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Vale, 22enne della provincia di Alessandria, ha scoperto per caso di essere intersex. A 14 anni, a seguito di un’operazione. Donna all’anagrafe, da allora ha iniziato a riprogrammare la sua identità oltre lo standard rigido imposto dalla società.

L’intersessualità, infatti, indica le persone i cui cromosomi sessuali, la struttura gonadica, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Una variazione per molti sconosciuta ma che, in realtà, è presente nell’1,7% della popolazione. Spesso è occultata o “normalizzata” da medici e genitori, attraverso interventi di chirurgia cosmetica precoce che risultano essere vere e proprie mutilazioni genitali.

Vale questa parte non l’ha dovuta subire e vive serenamente la sua intersessualità ma le domande indiscrete o le affermazioni fuori posto arrivano. Di seguito, la nostra intervista. Perché per scoprire “come vive una persona intersex”, invece di presupporlo, bisogna chiederlo.

Foto in apertura: bandiera intersex

Ti chiedo una tua auto definizione libera e aperta, chi è Vale?

«Sono una persona intersex che si definisce come intersex e che vive questa situazione non sempre apertamente ma spera di viverla sempre più apertamente in futuro».

Quando hai scoperto di essere intersex?

«Ho scoperto di essere intersex a 14 anni, dovendo fare un’operazione medica. Ho avuto un ricovero e l’ho scoperto».

Il rivolgerti a te con pronomi maschili o femminili ti dà fastidio?

«In certi contesti uso il maschile e in altri il femminile, per me non sarebbe giusto né in un modo né in un altro, proprio per come io mi pongo. Per fare una breve sintesi, preferisco il maschile ma se mi ci si rivolge al femminile non vado nel pallone».

Quindi l’hai scoperto a 14 anni…

«Sì, ho fatto un’operazione abbastanza importante per un teratoma di più di 1chilo. Durante quel ricovero mi hanno squadrato e misurato nel vero senso della parola. Da quella indagine mi hanno detto che soffrivo di una sindrome di mascolinizzazione. Non sapevano come giustificare una clitoride considerata ipertrofica e non sapevano come collocarmi, in quali caselline.

Insomma, mi hanno misurato i genitali esterni e hanno chiamato altri medici per vedere la “rarità”. A 14 anni mi sentivo una rarità ma non siamo molto rari, siamo l’1,7% della popolazione mondiale. Dopo la scoperta, ho avuto il mio periodo di metabolizzazione e adesso, a 22 anni, vivo questa situazione tranquillamente».

E tuoi genitori non ti avevano mai detto nulla?

«Non lo sapevano perché alla nascita la mia diversità non era così palese. Durante l’adolescenza sono venute fuori certe caratteristiche che non si potevano automaticamente inserire nel maschile o femminile».

Cosa significa essere intersex per te?

«Per me significa vivere questa condizione serenamente. Inoltre, da un anno e mezzo ho cominciato ad avere la volontà di conoscere altre persone intersex, insomma di aprirmi anche ad altre variazioni diverse dalla mia. Io ho una X in più, ho tre X. La sindrome della tripla x, significa che ho una x in più rispetto a una donna con gli usuali cromosomi XX.

Prima non sentivo il bisogno di aprirmi così tanto. Però, abitando in una piccola cittadina in Piemonte, quindi non in una città molto aperta, ho iniziato a desiderare di conoscere altre persone intersex».

Quindi non è facile dirlo a tutti?

«Abitando in un paesino con qualche migliaio di abitanti, ci si conosce tutti e la percezione di essere sentito come diverso la si ha».

Allora lo nascondi, lo dici solo alle persone care oppure lo spieghi anche alle persone che non conosci?

«Mi presento portando la barba, non ho un’espressione di genere prettamente femminile, quindi le domande arrivano sempre. Questo da una parte fa piacere, dall’altra è un po’ pesante dover sempre spiegare quello che si è.

