Normal, lo sguardo interrogativo di Adele Tulli sulla giostra della realtà

Quando qualcosa è talmente “normale” da non suscitare stupore o far sorgere una riflessione, quando è scontata e indiscutibile, spesso ci si trova davanti alla “realtà” di alcuni e di solito sono la maggior parte. Quindi, ci vuole uno sguardo acuto che faccia emergere la contraddizione insita nel carattere normalizzante di quella “realtà”.

Normal documentario Adele Tulli

Quello di Adele Tulli si trova nel suo documentario-film-saggio: Normal. Già presentato alla Berlinale nella sezione ‘Panorama‘, il lungometraggio sarà in sala a partire dal 2 maggio. Nato dal progetto della sua tesi di dottorato, indaga attraverso un mosaico d’immagini non solo la performatività di genere ma i rituali, talvolta assurdi, che la compongono.

Abbiamo intervistato Adele Tulli grazie al festival Queer bergamasco Orlando, qui il documentario è stato presentato l’8 maggio, giorno di inizio delle proiezioni. L’abbiamo contattata per conoscere non solo il suo sguardo ma anche le sue parole.

Intervista in collaborazione con Valentina Colombo

Il titolo del documentario sarebbe potuto essere, come hai detto in un’intervista, Normal con punto di domanda. Inoltre, il film nasce nel contesto del dibattito italiano in cui la parola “normale” era all’ordine del giorno, strumentalizzata da diverse parti politiche. Hai scelto questo termine per indicare che già a partire dai concetti si potrebbe/dovrebbe fare un’operazione critica di decostruzione?

Il titolo Normal ufficialmente è senza punto di domanda ma l’idea del film è quella di interrogarsi su cosa vuol dire la normalità. Il punto di domanda è implicito nell’idea del film perché, per me, l’intenzione di questo lavoro non è semplicemente quella di registrare e raccontare quello che ci circonda, il quotidiano, ciò che viene considerato normale, ma di interrogarlo e problematizzarlo.

Far scaturire una riflessione che ci fa domandare cosa è questa normalità. Quello che spesso ci circonda nel quotidiano diventa normalizzato perché non lo osserviamo, non lo guardiamo più o non lo mettiamo in discussione. Quindi l’idea del film, osservandolo da vicino, è quella di provare a farci porre delle domande. Allo stesso tempo per me è un film intenzionalmente molto aperto e libero, non vuole essere didattico o pedagogico ma ha proprio l’intenzione di aprire delle domande più che dare risposte. Penso che ci sia un punto interrogativo nel senso che Normal vorrebbe suscitare nello spettatore delle associazioni, delle riflessioni e delle domande, anche critiche, su quella che è considerata normalità rispetto ai ruoli di genere.

Quattro anni di ricerca sono alla base di questo film per la tua tesi di dottorato, quindi un lavoro teorico sul linguaggio. Pensi che sia fondamentale padroneggiare la base teorica prima di addentrarsi nelle tematiche riguardanti il genere? In che misura i tuoi viaggi in Bla Bla Car e questa componente più teorica hanno influenzato Normal?

Il progetto è nato all’interno di un dottorato che stavo facendo a Londra ed è più comune in Inghilterra fare un dottorato teorico-pratico. La dimensione della teoria e quella della pratica, nella ricerca comunicano costantemente, non sono separate e in qualche modo l’una nutre l’altra. Già nel progetto di dottorato era prevista, oltre alla tesi, proprio lo sviluppo del film. Era un tutt’uno come approccio.

La parte preliminare di ricerca che ho fatto su questi temi, per iniziare a capire come partire con il film, è stato Comizi d’Amore di Pasolini. In quel caso, attraverso un viaggio negli anni ’60, emergono opinioni su sessualità, ruoli e stereotipi sociali degli italiani. Io ho un po’ trasformato l’indagine e, invece di un vox pop, un approccio di intervista diretta alle persone per strada, mi piaceva l’idea di fare delle conversazioni e avere dialoghi più approfonditi. Quindi, ho trovato una soluzione nella piattaforma di car sharing di Bla Bla Car: lì hai la possibilità di fare dei lunghi viaggi con perfetti sconosciuti e di immergerti per molto più tempo; invece di fare una domanda veloce fai proprio una lunga conversazione.

