Giulio Bailetti e i suoi “Incontri di letteratura spontanea”. L’insegnante che unisce Italia e Germania

È con gioia che partecipo agli incontri di letteratura spontanea nella città di München (Monaco di Baviera), in cui vivo da parecchi anni, organizzati da Giulio Bailetti. Un “personaggio” con una folta chioma di capelli bianchi come la neve, una voce carezzevole, tanta pazienza e soprattutto una grande passione.

L’atmosfera dei nostri incontri è serena, leggera e di condivisione. L’aria che si respira è semplice e socievole, di belle persone in carne e ossa. Ci accomuna la passione per la lingua italiana e il suo suono. Gli stranieri, con il loro simpatico accento e dedizione, ti strappano un sorriso ogni volta.

Purtroppo da un po’ di tempo tutto questo è rimasto un bel ricordo, causa corona virus. Giulio non si è arreso e ha combattuto il virus con incontri online. Non è la stessa cosa, però rimane sempre un punto d’incontro.

Ma ora la parola a Giulio che magistralmente organizza questi incontri e a cui io sono molto grata.

Ciao Giulio presentati e raccontami: com’è nata la tua passione per l’insegnamento? Da avvocato a insegnante.

Sono romano di nascita ma abito fisso a Monaco dall’83. Per la verità negli anni ’70 ero già stato qui per due o tre anni. La città mi era molto piaciuta allora. Mi ci ero fatto amici. Così ho pensato bene di ritornarci, quando mi sono poi trovato in grande difficoltà.

Diciamo subito che la giurisprudenza, così come l’avevo imparata all’università, è risultata invece poi molto diversa da quella praticata nei tribunali e dintorni. Allora, un bel giorno ho lasciato a Roma il traffico, la mia mansarda, il lavoro dallo zio notaio, la famiglia e gli amici. Sono arrivato qui e ho ricominciato una nuova vita. Ho fatto proprio come se si potesse. Avevo quasi 35 anni. Si poteva infatti.

Sono arrivato con il mio zaino verde e 400 marchi in tasca. All’inizio, per molti mesi, ho cambiato molte case. Sono andato spesso vagando da un amico all’altro e da un posto a un altro. Il programma era di insegnare da quel momento in poi, forse anche per purificarmi un po’, solo l’italiano agli stranieri. Una certa esperienza ce l’avevo già. A Roma la mia ragazza tedesca alla fine l’aveva in qualche modo imparato. Io l’avevo assistita.

In realtà Monaco si è poi rivelata la mia salvezza. Trascorso un anno, avevo già trovato il lavoro che mi piaceva, la donna con cui poter finalmente avere i miei figli (2) e il nostro bell’appartamento. La quantità dei soldi non era affatto essenziale. L’essenziale era la qualità. I partecipanti a miei corsi mi pagavano volentieri, per quello che da me ricevevano. Sentivo che mi davano volentieri quei soldi. Era una sensazione mai provata prima. Ne ero felice.

Sempre più spesso i partecipanti poi mi chiedevano di andare una buona volta insieme a loro in Italia, da qualsiasi parte avessi mai voluto, ma a praticare anche un po’ al mare, quello che qui loro imparavano solo sulla carta. Per 15 anni, dal 1986 al 2000, ho così organizzato e condotto, parallelamente al mio lavoro d’insegnante a Monaco che tuttora ancora esercito, vacanze linguistiche alle 5 Terre. Le organizzavo nei periodi di Pasqua, di Pentecoste, a settembre e a inizio ottobre. Solo dopo sono nati gli incontri di letteratura spontanea.

Giulio Bailetti

Cosa ti ha spinto a creare questi incontri?

Un pomeriggio, all’Istituto Italiano di Cultura, durante la pausa di un film, l’allora direttrice, Signora Ries-Losengo, ed io ci siamo per caso trovati da soli fuori dalla Casa d’Italia a fumare. Tra due fumatori si stabilisce spesso una certa intimità. Trovai allora così la forza necessaria per accennarle una mia vaga e vecchia idea.

