Gli spazi dell’Habana: piccole immagini di Cuba

Era l’aprile del 1997 quando due bambini si ritrovarono con mamma e papà su un volo diretto all’Habana, Cuba. Eravamo piccoli, mio fratello ed io, e non potevo immaginare che un viaggio a quell’età sarebbe rimasto così impresso nella mia memoria, tanto da poterne scrivere più di due decenni dopo.

La verità è che quando penso a Cuba mi tornano alla mente tantissime sensazioni piccole, dei dettagli indimenticati, che sono il mio ricordo dell’isola. Non lo compresi all’epoca, ma ora, riguardando le fotografie e ripensando a quei giorni, non posso fare a meno di credere che furono gli spazi dell’Habana a colpirmi.

Gli spazi urbani, così ampi sulla plaza de Armas. I suoi viali ombreggiati di piante, le grandi arcate che proteggevano dal sole tropicale le semplici bancarelle di libri un po’ stropicciati dal caldo.

La Habana Vieja che, dalla sua fondazione nel 1515 ad opera conquistodorDiego Velázquez de Cuéllar, si vide adornare di edifici coloniali spagnoli, ora patrimonio dell’UNESCO. 

Gli spazi più vividi e gorgoglianti di gente delle viuzze colorate e sbiadite, come quelli l’affollata Boteguita del Medio, che deve il nome alla sua posizione stranamente centrale lungo la via. Acquistata e tramutata in bar-ristorante cubano dallo spagnolo Angel Martinez nel 1942, fu visitata da celebri personaggi come Ernest Hemingway, Salvador Allende e Pablo Neruda. Furono loro a consolidarne la popolarità che crebbe solo quando la Boteguita divenne teatro dell’invenzione di uno dei cocktail simbolo dell’isola: il mojito.

Gli spazi lunghi e ariosi del Malecon, l’Avenida Antonio Maceo. Inizialmente ideata nel 1901 come viale di alberi e luci, incontrò i dissapori del vento oceanico che ne impedì la trasformazione. Divenne allora l’attuale camminamento di otto chilometri, essenziale ed aperto, magnetico per chiunque ne percorra il fianco. 

Veduta di un tratto del Malecon, La Habana, Cuba
Veduta di un tratto del Malecon, La Habana, Cuba

Gli spazi piani ed infiniti delle spiagge di Playa del Este, dove le mani rapide di due ragazze intrecciarono i miei capelli lunghi di bambina in decine di trecce sottilissime, chiudendole con dei fermaglietti metallici. Ed io, seduta sulla sabbia bianca e tiepida, aspettavo di vedere quel capolavoro di precisione e destrezza che sarebbero stati i miei capelli poco più tardi. Quanto amavo quelle treccine, non avrei voluto scioglierle mai!

Due ragazze cubane intente a pettinarmi, Playe del Ester, Cuba
Due ragazze cubane intente a pettinarmi, Playe del Ester, Cuba

Mentre mi guardavo intorno nell’attesa, un ragazzo dagli scurissimi ricci mi mostrò dei giornalini “Topolino”. Se li era fatti regalare da qualche turista e mi diceva “Imparo l’italiano così”. Sì, sapeva parlare con me perché aveva letto quei fumettini, memorizzando le parole e i verbi utili tra un’onomatopea e l’altra, tra una battuta e la seguente.

Ricordo l’ineguagliabile luce bianca del mattino che faceva sembrare la sabbia di zucchero e le onde lente e sinuose dello stesso colore del cielo. Tutto appariva di un’allegria sfavillante, come se nella natura si celasse la felicità vera del popolo cubano. Quel mare e quel cielo sorridenti che mai tradivano la malinconia che invece c’era e che vedevamo tutti…

negli spazi desolatamente vuoti dei negozi chiusi, delle vetrine inutili, delle farmacie sfornite. Le cose che mancavano a Cuba spiccavano, chiarissime: a volte facevano sorridere, come i vetri dei finestrini di un’auto in centro città, a volte, invece, non facevano sorridere per niente.

Un'automobile a cui mancano i vetri ai finestrini, La Habana, Cuba
Un’automobile a cui mancano i vetri ai finestrini, La Habana, Cuba

Gli spazi da percorrere, per raggiungere una cremita – così chiamavano le donne cubane i campioncini di crema e profumo. Gli spazi, grandi, lunghi, da percorrere per accaparrarsi un vestitino in regalo, un salvagente colorato per il bambino. Si camminava, anche con una bicicletta sgangherata appreso per poterla forse barattare con un orologio italiano. Si camminava per tanti chilometri con delle arance e dei manghi in un sacchetto di plastica e i bambini per mano o in braccio. Si camminava per ore per raggiungere il dottore che aveva una medicina che a Cuba non si trovava.

Nella Cuba di Fidel si camminava, e tanto, per avere una possibilità. Camminava chi sapeva che la rivoluzione avrebbe salvato Cuba dal capitalismo e camminava chi, nelle gigantografie del “Che”, non riusciva proprio a vederla, la pace.

Una bambina posa vicino ad una bancarella di libri a l'Habana, Cuba
Una bambina posa vicino ad una bancarella di libri a l’Habana, Cuba
Una spiaggia di Playa del Este, Cuba
Una spiaggia di Playa del Este, Cuba

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