Al di là del vetro - Racconto –
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Un racconto liberamente ispirato alla realtà: È mezzogiorno e sull’orologio le lancette hanno giunto i loro palmi come in una preghiera. Le avevo osservate a lungo, guardandole mentre ticchettando si univano, in attesa che fosse il mio turno.

Ma sono ancora qui ad aspettare. Siamo tutti seduti in una grande sala, come pietre pesanti, in attesa. I miei occhi inseguono le figure sfocate sedute dietro alle finestre di vetro. Ci sono sei finestre che si affacciano sulla sala d’ingresso, ognuna dista mezzo metro dall’altra. Due finestre sono chiuse e le altre sono occupate da seri uomini in uniforme. Le loro facce sono scontrose e le loro sopracciglia sono abbassate, le loro labbra sono l’unico elemento danzante nelle loro sagome immobili. Con bruschi movimenti delle mani, consumano la catena umana che sta tra loro e le finestre di vetro dietro alle quali sono seduti.

Versione originale in inglese tradotta da I. Capitanio

L’orologio batte le mani altre due volte prima che io sia chiamato avanti per fare richiesta del mio permesso per studenti. Nel mio zaino turchese pieno di documenti, CV, copie della mia carta d’identità, appunti, tutto è mischiato in quella che sembra una larga bocca di rospo.

Mi avvicino al vetro e appoggio il mio passaporto sul bancone di marmo mentre l’uomo dietro al vetro lo raggiunge con dita grasse, richiedendo il documento ed esaminandolo con chirurgica attenzione. Non appena punta il suo indice nel centro del mio passaporto, le sue pupille si alzano su di me e con le labbra serrate che si schiudono in una sorta di lieve ma visibile sorrisetto, mi chiede: “Studi? Cosa?

Rispondo: “Lingue straniere”.

Ho bisogno dell’attestato di iscrizione e della ricevuta di pagamento della tassa”.

Le mie mani si immergono nella bocca di rospo cercando ciò che l’uomo ha richiesto. Tutto ciò a cui penso sono gli occhi degli altri che osservano le mie mosse, il sudore che scende lungo il mio collo, nel collo della mia camicia. Stavo portando lo zaino da un po’, era come se fosse diventato parte della mia pelle. Estraggo i documenti e li deposito dolcemente sul bancone.

Mi chiedo perché fosse così importante per il poliziotto conoscere i miei studi, forse era stato un riflesso, quegli uomini silenziosi non proferivano mai parola eccetto per richiedere altri documenti.

Non gli serviva altro, io li chiamavo le fiaccole della maratona, perché se osavi fissarli per più di dieci secondi con il dubbio negli occhi, i tuoi documenti sarebbero diventati scorretti, incompleti, o sarebbero risultati scaduti. Ciò significava altre due camminate in più verso un altro ufficio, dove avrei fissato un altro orologio, registrando uno sguardo meticoloso su un altro volto, memorizzando ogni neo, tracciando ogni ruga in mani che digitano, contando ogni battito di ciglia e misurando ogni angolo di un’altra sala d’attesa.

Il giorno sarebbe morto con i miei piedi indolenziti e un altro plico di documenti nel mio zaino turchese, solo perché io ritornassi l’indomani all’ufficio immigrazioni, prima che la stella del nord scomparisse, provando ad essere il primo in una lunga catena umana.

Sarei dovuto arrivare presto al mattino, quando il cancello d’acciaio è ancora freddo dalla notte trascorsa e affrontare la coda formata da due o tre di noi, solo per vedere nuovamente le stesse facce scontrose – che credo abbiano nascosto le loro risate e la loro felicità in un armadio – pronto ad esser consumato di nuovo. E loro sarebbero ancora lì.

Loro sarebbero senza vita, meccanici, mi odierebbero per esser lì così presto al mattino. Mi guarderebbero probabilmente con la stessa pietà con la quale guardano un sopravvissuto di guerra, ancora vivo dopo il massacro burocratico del giorno prima. La catena umana si formerebbe sempre più lunga, sudata, ingrassando con il passare delle ore. Io dovrei affrontare un altro impiegato. Loro chiederebbero nuovamente il mio passaporto e i documenti mancanti. Loro mi guarderebbero con lo stesso sguardo dubbioso. Ed ecco che sarei pronto a correre di nuovo, pronto a rifare la coda un altro giorno mentre il sole affoga, maledicendomi per non aver comprato il kit postale da trenta euro.

Dopo tutte le volte che ho camminato per questi uffici, ancora non riesco ad essere preparato, c’è sempre qualcosa che manca. Mi sento un animale in trappola, strappato via dal flusso della vita. Il tempo non esiste più, i miei amici sembrano immaginari e i giorni trascorsi in questo Paese sembrano un lungo sogno. L’unico elemento che ci connette al mondo esterno sono gli impiegati. Loro sembrano gli unici ad accorgersi della nostra esistenza. Non li odio per il loro lavoro, credo siano stati forgiati e plasmati da un’interiorizzazione forzata di norme, leggi, virgole particolari e noiose routines. Ci deglutiscono ogni giorno e noi siamo nel mezzo dei loro ventri finché ne siamo espulsi con timbri blu e dai loro monosillabici borbottii: “Documenti. Ok. Il prossimo”.