Le vacanze linguistiche le avevo da poco terminate. Per molti anni in quel lungo periodo avevo convissuto in Liguria per settimane con parecchi tedeschi, che al mare con me volevano imparare o perfezionare la nostra lingua, provare la nostra cucina e il nostro stile di vita. Sentivo allora l’esigenza di trovare presto qualcosa di simile, un loro surrogato che mi permettesse di stare ancora tra italiani e tedeschi e di comunicare e di confrontarmi spesso con loro. Ne sentivo quasi un bisogno fisico. Avevo una traccia, un vecchio ricordo indelebile, che mi indicava la strada.  

Agli inizi degli anni ’70 ero alla facoltà di Giurisprudenza a Roma. Era il periodo delle contestazioni e delle occupazioni in generale, ma la nostra era una facoltà un po’ speciale. Nelle altre c’era il movimento studentesco, tante ragazze e ragazzi vestiti di tutti i colori, che si agitavano dappertutto e sembravano sempre avere molte cose urgenti da fare. Da noi si entrava invece a passo lento, spesso con il vestito e la cravatta, si dava del lei pure al custode e agli assistenti.

Anche la nostra facoltà fu poi occupata, ma da fascisti, travestiti da studenti del movimento. Avevano rubato documenti compromettenti, che provavano raccomandazioni e favoritismi vari. Con questi ricattavano i potenti,“i baroni” della facoltà: insomma diciamo che lì c’era proprio un gran brutto ambiente, spesso pure violento e molto pericoloso.

A volte allora me ne andavo in giro nelle altre facoltà a respirare un po’ d’aria pulita. Mi trovavo bene specialmente alla facoltà di Lettere: scritte variopinte sui muri, carta e giornali in terra ovunque, gran frastuono di voci e di grida, sguardi sinceri e tutti che si davano finalmente del tu.

In una di queste mie ricorrenti e ricostituenti peregrinazioni, incontrai una simpatica coppia di studenti che mi parlò del loro interessante gruppo teatrale. Se ne andavano in pratica in giro nei quartieri di Roma a presentare il TRIBUNALE RUSSEL, Tribunale internazionale contro i crimini di guerra degli americani in Vietnam. L’idea era troppo bella. Cercavano un tecnico delle luci. Mi aggregai subito. Avevo trovato il mio gruppo.

Lo spettacolo era affascinante. Si apriva con informazioni generali sui crimini umanitari commessi con regolarità dagli americani in questa guerra. Poi venivano le varie testimonianze. Quando tutto era buio, io accendevo un faro (sic!) che illuminava uno studente in ginocchio e con le mani giunte, vestito da contadino vietnamita, forse a volte un vietcong chissà, che raccontava quando, come e perché era morto e insieme a chi, pur se innocente/i. Le storie erano vere e struggenti. Alla fine la gente era commossa e anche noi stessi del gruppo teatrale sempre lo eravamo.

Ecco, molti anni dopo, qui a Monaco, più di vent’anni fa ormai, avevo spesso ripensato a queste testimonianze. Questa volta però immaginavo altro. Immaginavo italiani e tedeschi, testimoni oculari della propria vita, che si raccontano agli altri, non più a mani giunte, né in ginocchio, né dall’oltre tomba, ma ora, in vita, seduti, adesso.

Parlai alla direttrice in modo un po’ confuso di questa mia idea. Su due piedi mi venne anche in mente un nome. Non so bene perché, la chiamai “letteratura spontanea”. La letteratura spontanea era allora quella che qualcuno veniva a raccontare, quando aveva veramente vissuto, visto o sentito qualcosa. Era un po’ come nel processo penale. Lì c’erano a volte le cosiddette testimonianze spontanee, spesso molto diverse da quelle preconfezionate dell’accusa o della difesa. La direttrice mi sembrò positivamente interessata. Mi disse che si sarebbe fatta sentire. Poi dopo un mesetto mi diede l’ok.

Giulio Bailetti

Cosa porti con te ogni volta?

Ogni volta porto con me la speranza che siano in molti quelli che sentano il bisogno e abbiano il relativo coraggio di raccontarsi in qualche modo. Secondo me poi il bisogno è di tutti. È il coraggio invece quello che a volte manca. Il fatto è che la vita, vista come competizione, incoraggia sempre chi vince e scoraggia chi perde. La conseguenza è poi che chi vince, incoraggiato, si appresta a rivincere ancora e invece chi perde, scoraggiato, spesso si ritira e non si esprime più affatto. Il vero scopo dei nostri incontri è invece principalmente quello di raccogliere espressioni e contributi, che in giro altrimenti si vedono e si sentono difficilmente.  

Di sicuro non è un salotto letterario, come alcuni spesso ancora ipotizzano. Io lo definirei più come un’osteria, in cui le cose mai dette e che quindi fanno ancora male dentro, escano finalmente fuori, tra la solidarietà degli altri. Tentiamo in pratica prima di scovare il nascosto e poi di farlo uscire allo scoperto. L’interno di tutti così si alleggerisce.

Ogni volta però, insieme a questa speranza, porto con me anche un certo timore. La vita, intesa come competizione, sottintende e porta infatti con sé anche la necessità di imporre le proprie opinioni agli altri, pena il vedere al contrario imposte a se stessi le opinioni altrui. La mia paura quindi è sempre quella che nell’incontro spunti poi fuori qualcuno ben allenato alla dura competizione del vinca il più forte. In questi sfortunati casi, al posto del nostro incontro bello e sereno, avrebbe invece luogo un aspro dibattito tra due o tre partecipanti. Loro monopolizzerebbero l’incontro. Gli altri tacerebbero intimiditi. Prima illusi e poi delusi, probabilmente non tornerebbero neppure mai più. Sarebbe la fine della letteratura spontanea, come sopra intesa.

Non è mai facile per me in questi casi prima prevenire e poi nel caso far cessare tali indesiderati scontri verbali. A maggior ragione poi non è facile, non potendo io ricorrere a metodi autoritari contrari allo spirito generale dell’iniziativa.

Diciamo anche che ora, dopo una ventina di anni di esperienza, riesco in qualche modo a gestire un po’ meglio tali spiacevoli situazioni. In passato però mi è stato spesso difficile difendere il fondamento su cui si basano i nostri incontri. Ci deve cioè essere sempre tempo e spazio per le espressioni di tutti. Le proprie idee si esprimono con il proprio contributo all’incontro, non nel contestare quello degli altri. Questo non è il posto adatto per scimmiottare i diseducativi talk show che molti tutti i giorni assorbono inconsapevolmente dai media. Il pericolo non è del resto affatto scomparso, anzi. Questo pericolo è sempre pronto in agguato dietro il prossimo angolo.

Giulio Bailetti

C’è un racconto in particolare che ti è rimasto impresso e che ti va di raccontare?

A questo proposito vorrei raccontare qui un mio vecchio ricordo degli anni ‘50: “Il giro d’italia con le palline”.

Mia madre si fidava anche della vicina Parrocchia, ma lì un po’ si sbagliava. Forse i preti erano gentili con lei, che era donna, fedele e carina. Con me però lo erano molto meno. Di bello c’era a maggio, mese per il resto dedicato alla Madonna, il giro d’Italia con le palline di vetro. Ogni giorno facevamo una tappa. Durava, mi ricordo, due settimane. I più grandi, diretti dal prete responsabile, qualche giorno prima scavavano nella terra la grande pista con le curve, i rettilinei e anche le montagne, fatte invece con la creta.

Proprio le montagne non erano affatto facili, come poi quelle vere per i ciclisti. Anche perché il canale tracciato era stretto e c’erano le curve. Dovevi calcolare bene cioè la forza dell’impulso del dito e la direzione esatta del lancio. La pallina doveva assolutamente salire alta sulla prima curva, ma non troppo, senza uscire. Doveva poi affrontare bene la seconda e la terza ed eventualmente la quarta e la quinta curva e rimanere dentro al canale, anche se traballando pericolosamente. Il problema era riuscire in qualche modo a raggiungere la cima della montagna. Altrimenti la pallina sarebbe ricaduta miseramente all’indietro, fino al punto di partenza, se non addirittura oltre, tra i ghigni degli altri. Raggiunta la vetta, la discesa poi veniva da sola ed era come un trionfo, anche con battito di mani a volte. Per un bambino non era proprio facile. Ma questo a mia madre non lo dissi.