Inoltre in molti pensano che si debbano per forza avere problemi di salute se si è intersex. Io sì, ho problemi di salute, sono un malato cronico, ma non perché sono intersex. Questa mia condizione di salute è causata da un incidente stradale.

Spesso devo mostrare il mio documento di identità e ho avuto problemi anche con i medici. Ad esempio, per motivi di salute mi è stata prescritta un’ecografia transvaginale ma non posso realizzarla perché non ho un canale vaginale di lunghezza ‘ottimale’. Avrei dovuto portare l’esito di questa visita per realizzare poi un’ecografia all’addome inferiore. Non è stato facile spiegare al medico che non potevo avere quel referto: “Come mai?”, mi ha chiesto con occhi sbarrati.

Fortunatamente non ho subito quella classica operazione di mutilazione genitale forse perché, per mia fortuna, alla nascita non era evidente la mia condizione. Poi, a 14 anni, non me l’hanno nemmeno proposta.

Invece, per esempio, i miei parenti non sempre hanno accettato questa situazione e c’è molto la tendenza a correlare la mia salute cagionevole con la mia intersessualità.

Ultimamente è molto pesante questa “discriminazione” da un punto di vista medico. Per prenotare l’ecografia ho dovuto fare molti giri assurdi».

Quando dici a un medico “sono intersex” trovi persone preparate su questo argomento?

«Mi è capitato anche di trovare un medico che mi correggesse: “Lei non è XXX ma ha una mutazione più diffusa”. Come a dire che avevo una variazione più diffusa. È come se volesse negare una variazione che esiste anche se non è tra le più comuni. Ma ci sono tante variazioni, ci sono anche io.

Ho avuto problemi anche con il medico di base all’inizio. Oppure con il ginecologo. Mi guarda in faccia e mi chiede: “Dov’è la sua ragazza?”. Gli ho spiegato che ero io la persona da visitare… mi ha risposto che non mi avrebbe visitato.

Il mio aspetto è stato sempre percepito come ambiguo, sia per un canone maschile che femminile. Io non cerco l’ambiguità ma, tra una cosa e l’altra, vengo sempre percepito come ambiguo, così ho dovuto farmene una ragione.

Non voglio andare in giro con un cartello “sono intersex”, perché lo devo spiegare ugualmente. Poi viene fuori la questione in ogni caso. In quest’ultimo anno e mezzo ho conosciuto persone intersex che si trovano bene e si riconoscono in una categoria binaria. Non tutte le persone intersex, però, scelgono questa via».

Tu non ti senti di appartenere per forza a una sola parte giusto?

«Esatto, forse perché la mia componente biologica ha interessato anche la mia identità di genere».

Cosa ne pensi della società che divide in modo netto tra maschile e femminile?

«Penso che così esclude noi, ci esclude in quanto persone intersex. Non fa molto piacere. In questo modo si crea una sorta di invisibilità tra le persone intersex e la società.

Poi dipende da dove abiti. Nel piccolo paesino dove abito io c’è molta chiusura. Nelle grandi città, invece, si respira un’aria differente.

Dal punto di vista medico è problematico, i medici ai quali mi rivolgo abitano in queste zone “chiuse”.

Ma in ogni caso sono fortunato: non ho subito mutilazioni genitali. Mi fa molto arrabbiare, però, quando mi chiedono se non fosse stato meglio se mi avessero operato. Così, agli occhi degli altri, sarei stato “normalizzato”.

Cosa rispondi a chi pensa che è meglio essere “normalizzati” subendo mutilazioni genitali?

«Rispondo che sono felice come sono e quindi questa normalizzazione non la cercherò mai. Mi sottoporrei a degli interventi solo per una evidente ed evidenziata necessità di salute. Sto bene come sono e non voglio sempre e comunque dover spiegare».

Hai mai provato vergogna?