È stato molto bello, perché ho fatto lunghi viaggi con persone sconosciute: uomini, donne, giovani, meno giovani. In questi dialoghi ci affrontavamo in modo paritario su come gli stereotipi di genere influenzano le nostre vite, come le aspettative della società e le regole sociali che ci circondano hanno un impatto sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti. Da lì ho raccolto tantissimo materiale a livello di sviluppo delle idee, di temi fondamentali, ed è nato il percorso per fare un film che raccontasse una crescita dell’individuo. Mi piaceva che venissero raccontate le varie fasi della vita: l’infanzia, l’adolescenza e poi l’età adulta. Questa è l’unica linea narrativa che ha il film perché poi è molto libero in senso narrativo, non ha un protagonista principale e uno sviluppo lineare. È un insieme di situazioni, come un mosaico.

Ci sono altre influenze a livello cinematografico che hanno inciso nel documentario?

Mi approccio al cinema documentario in maniera molto libera e seguo l’idea che il documentario non sia la semplice rappresentazione o registrazione della realtà. Non penso che possa esistere un cinema di rappresentazione senza la presenza del regista o con una posizione trasparente. Penso invece che il ruolo interessante del documentario sia quello di interpretare la realtà e di interrogarla problematizzandola. Facendo un intervento.

Quindi mi avvicino a quei lavori che in qualche modo sperimentano e sconfinano dal canone classico del documentario, nel senso che nel mio lavoro c’è un approccio un po’ ibrido che non necessariamente ricerca una forma realistica e naturalistica ma, anzi, gioca con il mezzo cinematografico per entrare in una dimensione più astratta.

Quindi, le influenze in questo senso sono tante anche quando magari non si possono immediatamente percepire. Da Farocki a Agnès Varda, anche registi di cinema di finzione come Lanthimos che creano dei racconti inserendo delle prospettive personali e che in qualche modo non sviluppano narrazioni completamente realistiche ma distopiche. Narrazioni che creano un piccolo cortocircuito che possa far riflettere su ciò che si vede.  

La scelta delle immagini rispetto al linguaggio (voice-over) è per tentare di rendere metaforicamente la prossimità e la distanza tra osservatore e osservato? In che modo la narrazione tramite immagini è più libera rispetto ai vincoli del linguaggio parlato o scritto?

Questa è una domanda interessante perché il punto di partenza era la parola. Il film era partito dalle lunghissime registrazioni che avevo fatto e non sapevo che forma avrebbero preso, né se sarebbero state inserite nel film. C’era tanto linguaggio e tanta parola, poi ho deciso di non includerle – anche se le cito sempre perché sono molto importanti nel lavoro – dato che non volevo fare un racconto basato su individui specifici che esprimono delle opinioni, ma raccontare il sistema e la struttura sociale che ci circonda, senza personalizzazioni. Senza far sì che alcune persone dessero la propria visione delle cose.

Quindi, nel film ci sono poche parole, a livello di dialogo infatti non ce ne sono tantissime. Le persone che parlano non esprimono prospettive specifiche e personali ma sono in qualche modo dei trainers: fotografi che danno istruzioni su come gestire i corpi in un set fotografico, un prete che fa da guida morale su come ci si approccia, un trainer che consiglia come conquistare le ragazze. Questi sono dei trainers che esprimono delle istruzioni o regole sociali.

Inoltre, il film non ha molto dialogo perché mi interessava la dimensione corporea della performatività di genere, essa entra molto anche nei nostri corpi, non soltanto nelle nostre menti e quindi nel nostro linguaggio. Mi interessava molto osservare i gesti, i comportamenti, il linguaggio del corpo e quindi sono andata sempre più a levare la parola.

Sempre a questo proposito, dato che nel documentario c’è un discorso sull’autorità, quanto è fondamentale l’autorità nel processo di ripetizione della norma e cosa guadagna dal mantenerla in vigore?

L’autorità guadagna il controllo sociale. E poi la cosa interessante, come dice Foucault, è che l’autorità non è più solo esterna ma diventa una disciplina interna. L’autorità è dentro di noi e diventiamo i nostri stessi giudici. Il processo che mi interessava era osservare anche le fragilità umane e la difficoltà di negoziare ogni giorno la nostra identità con quelle che sono le aspettative della società, le regole sociali e come ciò crei contraddizioni e conflitti. Nessuno vive in sottovuoto, viviamo all’interno di un sistema di regole, dobbiamo confrontarci e il confronto è molto faticoso. Mi interessa quella difficoltà.

Nella normalità dell’ultima scena che viene definita un “cortocircuito” è comunque presente una forte differenza tra la freddezza del celebrante e le emozioni dei protagonisti. Inoltre anche a livello di linguaggio è “unione civile”. Quando la diversità viene ribadita dalla stessa norma che cerca di includere, questo può essere considerato ancora una volta discriminazione?

