Conosco Silvia da 5 anni e tutte le volte che mi racconta delle sue mille esperienze rimango affascinata dalla gioia e dalla serenità che trasmette mentre parla. Dopo ogni suo racconto penso sempre che questa giovane donna sia una forza della natura.

Quando qualche settimana fa mi ha parlato del suo viaggio estivo in una missione del Brasile ho notato che mentre raccontava i suoi occhi brillavano… allora ho capito che questa esperienza andava raccontata perché non si è trattata solo di una conoscenza di terre lontane dalla nostra quotidianità o di una cultura diversa, ma in primis è stata una conoscenza interiore e personale.

Quando ho chiesto a Silvia di presentarsi dalla sua risposta ho capito che questa ragazza di 22 anni ha già molte più cose da insegnare  di qualsiasi settantenne ma, soprattutto, ho scoperto ascoltandola il segreto di vivere una vita serena e felice, ciò è possibile solo quando vita e passioni coincidono… fare una passione della propria vita, fare della propria vita una passione!

«Non mi piace tanto parlare di me e di quello che faccio, chi impara a conoscermi scopre bene chi sono e cosa arricchisce le mie giornate. Penso quindi a una presentazione… ho venti due anni, vivo a Milano, studio scienze antropologiche e intanto lavoro come educatrice in un centro disabili, faccio parte della Mangrovia (la compagnia teatrale del Pime) e sono impegnata in varie forme di volontariato come la mensa dei poveri, amo la montagna e stare tra la natura, mi piace scrivere e fare le fotografie… in realtà non ho tantissimi hobby perché occupo il mio tempo libero coltivando le relazioni e dedicando il mio tempo per gli altri.

Penso che il mio fare e le mie passioni siano collegate a chi sono, a ciò in cui credo; essendo la mia vita un continuo cammino, ogni esperienza che ho fatto mi ha donato ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Ogni scelta dunque di come spendo il mio tempo è pensata e tutto questo, preso singolarmente, rispecchia ogni parte di me.

Non faccio l’elenco delle cose in cui sono impegnata e a cui mi dedico, non è da me perché non credo che sia questione di bravura o di sentirsi compiaciuti, ma è una semplice questione di scelte: si vive per sé o per qualcos’altro o qualcun’altro?».

Cos’è “Giovani e Missioni”?

«“Giovani e Missioni” da più di 25 anni è un cammino del Pime rivolto a giovani da 20 a 30 anni, dura due anni e vuole contribuire a una crescita umana, missionaria e cristiana. Tra il primo e il secondo offre la possibilità di fare un’esperienza missionaria estiva di un mese presso le case del Pime nel mondo, condividendo con i missionari lo spazio, il tempo, il lavoro e la preghiera.

Ci si ritrova un weekend al mese da ottobre a maggio nelle varie case italiane del Pime: dal pomeriggio del sabato e si torna a casa nel pomeriggio della domenica e durante queste 24 ore ci sono momenti di preghiera, condivisione, testimonianze. Quest’anno eravamo una sessantina di giovani più una decina dell’equipe (tra padri, suore e ragazzi che hanno fatto già il cammino). Più che una preparazione pratica alla missione, il percorso di GM dà modo di riflettere sulla propria vita, sulle proprie scelte e offre un modo di affidarsi soprattutto che è previsione della missione, è richiesto infatti di affidarsi anche per quanto riguarda la missione perché tu non decidi né dove andare, né con chi andare».

Giovani e Missioni intervista a una ragazza a Santa Rita do Weil in Amazonas Brasile

Cosa significa affidarsi?

«Affidarsi significa lasciarsi guidare in tutto da qualcuno. L’affidarsi inizia in Italia quando i Padri del Pime, che ti hanno seguito durante il primo anno di GM e quindi ti conoscono, decidono in quale missione mandarti e con chi, poi ti affidi alla tua compagna di missione, alle suore e ai missionari che ti ospitano. Questo affidarsi prima alle persone piano piano insegna ad affidarsi a Dio; in questo percorso di affidamento le preoccupazioni svaniscono, non si ha più il controllo di molte cose e tutto assume un altro valore».

Perché partire? Perché andare in missione?

«Prendendo in prestito una frase del libro di Padre Fabrizio mi viene da dire: “Perché no? Perché non partire?“.

Alcuni, al mio ritorno in Italia, mi hanno chiesto perché partire se si può aiutare anche qui. Penso che chi parte con consapevolezza parte perché è già sensibile a queste tematiche, parte perché ci sono altre modalità di vivere la vita, perché non ci sono solo la nostra cultura e le nostre folli idee ma c’è molto altro. Questo altro aspetta e vuole farsi conoscere. Tu devi lasciare che questo altro entri dentro di te e ti scombussoli. Immergendomi completamente in  una cultura tanto diversa ho potuto rivedere il mio qui e ora».

Dove sei stata destinata?

«Mi hanno mandata a Santa Rita do Weil, un paesino raggiungibile solo in barca nello stato Amazonas, al confine con Perù e Colombia. Ero ospitata con Ilenia, la mia compagna di missione, nella casa delle suore dell’ordine dell’immacolata (suore del Pime); Odete, Lizzy e Dora ci hanno accolto nella loro quotidianità così da conoscerle e vedere la realtà missionaria lì».

Cosa hai fatto li? Quali erano i tuoi compiti?

