingari. Lui era rimasto particolarmente affascinato da questo argomento. Da una piccola consulenza che doveva essere di poche ore, si è protratta per mesi. Siamo andati avanti per mesi diventando compagni di bevute”.

Da cosa è stato colpito in particolare dei Khorakhanè, De André?

“È rimasto colpito da questa grossa distanza tra un gruppo e l’altro e da tutte queste persecuzioni che patiscono le comunità Rom, soprattutto le più povere”.

Per la stesura della canzone, in che modo hai collaborato?

“Oltre alla consulenza, ho anche tradotto l’ultima parte cantata in Romanes Khoranici di Khorakhanè. Ne abbiamo ampiamente discusso, la cosa è andata avanti molto per le lunghe. Eravamo entrambi affascinati uno dall’altro. Fabrizio era uno che ti assorbiva, ti raccoglieva tutto. Per me era una delle tante consulenze. Ho lavorato con il regista Soldini, Celentano, con tantissimi artisti. De André lo conoscevo solo per Bocca di Rosa, perché orecchiabile. E questa cosa credo che l’abbia colpito. A me, che fosse Fabrizio De André… lui continuava a cercare me e io cercavo di evitarlo. Di mattina presto iniziavamo già a fare gli aperitivi… diventava pesante perché dovevo andare in servizio, ero dipendente del Comune di Milano e lui mi trascinava. Lo facevo volentieri ma diventava difficile conciliare l’attività di sportello all’ufficio nomadi dopo una mattina passata con Fabrizio De André. Comunque, era un grande. È rimasto affascinato, credo, dal mio considerarlo alla pari. Visto che non andavo nel suo studio a Milano per le mie consulenze, lui è venuto da me in ufficio: c’era solo un altro collega maschio e altre dieci colleghe. Quando è entrato Fabrizio De André, potete immaginare… con il tempo ho capito che era anche un pozzo di cultura, ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo, soprattutto per la ricchezza del suo bagaglio culturale, la sua capacità di disquisire di più argomenti a me anche sconosciuti. Poteva parlare di qualsiasi argomento, era un pozzo di cultura. Aveva anche capacità di lettura, del disagio. Era diventato lui il consulente, l’esperto sulla questione Rom e Sinti dopo che abbiamo trascorso insieme un paio di mesi.”

Era nato un rapporto di vera amicizia, sana, normale. Non c’era un interesse economico, lavorativo. C’era solo l’incontrarsi e bere insieme. Patatine e Campari. Campari rosso. E pensa che in quell’ultimo periodo risulta che lui non bevesse perché era già malato. Gli unici momenti liberi che aveva erano con me, nel ’96. Io però non lo sapevo. Ufficialmente lui non beveva perché malato. Sono l’unico che dice che beveva perché con me lo faceva. È venuto a prendermi il collega nel mio ufficio, siamo usciti io e lui e non so chi era più ubriaco. Lui reggeva meglio… sotto c’era il bar, facevano venire su al suo studio patatine e Campari.

Paolo Finzi della Rivista Anarchica era un nostro amico comune. Fabrizio era un po’ anarcoide e dava dei contribuiti. Ha dato un “pacco di soldi anche a me” … era felice di dare. Mi sono accorto che fosse un grande solo all’ultimo. Beppe Grillo, che era suo amico. Era probabilmente geloso dell’amicizia che dimostrava Fabrizio De André nei miei confronti: al lancio del cd, siamo andati a mangiare la tagliata. Sono andato con un mio collega. C’erano giornalisti, Grillo e altri… Fabrizio mi ha messo al centro del ristorante e ogni 5 minuti ci veniva a chiedere se tutto andasse bene. Grillo mi guardava male. Non ci ho parlato ma so che mi ha guardato male. Mi è sembrata una scenata di gelosia perché Fabrizio non se lo filava più di tanto e veniva da me. Fabrizio non guardava gli altri, non guardava giornalisti e altri personaggi, voleva solo stare lì e mangiare con noi. Noi ci divertivamo, era venuta pure gente di un certo livello e a lui faceva piacere vedere questi due che se ne fregavano degli altri…”.

Eppure l’immagine che ha dato era di una persona cupa…

“Vero, era molto introverso. Ma parlava, parlava, parlava… un grande”.

Ci suggerisci due canzoni?

“Gelem Gelem (inno Rom) e Ederlezi, un ‘pianto’ di Goran Bregović”.

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