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Leggendo la sua presentazione si capisce immediatamente che Margherita Giacobino è una persona poliedrica e arguta, nonché testimonial dell’edizione 2020 di Immaginaria, il film festival che ci vede media partner, in calendario questo weekend a Roma (qui il programma completo).

Per un anno, tra i suoi numerosi lavori, la scrittrice e traduttrice ha lavorato alla biografia di Anne Lister (di Angela Steidele), traducendola per Somara!Edizioni.

E ora è pronta a presentare in anteprima il volume “Nessuna mi ha mai detto di no – Anne Lister e i suoi diari segreti” (sabato 3 ottobre alle ore 16:00). Il libro, che contiene una selezione dei diari di Anne, sarà disponibile in Italia dall’autunno 2020.

Così, abbiamo intervistato l’autrice per conosce il suo pensiero sulla studiosa, viaggiatrice, esploratrice ed imprenditrice, definita la prima lesbica moderna, a cui Immaginaria ha dedicato la sua quindicesima edizione. Ne è emerso anche un prezioso confronto grazie al quale conoscere un nuovo sguardo verso l’International Film Festival of Lesbians & Other Rebellious Women.

Apriamo tutte le nostre interviste chiedendo un’autopresentazione… in questo caso vorremmo chiederle: Chi è Margherita Giacobino e chi è invece Elinor Rigby?

Margherita Giacobino è una scrittrice che un po’ scrive un po’ fa altre cose, che lavora abbastanza regolarmente, che invecchia, che traduce, che ama le scritture delle donne fuori dalla norma, tremende, spesso impresentabili – e che si sente stretta in un’identità sola. Ecco perché ha degli alias, come Elinor Rigby, a cui anni fa ha affidato il compito di scrivere il suo primo libro, una raccolta di racconti comici dal titolo Un’americana a Parigi.

In Italia questa storia degli alias non è gradita, tutti ci tengono a essere qualcun# (uso il cancelletto per offrire a tutti i segni tipografici le stesse opportunità ingiustamente riservate all’*), quindi tornando a me, che all’anagrafe sono Margherita Giacobino, nei miei romanzi parlo sempre di donne, spesso lesbiche, perché in questa categoria si trovano i soggetti che trovo più interessanti e di cui mi importa di più, l’ultimo dei miei romanzi si chiama L’età ridicola e parla di una vecchia irascibile, il prossimo che uscirà in gennaio si chiamerà Il tuo sguardo su di me e parla di una madre intelligente, la mia. Tra le scrittrici che sono più fiera di aver tradotto ci sono Emily Brontë, Audre Lorde, Dorothy Allison, Margaret Atwood.

Visto che parliamo di un festival di cinema, vorrei dire che non mi offendo se mi danno della regista, come può capitare perché ho prodotto due piccoli doc insieme a un amico videomaker, ma non mi sento tale.

Cosa pensa di Immaginaria, del fatto che sia un festival organizzato da volontarie, della sua storia e della sua importanza nel panorama odierno?

Penso che non dipendere da enti e sponsor dia la libertà e la povertà, due cose forse non egualmente desiderabili ma spesso legate a doppio filo. Immaginaria è importante perché si regge sul desiderio di vedere e far vedere film indipendenti, film che hanno davvero qualcosa da dirci, come per esempio il documentario che ho visto in programma, Insoumuses, su due donne straordinarie, Delphine Seyrig e Carole Roussopoulos, è bellissimo, lo consiglio a tutte.

Anne Lister è il personaggio al quale è dedicato il festival, se dovesse fare un ritratto di questa donna, quali sono gli aspetti che l’hanno colpita maggiormente della sua vita?

Ho passato circa un anno in compagnia di Anne Lister, traducendo la sua biografia che esce proprio adesso per Somara!Edizioni, e mi sono molto divertita. Di lei mi piace che fosse diversa e felice di esserlo, mi piace la sua irrequietezza, il suo non stare mai ferma, forse perché sono un’ariete anch’io, pur se l’ascendente mi smorza moltissimo, almeno in superficie. Mi piace perfino la sua stronzaggine, è confortante, in quest’epoca di selfie ritoccati, che qualcuna riveli, sia pure soltanto nel proprio diario, bugie, egoismi, infedeltà e contraddizioni. Inoltre penso che siamo tutte debitrici ad Anne Lister, e alle sue numerose amanti, per la corporeità della sua scrittura, che ci racconta desideri e frustrazioni, avanzate e conquiste erotiche. Anne Lister da sola è un rapporto Kinsey sulla sessualità lesbica. 

Ha ancora senso, oggi, rivendicare un’identità lesbica?

Perché mai rivendicare, quando ci basta essere? Essere lesbiche (una parola a cui ci ho messo anni ad abituarmi, e non me ne priverò certo adesso che mi è diventata comoda come una scarpa da ginnastica) è una cosa che dà ancora molto fastidio, è negata, sminuita, non è capita, mi dispiace per tutt§ quell% che non capiscono, sminuiscono, negano ma la prendo sportivamente. La prendo quasi come una medaglia.

Cinema, letteratura e…. serie tv. Se i festival le inseriscono nelle loro rassegne è perché ormai questa forma di rappresentazione della realtà è predominante. Vent’anni fa al massimo c’era un personaggio queer, oggi, sono protagonisti e co-protagonisti. Un commento su questo cambiamento?

Non sono un’esperta di serie tv, tendo a stufarmi – però ho visto tutte le otto puntate di Gentleman Jack, e non credo di averlo fatto solo per interesse professionale verso Anne Lister. C’è stato un periodo, molti anni fa, in cui nei festival a tematica – che non erano ancora queer ma lgbt°§*& – c’era tanto sesso, poi tanti matrimoni, poi tanti bambini, adesso si torna in parte al sesso. Questo dimostra che ci sono delle mode anche qui, la moda è onnivora, ha bisogno di alimenti sempre nuovi, di cambiare sempre per dire sempre più o meno la stessa cosa. Il protagonismo attuale è dovuto, credo, al fatto che certi diversi (mica tutti) fanno meno paura, il che è un mixed blessing. Il bello è che comunque tra tante produzioni non essenziali ce ne sono anche di quelle più interessanti.

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