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Animaletti feriti, maltrattati, indifesi ma in grado di trasmettere una grande voglia di vivere. Ovvero i ricci, visti dal cuore di Massimo Vacchetta.

Veterinario, dopo anni passati a curare animali di taglia grande, per caso ha conosciuto “Ninna”, un riccio piccolissimo di soli 25 grammi. Un momento scatenante, per Vacchetta, tanto forte da sconvolgere le sue abitudini e le sue certezze consolidate fino ad allora.

Così nasce il centro recupero ricci “La Ninna”, un piccolo ospedale per la cura e la riabilitazione del riccio europeo, a Novello, nel cuore delle Langhe, in Piemonte. La struttura è coadiuvata da un gruppo di appassionati volontari e offre assistenza medica continua 24/24h, per 7 giorni alla settimana.

Da allora, inoltre, diffonde la sua passione e il suo amore per la vita tramite conferenze, incontri con le scuole e i suoi libri: “25 grammi di felicità” e “Cuore di Riccio”. Ed è proprio tanta passione che ha permesso di coinvolgere sempre più persone, tra le quali Lucia Tiziani ed Elisa Scarpino. Grazie a loro è stata organizzata la conferenza di presentazione di sabato 6 aprile alla libreria Ubik di Varese.

Massimo, cosa significa per te curare i ricci?

«Significa prendermi cura di esseri indifesi, che non hanno voce e di cui non si prende cura nessuno. È come prendermi cura della mia anima e curare la parte più bella di me, ovvero i sentimenti. È coltivare la compassione per chi è in difficoltà. Per me i ricci sono il simbolo di chi non ha nessuno, degli indifesi. I ricci per me rappresentano anche la natura maltrattata e distrutta.

Per me il riccio è stato la chiamata alle armi al fianco della biodiversità, delle foreste. Prendersi cura di una piccola creatura è come prendersi cura del mondo perché tutto è collegato, tutto è interconnesso e ogni singola vita è preziosa, fa parte di una catena, un mosaico, una sinfonia. Se manca una nota, cade tutto.

È importante prendere per mano le persone e trasmettere il rispetto dell’ambiente e della vita, degli animali e, ovviamente, degli esseri umani. Questo rispetto passa attraverso la compassione e l’empatia. Bisogna prendere contatto con la natura e con chi soffre. Non bisogna sfuggire al dolore, bisogna stargli accanto, perché il dolore ci fortifica, ci permette di creare empatia e porta anche alla solidarietà.

Quello che faremo agli altri ci ritornerà sempre: siamo mammiferi, siamo esseri sociali, siamo fatti per stare insieme e aiutarci. Non per dividerci e creare barriere fatte di razzismo e odio verso il diverso.

Nel mio secondo libro racconto anche la perdita di mia madre, diventata disabile pochi anni prima di morire. Questo per far paragonare la sofferenza in vari ambiti: la diversità la creiamo noi nella nostra mente, in realtà siamo tutti piccoli compagni di viaggio in questa piccola nave. La terra è un pianeta minuscolo perso nell’immensità dell’universo, non sappiamo se ci sia la vita in altri pianeti. Abbiamo il dovere di proteggere la vita e la diversità a tutti i costi. Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, è assurdo pensare di eliminare il diverso da noi, in qualsiasi senso si possa intendere la diversità».

È vero che, prima di questa tua “chiamata alle armi” per la cura dei ricci, avevi uno stile di vita differente?

«Vero. Ora traggo la mia felicità dall’arricchimento spirituale, dal ridare sollievo e sorriso a chi soffre e chi è in difficoltà. La mia gioia più grande non è più comprarmi una macchina o altri beni materiali. Prima acquistavo giacche di Armani, fuoristrada, ogni 15 giorni ero dal barbiere e mi facevo le lampade. Erano forme di insicurezza per riempire dei vuoti.

Ora cerco di fare di tutto per risparmiare e sostenere la causa dei ricci. Certo, non voglio insegnare niente a nessuno. Voglio solo dare degli spunti a chi, in un certo modo, può trarre forza dalle mie storie e fare qualcosa per i più deboli. I miei libri hanno successo per me nella misura in cui coinvolgono altre persone per aiutare altri.Oggi mi permetto di parlare perché trascorro 20 ore al centro per aiutare i ricci. Non mi permetterei mai di parlare senza dei fatti concreti. Sento anche il bisogno di dare voce ai più deboli».

Dici che vuoi trasmettere la felicità. Cos’è per te la felicità?

«Felicità è aiutare gli altri e far sorridere. La felicità è fare contento chi non ha nessuno, chi ha bisogno: sia un bambino abbandonato, un disabile o un riccio. Perché la sofferenza è sempre sofferenza. Non è facile stare vicino a chi soffre e vedere morire senza riuscire a fare nulla. Ma c’è anche la gioia di salvare e regalare qualche mese in più di vita. Se le persone smettessero di essere egoiste e iniziassero ad aiutare gli altri, sarebbero felici. Cito una frase di un anonimo: “Non puoi dire di aver vissuto senza aver fatto qualcosa per qualcuno che non ti potrà mai ripagare”. Dedicarsi agli altri ed essere felici: è proprio questo il messaggio più profondo dei miei libri».

Massimo Vacchetta veterinario ricci centro aiuto ricci La Ninna Cuneo

Lucia, come hai conosciuto Massimo Vacchetta? Cosa ti ha avvicinato alla causa dei ricci?

«Credo che non succeda mai niente per caso e penso che ognuno di noi abbia un sottile filo rosso che lo lega agli altri, al destino, a quella linfa che sta dentro di noi, ma anche fuori e intorno a noi e che fa sì che si crei quella che io chiamo “l’energia del mondo”.

Una sera di fine settembre stavo tornando a casa da un evento: era molto tardi, ormai passata la mezzanotte. Arrivata a Tradate, nella zona dei palazzoni, ho visto proprio in mezzo alla strada, sopra un tombino, una pallina bianca, sembrava quasi opalescente. Sono scesa dall’auto e sono andata a vedere cosa fosse: era una pallina spinosa. Era un riccio bianco.

Lì per lì non sapevo cosa fare. Intorno nemmeno un prato o una piccola aiuola, o un giardinetto. Niente. Ho chiamato una clinica veterinaria della zona aperta full time h24, i Carabinieri per avere il contatto con la guardia forestale, la Clinica Veterinaria vicino a Malpensa ma niente. Nessuno sapeva aiutarmi.

Arrivata a casa, ho consultato velocemente internet e mi sono documentata su come prendersi cura dei ricci. Nei due giorni successivi ho telefonato ancora a vari veterinari, cliniche veterinarie, negozi per animali: nessuno sapeva darmi indicazioni. Poi qualche giorno più tardi ho parlato di questo strano ospite con la mia amica Elisa che, radiosa e con gli occhi pieni di luce, ha esclamato: “Devi assolutamente leggere questo libro. Si intitola ‘25 grammi di felicità’, vedrai che ti sarà utile. È bellissimo! Io l’ho letto e ne ho fatto la recensione”.

Così ho letto il libro di Massimo e l’ho contattato più volte per avere consigli su come comportarmi con Maddy per portarlo fuori dall’inverno in attesa di liberarlo nella natura. Maddy pesava 116 grammi, oggi ne pesa più di 750 ed è quasi pronto per la libertà. Perché l’ho chiamato Maddy? Perché è il diminutivo di Archimede, il ragazzo protagonista di una storia che ho scritto e consegnato proprio la sera in cui l’ho trovato».

Dov’è quindi il filo rosso in questa storia?

«Il filo rosso è nelle persone che sono ruotate intorno a questo piccolo esserino che, nella sua fragilità, nel suo aver bisogno dell’aiuto dell’uomo, ha creato legami forti di amicizia, di disponibilità, di sensibilità e di cura per la vita sotto qualsiasi forma.

Molto spesso, quando guardiamo le cose da fuori, ci sembra che non siano parte della nostra vita, che non sia nostra responsabilità occuparcene, che sia qualcosa di avulso dalla nostra realtà. Invece non è così.

Se, quindi, da oggi qualcuno tra voi, trovando un piccolo animale in difficoltà, si adopererà per soccorrerlo… beh, allora Maddy e la sua storia hanno avuto un senso».

Nella foto, Lucia con Maddy

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