«Quando siamo partite non sapevamo cosa ci avrebbe atteso visto che siamo state la prima coppia di GM a essere destinata lì. Con questa incertezza e con una disposizione d’animo che voleva più affidarsi che avere tutto sotto controllo (per me cosa molto comune qui, dato che amo programmare dettagliatamente la mia vita) sono partita.

Anche le suore lì non hanno un compito preciso perché sono chiamate a essere presenza cattolica per i credenti di Santa Rita e dei paesini indigeni vicini. Ben presto abbiamo capito sempre più che il “fare” lasciava posto a uno “stare”: nell’incontro con l’altro era racchiusa l’essenza della missione lì.

Alla fine ci siamo ritrovate a fare attività di animazione tutti i pomeriggi coi bambini che sono passati da 20 a 70, prima davanti al piazzale della chiesa, poi alla periferia del paesino dove ci sono le case più povere. Un signore ci ospitava nel suo campo; io e Ilenia preparavamo i giochi e le attività, suor Dora ci ha dato grande fiducia e libertà nel gestire il tutto. I bimbi erano entusiasti di queste attività e aspettavano con trepidazione il momento giochi perché per loro era qualcosa di inusuale e unico rispetto alla loro solita quotidianità.

Abbiamo poi fatto visita alle comunità indigene vicine, tutte della popolazione Tikuna;  andavamo in barca perché ci si può muovere solo così da un villaggio all’altro. Siamo state nelle due comunità vicino a Santa Rita in cui operano le suore e poi per qualche giorno siamo state ospiti a Belem do Solimois dai frati cappuccini minori, abbiamo vissuto con loro. I missionari che fanno visita alle comunità indigene (visite che a volte sono una in un mese) fanno in modo che loro siano in qualche modo accompagnati da persone consacrate.

E poi anche noi davamo il nostro contributo nel fare quotidiano dal raccogliere l’acqua piovana per lavare i vestiti, al cucinare, al fare i mestieri ed essere così aiuto per le suore; mentre noi pulivano casa, loro riuscivano a fare altro. In quella quotidianità ci siamo conosciute ed è nata con loro una bella amicizia».

Raccontami un episodio significativo della tua esperienza

 «Ti racconto della festa a sorpresa che ci ha fatto la comunità prima che andassimo via. Saremmo partite lunedì mattina presto, ad attenderci quattro giorni di viaggio (siamo arrivate in Italia giovedì)… premetto che nessuno mai è riuscito a organizzarmi qualcosa a sorpresa, scopro sempre tutto prima!

Dopo una pizza preparata da Dora come merenda un po’ speciale, dato che il giorno dopo saremmo partite, io e Ilenia siamo andate alla chiesina per la celebrazione. Ho subito notato che la chiesa era un po’ più piena rispetto alle altre volte, ma non mi sono fatta domande. Odete, che presiedeva la celebrazione, chiede come mai c’erano così tanti bambini e loro rispondono “per Silvia e Ilenia“, ma anche questa frase non mi ha dato sospetti… pensavo fosse una cosa normale dato che il giorno dopo saremmo partite, che si trattava di una cosa casuale, non programmata, non pensata; invece al termine della Messa Odete ci ha chiamato sull’altare e come comunità ci hanno regalato una maglia con le firme di tutti i bambini, inoltre la cosa che mi ha emozionato è che c’è stata proprio una festa di tutta la comunità per noi (avevano preparato un piccolo rinfresco). Mi sono sentita preziosa e voluta bene: quanto ricevere nel dare!».

Tre parole per descrivere la tua esperienza missionaria

«Presenza, incontro, autenticità».

Cosa hai scoperto in missione?

 «Non posso rispondere completamente perché ora posso avere delle risposte, fra un anno delle altre, fra dieci anni delle altre ancora. L’esperienza in missione ha gettato tanti semi nella mia vita, chissà quali germoglieranno e quali no…».

Cosa significa tornare?

«Tornare significa aver messo stop alla vita qui in Italia e aver messo play appena scesi dall’aereo. Significa essere testimonianza di quello che si è vissuto, di quello che si è incontrato. Significa aver imparato che c’è un altro modo di vivere le giornate e di vedere l’umano. Significa essere catapultati nel tuo mondo e non capire dove si è e cosa si sta facendo. Significa cercare il mio posto. Significa che l’esperienza missionaria sembra subito un sogno, una cosa lontanissima quando invece è successa poco tempo fa.

Ringrazio che ora inizia il secondo anno di GM: ho vissuto tutto tanto pienamente segnando tutto sul mio diario, ora ho bisogno di rielaborare, di lasciare spazio e tempo a ciò che mi ha toccato».

A chi consigli l’esperienza missionaria?

«Vedi questa esperienza non  è esattamente un viaggio per capire cosa fa un missionario, ma è un’occasione di crescita personale volta a comprendere chi è un missionario e perché ha scelto di esserlo. La consiglio a tutti i giovani che sono in ricerca, a chi vive per inerzia e in determinati schemi senza rendersene conto, a chi non crede più nell’umano».

C’è una canzone che ti ha accompagnato in questo viaggio?

«Ci sono tante canzoni che hanno accompagnato sia me che Ilenia che mettevano mentre preparavamo le attività per i bimbi o mentre cucinavamo o mentre aspettavamo i mille aerei. Mi piace dirti la canzone che mi ha accompagnato sia l’anno scorso, quando ho percorso il cammino di Santiago, sia quest’anno poiché l’ho fatta scoprire a Ilenia e se ne è innamorata: “Il mio cammino” di Phil Collins, colonna sonora di “Koda fratello orso”».

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