Sulla scena finale, con questo cortocircuito, mi sembra di aver ottenuto l’effetto cercato ogni volta che ho chiesto un riscontro. Nel senso che, dato che il film è un film aperto e non vuole dare risposte, l’intenzione era quella di non concludere con uno statement. Volevo che il finale ponesse un ulteriore quesito, quasi un finale che non si capisce del tutto. Una conclusione aperta con un punto di domanda che può essere letta come una potenziale risposta al paradigma eteronormativo e al superamento di certe dinamiche. Dall’altro lato si può avere la sensazione opposta, ossia quella che si rientri in ogni caso, anche provando a fare percorsi diversi, in un tracciato normato. Nel finale non c’è né l’una né l’altra, è proprio l’ambiguità che mi interessa. C’è una resistenza così come una chiusura. Mi piace che ci si interroghi su questo.

Un occhio abituato a vedere una certa normalità, una persona cisgender eterosessuale, riesce a cogliere il lato grottesco?

L’intenzione è un po’ quella. Spero di sì, l’intenzione è quella di provare a osservare l’assurdità del quotidiano, poi ci sono degli sguardi che per natura di identità e vita già lo vivono sulla propria pelle, però l’esercizio del film è quello di andare a raccontare da vicino certe dinamiche ed estrapolarle dalla normalizzazione e dal quotidiano in cui passano inosservate, per cercare di metterle in una chiave sulla quale si possa riflettere.

Dato che il film ha una dimensione aperta, ogni persona fa le proprie associazioni e questa è l’idea del film-saggio. Come approccio formale, infatti, tra le ispirazioni c’è questa, ossia un cinema che cerca di raccontare delle idee e articolare dei pensieri; oltre al fatto di entrare in un rapporto dialogico con lo spettatore, un rapporto in cui tu offri degli elementi, ma le connessioni e le associazioni di senso sono molto personali. Quello mi interessa perché non volevo fare un percorso chiuso. Per rispondere alla domanda, quindi, penso di sì.

Speri che la tua empatia per questo progetto si possa trasmettere all’osservatore oppure che il documentario la susciti in ogni caso?

Il mio lavoro in questo film è stato caratterizzato da questo movimento costante tra vicinanza e distanza, tra empatia e alienazione. Perché ovviamente c’è un punto di vista che cerca di astrarre e quindi l’obiettivo era quello di portare lo sguardo più lontano dalla situazione rappresentata per osservarla da altre prospettive. Ma allo stesso tempo se fossi stata “lontana”, nel senso focalizzata su una prospettiva non vicina a ciò che vediamo, penso che avrebbe avuto un effetto diverso da quello che cerco io nel film. Nel film, anche sentire l’emozione e la vicinanza e identificarsi con alcune situazioni è importante perché, per me, quello che il film racconta riguarda comunque tutti.

Come dicevamo, nessuno vive sottovuoto e siamo tutti quanti dentro a questa giostra. La giostra nel film è, in qualche modo, il luogo in cui siamo tutti dentro appesi, oltre a rappresentare un discorso sulla mascolinità e i corpi degli adolescenti. Ma la giostra appesa nel nulla, come fosse un razzo è il simbolo del luogo in cui ci troviamo, a bordo di una navicella spaziale nella quale dobbiamo confrontarci con gli altri esseri umani. Il fatto di sentire l’empatia e la vicinanza verso le fragilità umane e verso le contraddizioni che ci contraddistinguono, la difficoltà quotidiana di dover appartenere e performare un certo tipo di cerimonia sociale, per raccontare questo serviva anche uno sguardo molto empatico che spero emerga.

Quale è la normalità che senti aver pesato di più nella tua vita?

Sicuramente sono sempre stata molto consapevole del mio genere, del mio essere ragazza, donna, bambina, in un mondo in cui questo voleva dire tante cose. Dal dover essere per forza bravissima a giocare a calcetto alle elementari altrimenti non ti facevano entrare nella squadra. Oppure, durante lo sviluppo e l’adolescenza il dover camminare in strada e avere paura degli sguardi inopportuni. Non so se ce n’è una in particolare, ma l’identità di crescere come donna mi ha fatto sentire la frustrazione di una serie di svantaggi, o meglio, questioni sociali che già dall’infanzia avevo molto chiare. È un tema che poi nella vita ho elaborato e affrontato molto… non a caso poi una diventa femminista (ride ndr.).

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