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Undici milioni. Undici milioni di uomini e donne catturati, imprigionati e deportati come animali nel Nuovo Mondo nell’arco di quattro secoli. Altrettanti, invece, furono gli esseri umani morti durante le fasi di cattura e deportazione.

La tratta degli schiavi africani, da parte del “civile” uomo bianco – verso una terra nel frattempo completamente colonizzata a scapito dello sterminio dei suoi abitanti originari, gli Indiani d’America – iniziò intorno al XVI secolo.

Una ferita senza scusanti, verso la “culla dell’umanità”, ovvero l’Africa, da parte dell’uomo occidentale. Uomo che ancora oggi – in diversi casi – è convinto della propria superiorità e diritto di comando, nei confronti delle altre popolazioni della Terra. Nonostante sia stato lui stesso protagonista di una immigrazione di massa, con annesso ingiustificabile desiderio di supremazia.

Ma da tanto dolore, sofferto dagli schiavi deportati, nacque anche un genere musicale indelebile nel tempo, destinato a influenzare gli stili successivi. Per questo Sguardi di Confine, per la prima volta, scende in campo: dal 7 al 9 ottobre saremo infatti presenti all’interno di Frammenti Blues Festival (Castello Visconti, Somma Lombardo – VA). Una tre giorni che, oltre a portare in scena artisti di fama internazionale del momento, propone una mostra sulla storia del blues a cura di Francesco Chiaravalloti di Café Musique. Di seguito, il testo de “Le Origini”.

tratta degli schiavi africani

Africa – Le origini della tratta degli schiavi africani

La culla dell’umanità è un luogo dove l’evoluzione dell’uomo ebbe origine. Qui dove tutto ebbe inizio, si consumò la più grande deportazione di esseri umani. In Africa, da sempre, la musica è una manifestazione esplicita della sua gente, un linguaggio capace di accompagnare non solo i momenti fondamentali della vita come la nascita, l’iniziazione, il matrimonio, ma anche ogni faccenda quotidiana da affrontare con l’incedere ritmico necessario per alleviare la fatica.

Il corpo è stato per gli africani il grande suggeritore di una ritmica naturale, fornita prima di tutto dal battito del cuore e poi dal succedersi più o meno ordinato della respirazione. Ma il primo strumento capace di modulare il suono in una varietà di forme è stata la voce. Tali ritmi sono stati presto riprodotti artificialmente, allargando lo spettro delle possibilità percussive con l’invenzione dei primi strumenti musicali.

L’Africa è tagliata in due dal deserto del Sahara, che la divide in due grandi aree culturali. L’area a nord di cultura araba è detta regione afro-islamica e quella a sud del deserto è l’area subsahariana. Nel mezzo, si trova una striscia di terra, per lo più desertica, che si estende dal mar Rosso all’oceano Atlantico chiamata Sahel; a sud di questa troviamo la regione del Sudan.

I tratti stilistici africani che ritroviamo nel blues sono proprio quelli più radicati nella cosiddetta “fascia sudanica centro-occidentale“, proprio quella da cui proveniva la maggior parte degli schiavi. Dei tratti stilistici tipici della musica africana, non tutti si sono conservati e tramandati fino a confluire nel blues. Ad esempio, son spariti quei tratti “comunitari come cori, intrecci poliritmici e son rimasti quelli solitari; questo sarebbe dovuto al fatto che, durante la segregazione razziale, i bianchi, cioè i padroni, avevano tutto l’interesse a disperdere, frammentare e spezzare le comunità di schiavi. Essi vedevano nella loro aggregazione un modo per promuovere i loro usi e costumi, le loro credenze, la loro cultura; se non, addirittura, un modo per organizzare tentativi di rivolta e di rovesciamento della scala sociale.

