Meloni e il reato di tortura: uno spauracchio che non spaventa –
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A un anno dall’inserimento del reato di tortura nell’ordinamento, il nostro Paese torna a fare i conti con un argomento scomodo, una questione rimasta irrisolta. Una legge che non accontenta nessuno, per ragioni diametralmente opposte, e lascia spazio a tweet come quello recente dell’onorevole Meloni: «Abolire il reato di tortura che impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro».

Si tratta della sintesi di una proposta di legge di Fdi. E scoppia la polemica. La frase fa scalpore sui social: «Quindi il loro `lavoro´ è torturare?», domandano diversi utenti, mentre la cantante Fiorella Mannoia si dice «certa che anche le forze dell’ordine trovino l’affermazione offensiva». Non solo lei. Per Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, «l’Italia ha paura di una vera legge sulla tortura».

Facciamo chiarezza. Stiamo parlando della legge che prevede il reato di cui all’articolo 613-bis del codice penale, che dice: «Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona».

La nuova legge vieta inoltre le espulsioni, i respingimenti e le estradizioni quando c’è motivo di credere che nel Paese di destinazione la persona sottoposta al provvedimento rischi di subire violazioni “sistematiche e gravi” dei diritti umani; è anche previsto l’obbligo di estradizione verso lo Stato richiedente dello straniero indagato o condannato per il reato di tortura.

Sta di fatto che, dall’introduzione della normativa nel codice penale, non risulta aperto alcun fascicolo che contempli tale ipotesi di reato. E il motivo è semplice: nella formulazione della legge si è lasciata troppa discrezionalità ai giudici di merito, che devono individuare la gravità delle lesioni, fisiche o psicologiche, per configurare la sussistenza del reato.

Il crinale è stretto, da un lato si cerca di tutelare chi si trova ad essere privato della libertà, dall’altra si è voluto evitare una norma troppo limitativa per chi deve garantire la sicurezza dei cittadini. Le aggravanti sono previste se a commettere il reato è un «pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio», ma non si applicano se le sofferenze derivano unicamente «dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti».

Si tratta di una formula di compromesso, per cercare di evitare che le forze dell’ordine si trovino a dover rispondere del reato di tortura anche per le normali azioni repressive che fanno parte del loro dovere. Ma saranno considerate aggravanti anche le «lesioni personali comuni» e le «lesioni gravi», che comporteranno un aumento fino a un terzo della pena, mentre per le lesioni «gravissime» la pena aumenta della metà.

Erano stati chiari i magistrati che si erano occupati dei fatti del G8 di Genova: “Negli ultimi cinque anni, solo per le violenze commesse dalle forze dell’ordine a margine del supervertice genovese, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia cinque volte. E in ogni occasione, con durezza, non ha solo stigmatizzato genericamente l’assenza d’un testo che sanzionasse appunto la tortura. Ma ha fornito una serie di prescrizioni – su comportamenti certo potenziali, ma specifici, di agenti e carabinieri – omesse in toto nel provvedimento assunto dal parlamento italiano: dall’imprescrittibilità delle azioni inumane e degradanti alla certezza d’una punizione per gli uomini in divisa”.

Strasburgo, in sostanza, di fatto ce l’ha imposta la legge sulla tortura insieme alle sanzioni per l’affare G8. Ma nella nuova legge, concepita in sintesi per evitare altri scivoloni davanti alla Cedu, non ci sono le sanzioni richieste. Eppure la Corte Europea dei diritti dell’uomo ci dice che lì, proprio lì, ci fu chiara tortura. Erano quelli, i casi più eclatanti di tortura commessi recentemente in Italia agli occhi dell’Europa, a voler tacere sui fatti di Asti che sono valsi una seconda condanna per il nostro Paese da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Fu tortura quella subita dai due detenuti sottoposti a ogni tipo di violenza, ai quali spetta un risarcimento di 80mila euro.

L’alternativa tra «acute sofferenze fisiche» e «verificabile trauma psichico», requisiti di base per incorrere nel 613 bis, formano un sentiero assai stretto. E a parte le parole in libertà pronunciate da vari politici, significano una cosa abbastanza semplice: o si è feriti in modo molto grave, o deve dimostrarsi, certificati alla mano, un cronico stress conseguente alle vessazioni subite, altrimenti niente reato di tortura anche in presenza d’un trattamento palesemente inumano e degradante. Cosa assai difficile se la presunta vittima del reato è, ad esempio, un detenuto ancora in espiazione della pena. In un ambiente ‘chiuso’ per antonomasia, è inimmaginabile riuscire a far valere i propri diritti senza temere ripercussioni.

Eppure esiste un organismo, il CPT, “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti”, basato sull’articolo 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che stabilisce che “nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. La Convenzione è stata ratificata dai 47 Stati membri del Consiglio d’Europa, tra i quali il nostro Paese. Il CPT ha più volte visitato le carceri italiane e i centri di identificazione ed espulsione segnalando sistematicamente le violazioni in atto. Ovviamente rimaste lettera morta.

Una storia lunga trent’anni, che ancora non vede spiragli di normalità. Eppure sarebbe stato tutto così semplice: sarebbe bastato adeguarsi alla convenzione dell’Onu, a cui l’Italia aderisce. Ma le cose semplici nel nostro Paese spaventano, preferiamo i compromessi. Quelli che non accontentano nessuno e lasciano spazio a commenti, come quello dell’onorevole Giorgia Meloni, che puzzano di populismo con un retrogusto dal vago sapore di olio di ricino.

La realtà è che la legge sulla tortura attualmente in vigore non spaventa nessuno: è una tigre di carta, il topolino partorito dalla montagna per cercare di adempiere alle richieste della Corte Europea e dell’Onu. Di certo non limita il lavoro delle forze dell’ordine che, anzi, per dignità dovrebbero prendere le distanze da posizioni imbarazzanti come quelle dell’onorevole Meloni.

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