«All’inizio no. Dopo il mio ricovero ero sotto morfina e, sul momento, non capivo cosa stesse avvenendo. Dopo anni, quando ho riaperto la mia cartella clinica e ho letto della misurazione fatta, mi sono sentito un po’ confuso. È qualcosa che ti rimane dentro.

C’è poi sempre il rischio, dal punto di vista medico, di provare ad essere ‘normalizzati’. Ad esempio io produco testosterone e spesso vengo scambiato per una persona che ha appena cominciato la transizione FTM, quindi vengo etichettato in qualcosa che non sono.

Quando faccio presente che sono intersex, vengo tacciato di transfobia. Pensano che io nasconda la realtà. Alcuni mi hanno detto che non c’è niente di male e posso dire che sono trans. Ma non lo sono. Purtroppo mi è capitato e ho dovuto spiegare le cose come stanno. Perché inventarsi che sono trans, in transizione e che mi vergogno di questo? Fanno tutto gli altri.

Mi tocca sempre dover spiegare che non sono transfobico. In tanti mi chiedono come faccio a produrre testosterone e quindi devo spiegare tutta la questione. Devi essere per forza qualcosa secondo gli altri. Secondo questa società, se non sei trans allora cosa sei? Devi metterti a spiegare perché produci testosterone.

Spesso, nel mio piccolo paesino, mi dicono: “Conosco solo te così, allora non è vero che sei intersex”. Mi dicono che mi invento tutto e che l’essere intersex non esiste. Insomma passo sempre, in un modo o in un altro, per quello che si vergogna di essere trans. È vero, le persone trans-intersex esistono, ne conosco anche io. Ma non voglio passare per quello che non sono.

Mi è capitato di dire che sono non binary in quanto a espressione di genere. Questo mi fa sentire a mio agio a volte, ma la domanda, poi, arriva comunque. Mi chiedono che cosa sono dal punto di vista biologico».

Per quanto riguarda l’orientamento sessuale invece, come vivi la questione? Devi spiegare anche questo aspetto?

«Le mie relazioni le ho avute sempre partendo dal presupposto della curiosità. Curiosità delle altre persone verso di me e il mio essere “strano”. La curiosità è sempre stata la questione che ha fatto avvicinare a me le persone.

Per quanto riguarda il mio orientamento sessuale dipende, spesso non dico niente. Sono arrivato alla conclusione che è meglio che io non dica niente. Se dico che sono etero, lo possono intendere in due modi. Se dicono che sono omosessuale, lo possono intendere in due modi. Allora mi sono allineato a quello che le persone percepiscono di me: provo attrazione per le donne cisgender.

Forse suonerà strano ma ho trovato equilibrio con loro. Ho avuto esperienze con una donna lesbica ma, alla fine, mi ha detto che ero troppo uomo per lei. Insomma, a un certo punto mi dicono che non sono abbastanza donna o non sono abbastanza uomo. Comunque ho trovato la mia dimensione con le donne cisgender».

Sei anche attivista per i diritti delle persone intersex?

«Da un anno ho conosciuto il Gruppo Intersexioni con il quale ho iniziato a fare delle attività. All’inizio dell’estate ho partecipato a molti Pride con loro. Per il secondo anno consecutivo, e per la prima volta in Italia, abbiamo sventolato la bandiera intersex. Però, essendo in Piemonte e avendo dei problemi di salute, non riesco ad esserci sempre fisicamente. In ogni caso mi capita di accompagnare delle persone intersex alla scoperta della loro sessualità.

Proprio dal mio piccolo paesino sto accompagnando una persona che probabilmente è intersex. Io l’ho scoperto in modo accidentale, molte persone invece notano delle stranezze su se stesse: non riescono a fare figli o non hanno il ciclo. È uno scenario diverso dal mio. Mi affascina questo aspetto del notare qualcosa di diverso. Sono persone che vanno accompagnate alla scoperta della loro situazione, spesso c’è molta ansia nello scoprire di essere intersex e soprattutto nella paura di non essere accettati».

