Caro amico mio,

sono passati circa vent’anni dall’ultima volta che ci siamo abbracciati.

Poi quel triste addio. Sapevamo entrambi che non ci saremmo più incontrati. Io sono cambiata, ma questo tu già lo sapevi. Tu?

Tu se vivi da qualche parte, prendi fiato e ascoltami. Ti racconto la mia vita, da qualche tempo cambiata, diversa. È un momento molto difficile per me e per tutta l’umanità. Sai, un nemico invisibile ha colonizzato l’intero pianeta.

[expand title=”Leggi di più”]

Un nemico molto pericoloso che colpisce e ferisce l’essere umano. Per questo motivo, siamo tutti obbligati a rimanere a casa. Dobbiamo difenderci e costringerlo a sparire. Nel frattempo non posso uscire, tranne che per andare a comprare gli alimenti dal minmarket all’angolo e poi rientrare. Ed è proprio varcando la porta della mia abitazione che si consuma il dramma. La città è deserta e le poche persone che incontro indossano una mascherina e dei guanti in lattice. Le strade sono completamente vuote, buie, nonostante i raggi del sole primaverile. Le macchine ferme. Allineate ai margini dell’asfalto. 

Mi sono chiesta che senso abbia tingersi ancora le labbra di rosso, se nessuno può guardarle, baciarle, assaporarle. Cammino, e gli unici sprazzi di gioia sono affissi sulle ringhiere dei balconi, sono i messaggi dei più piccoli “ andrà tutto bene”, colorati su semplici cartoni bianchi e abbelliti con un fascio arcobaleno. Accenno un sorriso, ma nessuno può notarlo perché una sciarpa avvolge per ben due volte il mio collo, ammantandomi naso e bocca. Seppur abituata al cambiamento, questo davvero non lo sopporto. Mi fa male, tanto male.

Ho persino fermato il suono del pendolo. Non c’è più tempo da misurare, tutto scorre senza minuti. Le ore non passano e le giornate sembrano identiche e infinite. Le mie giornate?

Scrivo la mia vita nei giorni che diventeranno storia per il futuro. È tutto sottosopra. 

Il caffè non mi tiene più sveglia, mi addormenta. 

Bevo una tisana prima di andare a letto e dopo aver trattato il mio viso con una maschera al caviale.

Ascolto la musica, quella bella, leggo, prego e ripercorro il mio passato. 

Sono sola. Vivo sola. 

Mi prendo cura della mia anima, parlo con lei.

Le dico che dovremmo reinventarci ancora una volta e che dovremmo cominciare a farlo subito. Quelle giornate colme d’impegni e ricche d’incontri si sono ridotte tra sedia e divano, si sono spente, precipitando in un silenzio tombale. Dove sono finite? Quando ricominceranno? Chissà!

La mia vita è così diversa, stravolta.
La vita di tutti è cambiata. 

È come se un’onda gigantesca avesse travolto l’intero universo e in un solo istante avesse inghiottito tutto, senza lasciare alcuna traccia. Trascorro molto tempo a esplorare il mistero dell’esistenza e comincio a riflettere sul vero senso della vita. Sono orgogliosa di essere una donna coraggiosa e minimalista. Oggi più di ieri mi rendo conto di quanto sia importante anteporre l’essenziale al superfluo, a quello che comunemente si usa definire “il di più”.

E mentre si consuma l’emergenza, io sono qui nella mia casa modesta che mi guardo, mi compiaccio e apprezzo il mio parsimonioso stile di vita. Amico, da sempre, discusso da molti. 

In questo grande spazio di tempo, vuoto e silente, ho imparato a comprendere la forza dell’imprevisto, che è lì dietro le spalle. Ci osserva e come uno tsunami arriva violento e sorprende tutti: ricchi, poveri, imprenditori, operai, stranieri, eterosessuali, transgender, senza alcuna distinzione. Arginando così quel divario sociale edificato dall’uomo.

L’uguaglianza ha insabbiato la differenza.

Le proprie case sono i luoghi comuni di tutti, e le strade, i non luoghi, sono libere arterie senza traffico. Gli aerei volano solo per trasportare gli angeli della medicina provenienti da ogni parte del mondo, dalla Cina, da Cuba… per supportare i medici italiani e i malati di Covid-19.

Sono loro i portatori di speranza e solidarietà. Nessun aereo può ospitare i famosi diretti alle maldive per vacanza e relax. È davvero tutto fermo. E a battere è solo il cuore.

Il cuore di chi ha coltivato amore e filantropia. Di chi ha sofferto e imparato dal dolore. Di chi ha perdonato senza condannare e ascoltato prima di giudicare. Ecco, sono le ore diciotto e come ogni giorno, sono davanti alla tv per seguire gli ultimi aggiornamenti dei numeri sulla situazione epidemica in Italia. Sono più di 600 i decessi oggi. Sono davvero tanti, ma non è più una questione di numeri, anche se fossero stati pochi, il dolore è tanto. 

Bisogna avere pazienza, me lo dico ripetutamente. Sono sempre stata affascinata dal sacrificio e abituata a viverlo come mistico percorso per raggiungere la serenità.

È già primavera, e tu sai benissimo quanto sono innamorata di questa stagione. La stagione del risveglio, del profumo dei fiori e dei pomeriggi lunghi e soleggiati. Mi son sempre sentita più libera e rinata in questo periodo. Oggi la guardo dall’alto della mia casa, nostalgica e senza fiato. Questa volta sto contando i giorni che mi separano dalla sua fine, solo perché spero che quel giorno sarà tutto finito.

Mi manca la libertà.

Mi mancano gli abbracci giornalieri.
Mi mancano i miei amici e le serate in disco.

Mi mancano i baci e le strette di mano.

Mi manca la mia amata Bari colma di gente, e i miei viaggi in giro per l’Italia.

Mi manca tantissimo Berlino, magnetica, suprema nel suo genere.
Mi manca tutto!

La forza di oggi è aver scoperto la presenza costante, se pur virtuale, telefonica, delle persone a me care. Gli amici che mi sostengono in questo istante sono il mio ossigeno.

E poi ci sono i miei genitori ai quali con piacere regalo la mia presenza a pranzo. Passare più tempo con loro, potermi dedicare al loro benessere, proteggerli da questo male mi rende una persona migliore. Sono molto contenta di affiancarli e tutelarli. Non so cosa mi aspetterà domani quando tutto sarà finito. Penso a come sarà difficile, per una come me da sempre in balia del vento, ricominciare dopo questo dramma. Il governo parla di esoneri, garantisce aiuti e contributi a favore dei lavoratori. Ancora una volta mi sento sola, esclusa e in tutto questo io non c’entro.

Se pur pronta a ripartire con la mia valigia in giro per l’Italia, so bene che questo non sarà possibile per i tanti mesi futuri. Mi chiedo che ne sarà di me, vedo la fine di questa brutta storia, come un inizio incerto e ripido. Mi capita spesso di piangere.

Spariranno le lacrime, ma rimarranno nella memoria dei miei occhi per sempre.

Ah, dimenticavo…

Se dovessi dare un nome, oggi, a questo periodo, lo chiamerei “prigione”, proprio con lo stesso nome col quale chiamavo te (corpo), circa vent’anni fa!

Perché sono… Un Angelo Legato a un Palo.

Alessia 

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

[/expand]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *