Un giaguaro. Sinuoso e proteso, con gli aguzzi denti e le zampe allungate. Baluginante come un fantasma nella foschia, come l’aria che vibra poco sopra la fiamma di una candela. Accucciato ma scattante ad un balzo, dal buio alla luce, non appena degli occhi lo distinguono, dipinto a colori sulla pietra antica. 

Una candela, poi due, poi tantissime: sciolte di cera, sottili ed esili, immobili e mistiche su un pavimento nascosto da mille aghi di pino. Sono aguzze foglie ingiallite dal tempo, dal caldo estivo, scricchiolano all’arrivare di un passo, si sollevano come piccole onde in un mare di fronde pungenti.

Tutto tremola, fruscia, echeggia, sussurra dentro alla chiesa di San Juan de Chamula. Sapevo che improvvisamente mi sarei ritrovata in un posto così, di quelli che danno un senso – muto e perfetto – al viaggio compiuto.

La chiesa di San Juan indossa un manto di calce bianca, stretta e svettante, ma la sua piatta facciata è un prato di allegorie, coloratissime e sgargianti, come gli scialli di lana e le gonne pelose delle piccole donne tzotzil.

Donne native della città, viste attraverso un finestrino d’autobus. 
San Juan de Chamula, Messico.
Donne native della città, viste attraverso un finestrino d’autobus.
San Juan de Chamula, Messico.

I loro volti seminascosti paiono un po’ corrucciati, i loro occhi neri e allungati non mi raggiungono mai, ma io guardo loro e riconosco i lineamenti antichi dei Maya, la pelle scura appoggiata agli strati di abiti pesanti. I loro corpi sono robusti, vestiti di pelle di pecora, e le loro grosse trecce di capelli neri ondeggiano a ogni passo, smorzato e fermo.

Nella chiesa di San Juan de Chamula non si entra, si sogna. Si sogna uno di quegli incomprensibili sogni di cui si ricordano tutti i dettagli più vividi, quasi fossero veri. Si sogna una magia palpitante di fede, di quel sincretismo fervido e disarmante che mai come in Messico avevo colto prima di allora. 

A San Juan, non si dimentica l’odore pungente di cera disciolta, l’ovattata nebbia di bosco che si innalza dal basso, dove famiglie intere, inginocchiate su tappeti intrecciati, pregano insieme, girati all’altare senza Cristo.

Qui Gesù non è in croce, è risorto, e i tzotzil lo sanno bene. Gli portano in omaggio lunghe candeline che i bambini proteggono con un velo quando la porta della chiesa si apre e una pericolosa folata d’aria si insidia in quell’universo di orazioni sussurrate e bibite gassate bevute per espellere il male dal corpo anche con un suono.

Non ci sono panche, né cappelle, solo una serie lunghissima di tabernacoli di santi – i loro occhi severi e vigili, le loro mani protese. Hanno un piccolo specchio che ciondola dal collo. I tzotzil vi si riflettono e si raccontano, davanti al loro stesso dimesso volto, confessando i loro peccati a Dio. 

Sì, perché Dio sta là, vicino a un giaguaro ruggente dipinto sulla pietra, riscaldato dall’instabile luce delle sottili candele votive, protetto da grigi teli spioventi. Sta là e aspetta, eternamente, su una strada frusciante di aghi di pino.

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