Io sono… venuta a vedere che cosa vuol dire Albania e ho iniziato perciò ad ascoltare perché…

…tu sei, Albania, il frullare di ali dell’aquila bruna sul braccio dell’eroe Skanderberg, un’introversa distesa infinita di cieli. Sei un sovrapporsi di terre intarsiate di fiumi celesti, di campi ordinati ed erbosi, di colli irsuti e di montagne rotonde con la punta protesa, come due labbra che baciano Dio. Quel Dio che c’è in Albania, in tante forme, e che non regna angoscioso ed austero, non imprigiona di regole e veti, ma ascolta in silenzio chiunque gli voglia parlare.

A Krujë rumoreggiano i macchinari contadini dell’ombrosa casa Toptani: pare di sentire ancora lo schiccare liscio del grano tra le dita, lo strofinio soffocato della pelle lavorata, i tonfi smorzati sui bianchi cappelli di lana shajak, lo schiacciarsi di acini d’uva e il versarsi del profumato raki.

Rimbomba il vento tra i mattoni consunti del castello stregato di Shkodër sulla irta collina di rocce dure. Si racconta che un tempo i tre fratelli costruttori videro la fortezza ridursi in polvere e che solo un sacrificio umano avrebbe fermato la maledizione. Fu così che la coraggiosa Rozafa murò metà del suo corpo per continuare a nutrire il suo bambino e salvare il castello che smise di sgretolarsi sulle sue stesse fondamenta di pietra.

Scricchiolano i gracchianti gradini dell’antica casa di Nesip a Gjirokastër. Ora alti, ora bassi, salgono verso usci segreti dipinti di ambra e di foglie smeraldo, corridoietti inattesi, stanze di melograni essiccati, di drappeggi legnosi, di divanetti pesanti e centrini di canapa.

La splendida città di Berat abbraccia dall’alto un castello ricolmo di genti e di aromi. La pasta croccante dei byrek, il gusto corposo della carne d’agnello tav dheu e l’aspro yogurt tav kosi dorato nei forni invadono le stradine contorte e ripide. Le sdrucciolevoli pietre appiattite sono insidiate dai ciuffi di erbetta che sfregano suole col suono frenato e asciutto delle scarpe sotto al sole d’estate.

C’è un posto più bianco di tutti, a Durrës, dove il vento spatola i corpi per gioco, li avanza e indietreggia come bamboline di stoffa, come la danza buffa di un uomo che ha appena imparato a ballare. Una donna vestita di fiori è seduta qui, sul gradino più basso. Guarda qualcosa oltre al mare con gli occhi che volano fino all’Italia, più avanti. Forse anche lei, anni prima, aveva viaggiato le onde ridendo, arrampicata su una nave di zucchero, impaurita di quella ebbra paura che sentono solo gli esseri liberi.

Sulla spiaggia, davanti alla riva del mare, i piedini di una bimba scappano rapidi quando le onde li cercano. La mamma appoggia il suo fratellino rotondo nell’acqua bassissima e lui sorride, di quei sorrisi che scoppiano, mentre il papà grida “Vieni!” e la bambina viene davvero. Si siedono tutti, come fiori nati dall’acqua, dove le onde arrivano lente e gentili.

Poco più in là, bruciacchiano le pannocchie giallastre sulla griglia annerita, splendono tondi e perfetti i frutti ancora invenduti nei loro sacchetti. Sulla sabbia rovente cammina, cieco, un vecchio suonatore di armonica. Un uomo, sua ombra, lo guida dal braccio. Dallo strumento si tirano, ondose, le note di antiche canzoni d’amore.

Io sono… venuta a vedere che cosa vuol dire Albania e ho iniziato perciò ad ascoltare perché…

…tu sei, Albania, un mare pieno di voci che non tacciono mai alla sera quando non c’è nessun altro rumore. Parla, il mare, e chissà cosa dice, nella sua lingua sonora e imbronciata. Forse quelle che sento cantare sono le voci di chi è partito da tempo, quando l’acqua fumosa del porto era l’unica strada lontana dalla dittatura del torpore di menti, dalla notte più nera del pensiero più libero.

Forse sono le voci di chi, già grande, desiderava portare un bambino al sicuro su una terra vicina, così somigliante – così somigliante! – perché il cielo era proprio uguale, ma la vita, quella no, non era la stessa. Forse dice proprio questo il profluvio di voci calme al mattino, ché la vecchia realtà non era poi tanto più vera della vita trasmessa dai televisori.

E intanto il sole, piramide rovescia di luce, addormenta quell’acqua adriatica che si fa ionia, che si fa mediterranea. È viola e rosata, scivolosa trapunta salata e tiepida che sa accarezzare i sogni, come una mano inattesa che ti tocca la guancia. Mano di piuma, scorre via come quel mare che ogni notte racconta instancabile tutto ciò che noi già dovremmo conoscere e non conosciamo ancora abbastanza.

Foto apertura: Mare di Vlore, Albania

Piazza Skanderberg, Tirana, Albania
Piazza Skanderberg, Tirana, Albania
Lungomare di Durazzo, Albania
Lungomare di Durazzo, Albania
Città di Berat, Albania
Città di Berat, Albania

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