Questo mi affascinava. Ero curioso di sapere come il loro burocratichese suonava e come lo dovevano spiegare, senza sapere come farlo, a persone di diversa nazionalità, che i loro documenti erano scaduti e le loro carte di credito non funzionavano e così via. Volevo sapere come facevano a evitare le conversazioni prolungate e come i loro comandi imperiosi interrompevano ogni altra domanda qualcuno avrebbe potuto avere. Le loro domande si sovrapponevano ai nostri borbottii e “ma” quando le loro richieste si scontravano con quelle di altri uffici. Noi, i soggetti in questione, non siamo altro che fattorini per loro.

Uno show di comportamenti automatizzati, tipici per uno qualsiasi di questi lavoratori, non importa di quale ufficio, sono tutti uguali. Il mantra della ripetizione è sceso su di loro, e la burocrazia consuma anche me. Un duro sistema pronto per farmi girare come una trottola nello sconosciuto reame di Kratos, il potere, un sistema alimentato da un’originale ricerca di efficienza e che si è trasformato lentamente in un processo di disumanizzazione. I partecipanti ne erano le ossa e il sangue. Potevo giustificare empaticamente i loro modi per molte ovvie ragioni. Penso che visti dall’altro lato del vetro siamo solo parte della loro cassetta per gli attrezzi. Cercando di non suonare troppo kafkiano, lamentandomi della natura della legge, non è mio dovere giudicare la natura del loro lavoro, dato che comunque non sarei deliziato nel vedere un’atmosfera  amichevole ma inefficiente.

Ciò che è evidentemente spiacevole è la natura verticale di questa struttura costruita sulle complessità che spingono le persone lontane l’una dall’altra, lasciando incontestata l’efficienza del sistema.

Vedevo un lieve antagonismo nelle relazioni umane in quest’area, che riempiva di tensione l’aria degli uffici. Mi sentivo guardato dall’alto in basso. Non mi piaceva l’idea, sentivo che svolgere queste procedure mi rendeva solo il ragazzo che compila documenti, non quello che apprezza un affresco dipinto sugli antichi muri italiani. Sentivo che i satiri di pietra seduti sulle cime delle case lungo la via, mi sorridevano quando passavo per la quarta volta nello stesso giorno. Li impietosivo, avevano visto molte facce prima di me. Non avevano mai visto un cammello come me, che portava sulla schiena, documenti dell’amministrazione locale portati da un posto all’altro. Avevano visto delle coppie, dei vecchi uomini con i loro Yorkshire e dei senzatetto nelle ore più buie, ma io ero nuovo per loro, così come erano nuove per me le complessità dell’ufficio integrazione.

Penso a tutte queste cose mentre attendo in Comune il mio turno che deve ancora arrivare. La sala d’attesa non è piena come al solito. Avevo saltato le lezioni solo per esser lì un po’ prima, una donna chiama il mio nome e mi fa sedere di fronte alla scrivania. Non appena mi siedo lei non sembra nemmeno notarmi, mentre io avevo notato lo smalto violaceo di questa signora di mezza età, mentre digitava sulla tastiera con la massima delicatezza. Pensavo la sua tastiera fosse fatta di vetro, aveva i capelli corti, tagliati da poco, indossava una maglietta bianca a collo alto e un’enorme collana pendeva dal suo collo rugoso. Mi sembra che le donne si debbano sempre vestire bene e cerchino di apparire bene anche quando lavorano in una miniera di carbone. Questi dettagli mi danno sempre una sensazione di leggerezza rispetto all’uniforme militare. Avevo il tempo di esaminare meticolosamente l’apparenza della donna quando finì di digitare prima di iniziare a esser conscia della mia presenza.

Finalmente avanziamo alla parte comunicativa, il burocratichese d’ufficio si evolve un po’. Avrei dovuto avere più dimestichezza con il sistema ora, e loro forse l’avrebbero capito, le procedure sarebbero state più veloci e non sarei andato troppo in panico, le mie mani sarebbero state ferme e il caos nel mio zaino sarebbe scomparso. Sperando di non aver dimenticato niente, avrei potuto ricordare le sedi degli uffici, ma nulla avrebbe mandato via il disagio. Nemmeno le maniere carine ed educate di queste donne. Rimanevano troppe cose da fare, troppo tempo da aspettare, troppe code, troppi appuntamenti per altre pratiche.

Lasciai la sala d’attesa con un altro mucchio di fogli che la signora dell’ufficio aveva dato al mio zaino per colazione. Desideravo solo esser seduto da un’altra parte non facendo niente. Queste persone mi ricordavano i miei parenti noiosi che arrivavano per una visita e io dovevo sottostare ai loro interrogatori. Vecchi cugini dei miei nonni che versavano il té, con i loro pantaloni grigi di lino e magliette estive color kaki. Mi chiedevano dei miei voti e davano lezioni morali su come mi sarei dovuto comportare anche se appena mi conoscevano. Anche loro avevano gli stessi modi automatici di quei lavoratori istituzionalizzati, la differenza era che sedevamo nel nostro salotto e bevevano liquori ricordandomi dei miei doveri.

Questo la dice lunga sul mio sentire verso questo tipo di relazione, quella fissata da qualche antica legge che si sviluppa su basi personali e riempie il silenzio creando conversazioni inevitabili. Non sto chiedendo privilegi, solo equilibrio. Un equilibrio tra le istituzioni e le persone che potrebbe contribuire a riempire questi vuoti invisibili, lo farebbe certamente.

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