Cosa consiglieresti ad una persona che ha appena scoperto di essere intersex?

«Consiglierei di viverla serenamente e di prendere le distanze dalle persone che non accettano questa nuova situazione. Una persona che scopre di essere intersex dovrebbe fare, prima di tutto, un lavoro di accettazione. Non è scontato che una persona, quando lo scopre, sia contenta. Una persona potrebbe non essere felice di scoprire di non poter fare figli oppure di essere sterile, specialmente se si era fatta altri progetti.

Questo aspetto cambia la visione che si ha della propria vita. Le persone intersex vanno lasciate riprogrammarsi, riprogrammare la propria vita e la propria identità, soprattutto se anche negli anni precedenti avevano intuito qualcosa. Ultimamente sono a contatto con persone che purtroppo sono state costrette a fare terapie ormonali cosiddette riparative, sono situazioni gravi e che mi fanno tristezza. Io non le ho vissute ma, da persona intersex, mi toccano da vicino.

Le persone intersex stesse vengono sottoposte a terapie ormonali per diventare più femminili o più maschili. Il movimento intersex sta cercando di cambiare lo stato delle cose ma non è una battaglia facile. Io nel mio piccolo cerco di accompagnare le persone che stanno scoprendo questa loro realtà nel loro percorso di accettazione. Di quello si tratta poi alla fine».

Cosa non bisogna mai chiedere ad una persona intersex?

«La domanda più banale e più diffusa: “Cosa hai nelle mutande?”. Me lo chiedono, come se io dovessi sapere cosa hai tu nelle domande. Oltretutto, la percezione non dovrebbe cambiare a seconda di quello che una persona ha nelle mutande. Questa è una delle domande che dà più fastidio a una persona intersex. È la domanda che mi ha dato più fastidio di tutte.

Poi, a volte molti commentano: “Mi dispiace che non puoi avere figli”. Questo non è vero per tutte le persone intersex ma gli altri lo danno per scontato.

Infine, tanti pensano che una persona intersex debba avere per forza problemi relazionali. I problemi relazionali sono causati proprio dalle persone che fanno questo tipo di domande e che hanno quei pregiudizi.

Una persona intersex è portata a chiudersi proprio quando riceve domande e reazioni di quel tipo».

Cosa vorresti invece che ti chiedessero ma non ti chiede mai nessuno?

«Vorrei che mi chiedessero come vivo la mia situazione. Questa è una domanda che si fa solo tra attivisti. Con le persone di tutti i giorni questa domanda non viene mai posta. Si dà per scontato che una persona intersex debba vivere per forza male la propria diversità. Vieni visto come il poverino della situazione, quando invece nessuno ti chiede davvero come stai.

In generale mi dà fastidio che si dia per scontato che la persona intersex sia il mostro della situazione, lo scherzo della natura, l’aborto della natura, come ho sentito dire da troppe persone. Tutte queste idee fanno male e sembra che le persone si sentano legittimate a dare il proprio parere non richiesto quando sanno che sei intersex».

Cos’è per te la vita?

«Secondo me la vita può essere una bellissima avventura che va vissuta senza fare troppi programmi».

La tua canzone preferita?

«Sono un musicista e suono in conservatorio quindi direi qualsiasi brano di musica classica, ma se dovessi proprio scegliere direi Bach».

2 thoughts on “Intervista a una persona intersex: «Chiedetemi come vivo, non cosa ho nelle mutande»

  1. femminile e maschile biologicamente non sono caselle, esistono. Detto questo una civiltà degna è quella che tutea ogni minoranza

    • Vero. Ma l’intervistato non nega l’esistenza di maschile e femminile. Semplicemente, sottolinea come non sia esistente, tra le casellina della società, la possibilità (almeno) di un terzo genere.

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