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In occasione del 25 aprile, 73esimo anniversario della Liberazione d’Italia, proponiamo l’intervista realizzata a un partigiano, Erminio Colombo (1927 – 2015), originariamente pubblicata su l’Informazione Online nel 2012 (qui).

Nato e vissuto a Busto Arsizio (Varese), ci ha permesso di emergerci nell’atmosfera  del nord Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, almeno dal suo punto di vista, quello di un partigiano.

Divenuto partigiano nel 1944, a 17 anni, è stato poi riconosciuto pubblicamente, una volta terminata la guerra, tramite il tesserino “Brigata Alfredo Di Dio, sezione Alto Milanese”.

Da quando e come è iniziata la sua attività come partigiano?

“Era il 1944, mi sono trovato nella Brigata Alfredo di Dio tramite parenti e amici che frequentavo; eravamo convinti che dovesse finire la guerra da un momento all’altro, quindi abbiamo iniziato ad avere idee per aiutare i partigiani.

Qualcuno diceva ad esempio: ‘Io ho un nonno con un fucile, posso prenderlo e sistemarlo per utilizzarlo all’occorrenza’.

Siamo partiti raccogliendo le armi vecchie che avevamo in casa e attaccando sui muri manifesti appositi di propaganda contro fascisti e tedeschi.

Ognuno di noi riceveva dei compiti tramite il passaparola ma nessuno sapeva chi fossero i capi, era tutto segreto, non avevamo una sede o un posto nascosto dove ci radunavamo, era già troppo pericoloso quello che facevamo, c’erano posti dove i capi si riunivano ma noi non sapevamo niente.

Il tesserino che dichiarava la mia appartenenza alla ‘Brigata Alfredo di Dio, Sezione Alto Milanese’ me l’hanno dato dopo il 25 aprile poiché era divenuta un’istituzione pubblica”.

Partigiano Brigata Alfredo di Dio

Partigiano Brigata Alfredo di Dio

Partigiano Brigata Alfredo di Dio

Si è mai ritrovato in situazioni rischiose?

“C’erano tedeschi e fascisti in villa Calcaterra a Sacconago (quartiere di Busto Arsizio ndr.), arrestavano tutti quelli che trovavano dopo il coprifuoco delle nove nel caso in cui non avessero avuto i documenti in regola: se eri del ’26 ed eri a casa ti arrestavano e ti portavano a lavorare nei campi oppure in prima linea in guerra, perché saresti dovuto essere al militare con i fascisti, io ero in regola perché avevo ancora 17 anni.

Mi ricordo una sera, venivo dall’oratorio di Sacconago e avevo, nascosti nella camicia e nelle calze, dei fogli di propaganda contro fascisti e tedeschi da attaccare sul muro; quando sono arrivato vicino al mio portone l’ho trovato già chiuso: era stato utilizzato come posto di raduno e controllo per i sospettati.

Sbirciando dentro il portone ho visto contro il muro un militare con in spalla un fucile quindi sono tornato indietro per scappare, mi hanno sentito e mi hanno detto di fermarmi, ho continuato a correre verso la Piazza della Chiesa Vecchia e sono riuscito a far perdere loro le mie tracce, sono andato dietro la mia via e sono saltato dentro al mio cortile.

Trovandolo pieno di persone arrestate, ho suggerito a tutti il passaggio per scappare nel retro dal quale io ero entrato, molti si sono salvati, altri non hanno fatto in tempo e sono stati ripresi; io invece mi sono nascosto nel solaio di casa mia”.

Come avveniva il coprifuoco?

“Dalle nove di sera passava un aereo dei tedeschi che si chiamava ‘Pippo’ per controllare che le case fossero tutte oscurate. Se vedevano una luce, mitragliavano giù; a Sacconago un paio di volte è suonato l’allarme per avvisare che stavano arrivando gli aerei militari americani”.

Com’era l’atmosfera prima del 25 aprile? Eravate consapevoli che la guerra stesse per finire?

“No, perché ormai avevamo perso le speranze, ascoltavamo Radio Londra di nascosto per essere aggiornati sugli spostamenti degli americani e da troppo tempo sentivamo dire che mancava poco alla fine.

C’era tanta paura, senza che tu te ne accorgessi potevano prelevarti dal posto di lavoro e portarti in Germania a lavorare per loro. Pativamo la fame, avevamo poco cibo, andavamo a Vercelli in bicicletta per prendere un sacchetto di riso per fare il risotto, avevamo le bici senza copertone, le scarpe erano fatte tutte di gomma di autarchia.

Non c’erano neppure le medicine, il pane era fatto di terra e segatura ma dalla fame che avevi lo mettevi in bocca e lo mangiavi, avere le patate voleva dire essere ricco; andavamo a rubare le pannocchie, le mettevamo sul fuoco e le mangiavamo, la frutta era acerba.

Una minima parte della popolazione aveva la possibilità di fare i soldi vendendo in nero, le povere famiglie che non avevano niente aprivano il cassetto del tavolo ma di pane non ce n’era; avevamo per questo la tessera: un cartellino che indicava quanto pane dovevamo prendere, tutte le mattine ti tiravano via i bollini per dire che l’avevi preso”.

Cos’è successo dopo l’annuncio della fine della guerra?

“Eravamo tutti in festa ma c’era ancora da lavorare: siamo andati a tirare fuori le armi nascoste, i sacchi delle munizioni e ogni gruppo è andato al comando; io sono andato alle scuole Manzoni dove è iniziato il raduno per distribuirci i compiti.

L’evento più importante nel quale mi sono trovato a partecipare è stato sicuramente quello per fermare la colonia tedesca in ritirata; venivano dalle zone di Vanzaghello, si erano fermati davanti al cimitero di Busto Arsizio e volevano passare per il centro per andare poi verso la Svizzera; appena ricevuto l’annuncio del loro arrivo, noi partigiani radunati alle Manzoni siamo stati indirizzati a presidiare le vie, eravamo circa in 300 e oltre a noi se ne sono aggiunti molti di altri gruppi.

Ognuno si è posizionato sui tetti o sui balconi, io ed un compagno ci siamo collocati sopra una terrazza con un mitragliatore ‘Breda’ in mano ma mal funzionante.

Tutti noi eravamo poco o male equipaggiati, per spaventare i tedeschi siamo riusciti a far sorvolare la zona da un vecchio aereo mentre loro erano pieni di armi e attrezzature sofisticate però erano stanchi e stufi e molti di loro erano anche anziani.

Don Angelo Volontè, l’allora Parroco di Sacconago, andò a parlare con il generale della colonia tedesca per spaventarli e convincerli di arrendersi in quanto, se fossero andati avanti, non sarebbero riusciti a resistere all’attacco dei partigiani (cosa assolutamente non vera vista la differenza di mezzi in nostro possesso rispetto ai loro).

Tutti i membri della colonia allora si arresero lasciando solo l’imperterrito generale che, non accettando la sconfitta, si sparò un colpo di rivoltella.

Arrestammo tutti i militari e li portammo alla scuole Manzoni, alle scuole Ezio Crespi e nei pressi della sede attuale del mercato della città.

Noi partigiani avevamo il compito di sorvergliarli e di far svolgere loro dei lavori (come la pulizia per le strade) fino a che non arrivarono gli Americani e se ne occuparono loro. Non ci capivamo con loro ma li aiutavamo portandogli del cibo, erano solo persone ormai anziane e stanche; molti di loro sono stati poi fucilati presso il cimitero di Sacconago, in una fossa scavata appositamente, e poi portati via”.

Prima di iniziare l’avventura con i partigiani ha avuto altri particolari episodi in contatto con il regime fascista?

“Era già il 1944 ma ancora non facevo parte dei partigiani, fu organizzata una gara di corsa a Sacconago (con partenza e arrivo presso la sede del Centro Terza Età) e io volli partecipare.

Arrivai primo e fui fotografato insieme agli altri tre arrivati dopo di me; le foto furono appese presso la sede del partito fascista di Sacconago (dietro la Chiesa Vecchia).

Qualche giorno dopo ho ricevuto una chiamata da loro, mi hanno convocato in sede per chiedermi di fare parte della Milizia Volontaria come testimonial sportivo, avrei dovuto correre per loro in diverse gare; io risposi, fingendo, di avere problemi respiratori, ma ovviamente mi fecero fare dei controlli in ospedale per constatare la verità delle mie affermazioni.

Riscontrando dagli esami che la mia salute era perfetta mi richiamarono dicendomi che sarei stato licenziato direttamente dal principale della ditta presso la quale lavoravo e sconfinato; fortunatamente il mio principale, nonostante appartenesse ai Fascisti, decise di non ascoltare i comandi e io mi salvai”.

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