Così s’imparava anche un po’ di geografia, che so, Roma-Battipaglia per esempio. Tutto era come nella cartina geografica, che invece pendeva inerte e trascurata alla parete della scuola. C’erano tante palline colorate, rigorosamente tutte un po’ diverse nei fasci di colore, ma non nella grandezza. C’erano il gruppone multicolore, le fughe e i ritardatari. Era anche esteticamente per me tutto molto bello, come forse nel giro vero, che per altro non avevamo mai visto, perché allora non c’era la televisione.

Quando toccava a te, eri emozionato, perché tutti ti guardavano e tutti, si sa, avrebbero voluto vincere. Questo era già chiaro. Era poi anche una buona scuola per la vita. Erano pochi infatti, non dico quelli che facevano il tifo per te (al massimo un paio di amici, quando c’erano), ma quelli almeno neutrali. Lì era già completo stress da competizione. La mano che dava la schicchera, noi la chiamavamo così, spesso si vedeva pure a occhio nudo, che un po’ tremava.

Ogni corridore-pallina aveva diritto ogni volta a tre tiri. Chi arrivava, dopo ore che stavamo tutti accovacciati, con meno tiri al traguardo aveva vinto. Il primo in classifica indossava allora una vera maglia rosa e ci andava in giro fiero, riverito e rispettato davanti a tutti (le ragazze però ancora non c’erano), almeno fino al giorno dopo. La classifica della tappa e quella generale, con i tiri di distacco tra i partecipanti e i ritirati della giornata, veniva poi affissa nel portico del cortile, appena possibile. Lì si formavano allora i capannelli dei partecipanti e del pubblico per i commenti a caldo, come un primo rustico processo alla tappa. Di doping allora non se ne parlava.

Ecco, i ritirati. I ritirati erano ogni giorno un discreto numero. La cosa succedeva più o meno così. La tappa era praticamente già finita. Si conosceva il nome del vincitore e della nuova maglia rosa. I piazzamenti migliori erano già chiari. Intorno si discuteva accanitamente dei momenti salienti della tappa e dei possibili sviluppi finali del giro. Alcuni invece erano testardi ancora lì, davanti alla loro ostica montagna. La pallina non ne voleva sapere di compiere, anche se in gran ritardo, il suo dovere di pallina. Non voleva proprio inerpicarsi tra le curve della montagna e raggiungere la sospirata cima. Usciva invece regolarmente dalla pista, una volta di qua e una volta di là, all’apparenza misteriosamente.

Il prete organizzatore dopo un po’ s’innervosiva anche. C’era forse da capirlo. Le dita del bambino si rattrappivano allora ancora di più e perdevano quindi molto in scioltezza. La qualità dei tiri s’incattiviva e perciò peggiorava. Ecco perché ogni giorno c’era un discreto numero di ritirati. Come del resto poi nella vita. Era la pressione complessiva della situazione o in alternativa era la prova definitiva dell’assenza di un vero capace angelo custode per tutti. E questo lì, non lo si poteva certo dire”.

Giulio Bailetti

Qual è il metodo che hai adottato per insegnare la lingua italiana agli stranieri?

Come ho già detto, ho assistito per la prima volta a Roma a un primo e rudimentale insegnamento dell’italiano alla mia prima ragazza tedesca. Avevo allora vissuto con lei la disperazione e la rabbia che scaturiscono a volte dal non capire e dal non essere spesso capita. Conosco d’altronde anche le mie di frustrazioni, quando mi esprimo in tedesco o comunque anche un po’ in altre lingue straniere. Per prima cosa rispetto quindi gli sforzi dei partecipanti ai miei corsi. Correggo, quando mi sembra necessario, ma cercando comunque di non rovinargli mai la motivazione ad apprendere. La motivazione è la cosa più importante da salvare e da proteggere, quando non addirittura da accrescere sempre. Altrimenti è facile un bel giorno per il partecipante decidere di smettere, in caso non abbia raggiunto nel tempo previsto i livelli di comunicazione sperati.