La deportazione degli schiavi da parte dei bianchi iniziò intorno al XVI secolo. Gli stati europei avevano bisogno di manodopera per i propri insediamenti in America legati per lavorare alle piantagioni di caffè, canna da zucchero e cotone. In breve tempo negrieri spagnoli, portoghesi, olandesi e di seguito francesi e inglesi si organizzarono per avviare il trasporto e la vendita di intere popolazioni africane. Successivamente alla fondazione dell’insediamento di Jamestown da parte degli inglesi, iniziò la prima massiccia importazione documentata. Alla fine del XVII secolo uomini e donne furono venduti ai bianchi come schiavi e impiegati nelle piantagioni per la raccolta del cotone e in altri lavori.

tratta degli schiavi africani

Foto: © Wikipedia, Alcuni schiavi durante la raccolta di canna da zucchero sull’isola di La Réunion tra il 1879 e il 1891.

Lungo tutto il XVIII secolo fu costante e numeroso l’afflusso sul suolo statunitense di uomini provenienti dalla fascia sudanica centro-occidentale. La destinazione più frequente di questi contingenti era la Louisiana; nel secolo successivo discendenti di quegli schiavi (deportati dal Senegal, dalla Guinea e dal Mali) finirono in fattorie del Mississippi e del profondo sud del paese, garantendo così la sopravvivenza dei tratti musicali africani tipici dell’area di provenienza.

All’inizio gli schiavi erano catturati dai negrieri, che circondavano di sorpresa i loro villaggi e tendevano reti nelle foreste per intrappolarli, proprio come se fossero animali. Successivamente, quando la richiesta di schiavi divenne più pressante, alcuni re africani accettarono di collaborare con gli Europei, organizzando razzie o guerre contro le altre tribù per procurare prigionieri.

Dai luoghi di cattura all’interno del continente gli schiavi venivano incolonnati verso i porti d’imbarco. Arrivavano in lunghe file ed erano costretti a portare sulla testa oggetti come pacchi, fasci di zanne di elefante, mais, pelli o otri pieni d’acqua. Il trasferimento forzato fino alla costa poteva durare parecchi giorni o settimane. Chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato o lasciato morire. Sulla costa venivano imprigionati in fortezze o in capanne dette “barracoons” dove sostavano per molti giorni o intere settimane in attesa delle navi. Prima dell’imbarco gli schiavi erano marchiati con un ferro rovente e battezzati con una frettolosa cerimonia.

Il Viaggio – “la puzza della paura della morte”

«La donna è legata, stesa sul fondo della canoa, avverte i colpi di pagaia degli uomini che la portano lontano dalla terraferma, chissà dove. Poi, come da un incubo, ecco emergere il profilo massiccio e implacabile della owba coocoo, la nave che si porta via la gente… e quell’odore, quel lezzo insopportabile quel misto di sudore, di marciume, di escrementi. La puzza della paura, della morte.

Uno scatto di remi, un tuffo; e via, la donna nuota come un pesce verso la costa; grida infuriate dietro di lei, certo la inseguiranno per riacchiapparla. Invece no: si rende conto che i marinai appena tuffati a sua volta sono precipitosamente tornati imprecando sulla loro imbarcazione, ed è chiaro il perché. Dietro di lei un grosso squalo la insegue. Ce la fa ad arrivare sulla terraferma, però adesso ci sono riusciti anche i suoi aguzzini. Stremata, si lascia legare di nuovo; la trascinano sulla nave, la buttano sul ponte, poi la stiva la inghiotte»Marcus Rediker

Con l’inizio della deportazione africana iniziò il tormentoso viaggio forzato di intere tribù verso l’America. 
L’organizzazione creata dai negrieri per il trasporto era fatta in modo da portare più schiavi possibili, ammassati in stive non più alte di un metro e mezzo. Nudi e incatenati a due a due, avendo a disposizione uno spazio di non più di cinquanta centimetri ciascuno, compivano traversate che potevano durare anche due o tre mesi.

Naturalmente, la mortalità era altissima. Molti si ammalavano per il sudiciume, la facilità di contagio, l’alimentazione inadatta e alcuni, spinti dalla disperazione, si suicidavano. Durante i viaggi sulle navi verso il Nuovo Mondo, i commercianti di schiavi incoraggiavano spesso musica, danze e uso di strumenti musicali africani fra i prigionieri, per prevenire loro eventuali depressioni e morte. Ciò che venne loro proibito furono i tamburi, proprio per la loro valenza comunicativa e per il loro carattere di “lingua oltre la lingua”, capace di essere comprensibile dai neri delle più diverse etnie e lingue africane.

Nuovo Mondo e l’acquisto dei “pezzi” migliori

tratta degli schiavi africani

Foto: © Wikipedia – Peter, uno schiavo di Mississippi, 1863, le cui cicatrici sono il risultato della violenza continuata da parte dei responsabili delle piantagioni.

Al termine del viaggio gli schiavi venivano sbarcati. Arrivati nelle città portuali, gli schiavi superstiti – dopo essere stati rifocillati, curati, ripuliti, unti con olio di palma per ben figurare agli occhi dei mercanti – venivano esposti al mercato degli schiavi, dove i compratori delle varie compagnie commerciali europee si aggiudicavano i “pezzi” migliori con vere e proprie aste. Venivano venduti, da soli o in gruppi, e il loro prezzo dipendeva dall’età e dalle condizioni di salute.

Nel losco e spregevole giro d’affari si era creata una vera e propria organizzazione che partendo dall’armatore che metteva a disposizione le navi per la tratta, si snodava attraverso i capitani delle imbarcazioni fino una serie di agenti che in terra africana procacciavano gli schiavi da imbarcare e portare in America. 

Fra padrone e schiavo non c’era nessuna comunicazione sul piano umano, ma solo la relazione che si può avere con un pezzo di proprietà. In America lo schiavo nero non aveva alcuna possibilità di carattere intellettuale, quali che fossero le sue capacità o il prestigio di cui aveva goduto nel suo paese di origine. Il fine dell’africano era fornire il lavoro agricolo nelle piantagioni di caffè, canna da zucchero e, più tardi, in quelle del cotone; ad essi erano affidati i lavori più pesanti, come la raccolta e la lavorazione. Le loro condizioni di lavoro e di vita erano molto dure. Solo gli schiavi domestici, che vivevano nella casa del proprietario e si dedicavano alla cura della sua persona, alla pulizia della casa o alla cucina, vivevano in condizioni migliori.

Gli africani si ritrovarono costretti in un mondo completamente alieno, dove nessun riferimento o forma culturale collegati ad atteggiamenti umani a loro familiari era disponibile. La completa estraneità dell’uomo africano alla lingua, alla cultura, alle usanze del luogo, l’ostilità nell’apprendere la lingua e la mancanza di volontà di integrarsi nel nuovo mondo, portarono le madri africane a uccidere spesso i loro neonati, piuttosto che farli vivere da schiavi in queste terre straniere.

Le stime sul tragico fenomeno della diaspora africana parlano di undici milioni di uomini e donne catturati, imprigionati e deportati come schiavi nel Nuovo Mondo nell’arco di quattro secoli. Questi sono quelli che sopravvissero ma si stima che altrettanti morirono durante le fasi di cattura e deportazione.

3 thoughts on “La tratta degli schiavi africani: lo sterminio del “civile” uomo bianco

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  2. Mica sono stati solo i “bianchi” a schiavizzare gli africani eh! La tratta araba è stata circa dello stesso livello ovvero superiore ai 10 milioni di schiavi nella tratta sahariana, del mar rosso e dell’oceano indiano. Ovviamente è meno conosciuta ma non per questo meno importante. Senza contare che è esistita anche una fiorente tratta tra le due sponde del mediterraneo, moltissimi italiani sono stati fatti schiavi dai saraceni il prof. Salvatore Bono stima attorno ai 300.000. Numeri mica bassi e totalmente rimossi dalla memoria italiana tranne in qualche canzone popolale michelemma’ ad esempio.
    Finisco citando i tanti slavi schiavizzati da ottomani e tartari le stime più accreditate parlano di 3 milioni di esseri umani.
    Purtroppo (o per fortuna) l’uomo bianco (ma che brutta parola!!) non ha avuto il monopolio di questo turpe traffico ma anche altre civiltà avazate si sono macchiate di questo grave crimine.

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