C’è poi un italiano parlato più semplice e un italiano scritto più complicato. Quello parlato è quello che in genere esercito con loro. È infatti quello più importante. Ne hanno bisogno per comunicare nella loro vita di relazione. Quello scritto lo esercito solo a richiesta, se ne hanno professionalmente bisogno.

Hai gettato molti semini nella tua vita con questi incontri. Sei soddisfatto del tuo raccolto?

Oppure, come ha scritto il Dr. Pellai, “siamo semi gettati. E poi cresciuti e divenuti responsabili del raccolto che da essi deriva. Noi siamo il raccolto che proviene da un seme. Noi siamo l’albero cresciuto da un seme”. Chi ti ha fatto da seme?

Sì, di semi ne ho gettati molti e vedo intorno a volte anche fiorire. Ma a volte ho anche sbagliato. Di semi ne ho anche gettati molti al vento, a casaccio. Spero solo che siano almeno andati a germogliare da qualche altra parte.

Ognuno lascia un fardello di sé, un ricordo. Sicuramente tutto questo ti ha arricchito.

Sì, di ricordi ce ne sono e anche molti. Diciamo che, lavorando nella formazione e nella comunicazione, si finisce per essere noi stessi i primi ad imparare. A volte per scherzo, ma poi non troppo, dico che ho imparato più tedesco io dai miei partecipanti di quanto italiano abbiano imparato loro da me. Questo poi serve anche un po’ a sdrammatizzare e familiarizzare.   

Giulio Bailetti

Da molto tempo ormai, causa corona virus, hai saputo realizzare degli incontri on-line. Come sono corrisposti?

Da un anno a questa parte, con il fondamentale aiuto di mio figlio Alain, gli incontri sono diventati on-line. All’inizio sembravano un po’ strani incontri. Le persone in un certo senso c’erano, erano presenti con la loro voce e la loro immagine e in un altro senso invece non c’erano, non erano presenti fisicamente. Anche tecnicamente abbiamo fatto spesso degli errori e si sono verificate interferenze audio o video, che per altro a volte ci sono tuttora.

Ci sono però anche dei bei vantaggi. Prima poteva partecipare di persona solo chi viveva a Monaco. Ora invece tutti da tutto il mondo possono partecipare ai nostri incontri. Mio cugino Richard per esempio si collega spesso da New York. Per altro qualche giorno prima aveva parlato con noi del futuro attacco al loro Campidoglio, mentre lo stavano ancora preparando.

Ma ci sono purtroppo anche svantaggi. I tedeschi ora non si collegano. Adesso siamo quasi solo italiani. È infatti molto più difficile capire una lingua straniera on-line che di persona. Disturbi audio e video impediscono a volte di seguire bene le conversazioni e i racconti. Nel video si vede poi solo il volto, quando si riesce a vederlo bene. Il corpo invece, con cui in realtà si comunica molto più di quanto ci s’immagini, non compare quasi. On-line tutto diventa per gli stranieri più difficile. Quindi per ora non vengono.

Chi vuole naturalmente partecipare ai nostri incontri sarà il benvenuto.

Mi può mandare la sua e-mail e il suo indirizzo Skype e lo inserirò volentieri nel nostro gruppo. Contatto: giulio_bailetti@gmx.de.

So che ti piace cantare con amici, qual è la tua canzone preferita?

Amo ancora i cantautori italiani degli anni ’70, gli unici che ho veramente conosciuti: perciò Guccini, De André, Paoli, Tenco, Gaber, Dalla, l’Equipe 84 e i Nomadi per esempio. Con qualche compagno di scuola avevamo anche costituito un complessino musicale, con tanto di chitarre elettriche, amplificatori e rumorosa batteria. Alcune canzoni le avevamo anche imparate a suonare e cantare abbastanza bene. Ma abbiamo sempre suonato in cantina da soli, mai in pubblico. Poi all’arrivo del ’68 ci siamo progressivamente sciolti. Venivano ben altri tempi.

Grazie Cristina e grazie Sguardi di Confine.

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