Caravà, psicoterapeuta: «È ora di dare voce alle persone trans in ogni contesto»

Chiara Caravà, psicoterapeuta di Milano, si occupa di accompagnare le persone gender variant nel loro percorso di transizione da 12 anni.

In questa intervista ci spiega come il contesto culturale e il linguaggio utilizzato abbiano una ripercussione sulla vita delle persone transgender. Il contesto sociale, l’educazione e la genitorialità sono altre tematiche affrontate dalla professionista il cui consiglio principale è quello di conoscere e informarsi.

Solo in questo modo il pregiudizio permette a una superficiale tolleranza di diventare piena accettazione. Conoscere permette di comprendere il percorso che le persone “T” attraversano e poterle supportare e sostenere.

Per questo motivo, l’opinione di un’esperta, che con il proprio lavoro accompagna le persone gender variant, è una testimonianza di valore che ci aiuta a vedere, con un approccio più profondo, il genere per come pensiamo di conoscerlo.

Partiamo dai termini: perché ora si utilizza la parola “transgender” e non più “transessuale”?

«Il termine transessuale è un termine che si tende a non utilizzare più perché indica il transitare da un sesso all’altro con assistenza medica e chirurgica.

Oggi invece si pone attenzione al genere al quale la persona si sente di appartenere, piuttosto che all’aspetto prettamente dell’apparato genitale. Transgender è un termine più ampio, che include persone che sentono la propria identità di genere opposta al sesso assegnato alla nascita (uomini trans e donne trans), ma anche persone che non sentono il loro genere “spiegato” dale categorie binarie “maschile” o “femminile” (genderqueer o non binari, bigenere, pangenere, di gender fluid  o agender). Si usano anche diversi termini: gender variant, gender non conformity, queer, ad esempio.

Ad oggi i percorsi di transizione sono diversi in base al sentire e al vissuto della persona, e includono gradi di medicalizzazione differenti, che spesso non arrivano alla riassegnazione chirurgica del sesso».

Gender variant, non binary, agender… Sono numerosi i termini nell’ambito. Più confusione o più possibilità di trovare la propria identità?

«Come ogni questione, anche questa è relativa. Ci sono persone alle quali queste “etichette” servono, si ritrovano in queste categorie, si riconoscono in esse e quindi possono sentire un’appartenenza. Le “etichette” permettono anche di trovare altre persone che hanno un vissuto simile (per esempio su gruppi facebook o su altri canali) e quindi è molto importante per loro. Il senso di appartenenza, per gli esseri umani, è importante.

Per le persone transgender è difficile essere riconosciute come tali, spesso a causa della non conoscenza, sembra che il mondo dica loro: “Tu non sei quello che ti senti”. In questo contesto culturale binario (che ci dice “o sei maschio o sei femmina”), le categorie emergenti permettono alle persone di sentirsi riconosciute e non sentirsi sole.

La presenza di sempre più numerose etichette, o categorie, ci fa anche capire quanto il binarismo di genere non sia più una cornice adatta a spiegare la complessità della varianza di genere, ovvero la complessità dell’identità umana. Così nascono queste etichette: danno la possibilità di esprimere le proprie differenze. Ben venga se sono utili a qualcuno.

A qualcuno possono creare confusione? A volte può capitare, ma niente di così “grave”: fa parte del processo di comprensione identitaria. Meglio avere più opzioni che non averne. È il modo per far sapere che ci sono tante altre persone con un simile vissuto e un simile sentire».

Identità di genere e costumi sociali: quanto il maschile e il femminile sono costruzioni sociali e quanto sono innati?

«La costruzione dell’espressione di genere ha sicuramente una componente sociale importante, dipende dal contesto sociale al quale apparteniamo. Così come è presente anche una componente innata, questo è innegabile. La ricerca, però, non dà ancora una risposta rispetto a quanto sia innato e quanto influenzato dal contesto sociale.

Gli psicoterapeuti che lavorano seguendo un approccio affermativo, come me, non si focalizzano sulla ricerca delle “cause”. Questo perché assumiamo che le persone trans fanno parte della variabilità umana, semplicemente esistono, in ogni parte del mondo e da sempre: se una persona si sente transgender, cerchiamo di sostenerla nell’espressione della propria identità, cerchiamo di accompagnarla, se ne ha bisogno (non assumiamo che tutte le persone trans stiano “male”), affinché sia il più possibile a suo agio in questo mondo, nonostante non senta di appartenere a uno dei due generi binari».

Cosa consigli ai genitori di bambini trans?

«Sicuramente informarsi. Cercare altri gruppi di genitori che vivono la stessa situazione. Penso a Camilla Vivian e al suo blog “Mio Figlio in Rosa”. C’è anche un gruppo su Facebook italiano di genitori con bambini gender variant, ci sono gruppi di genitori stranieri, così come sono presenti molti video su YouTube di giovani trans, bravissimi a raccontarsi. Internet in questo è un grande supporto.

È importante cercare persone con le quali condividere la propria esperienza e, ovviamente, rivolgersi a un professionista che si occupa di tematica trans. È fondamentale rivolgersi a centri specializzati: qui viene svolto un lavoro con i genitori per imparare a sostenere i bambini lasciando da parte le ansie e permettendo loro di crescere in modo sereno.

Consiglio di leggere libri e cercare informazioni anche in inglese visto che spesso se ne trovano poche in italiano su questo tema.

Ricordo anche che non bisogna forzare i bambini verso una direzione ma fare in modo di lasciarli liberi di vivere il proprio essere e sostenerli nel loro percorso, qualsiasi esso sia. Ciò significa anche fare da tramite con la scuola, gli amici, etc. Insomma, ogni genitore deve essere un alleato dei figli: non significa dire sempre di sì ma prendersi cura, tenerci e soprattutto fidarsi dei propri figli e della loro capacità di autodeterminazione innata, della loro capacità di sapere chi sono».

La consapevolezza della propria identità è innata o si sviluppa nel tempo?

«Non esiste una risposta univoca. Sappiamo però che l’identità di genere si inizia a determinare a due anni. Per il resto, l’autodeterminazione è importantissima: una persona sa chi è. L’identità di genere non è un capriccio, è come l’identità culturale. È qualcosa di forte e radicato in noi.

Pensiamo invece agli adolescenti: alcuni pensano che genitori e psicologi indirizzino e forzino il percorso verso la transizione. Non è vero. I genitori, intanto, difficilmente spingono verso la transizione per tantissimi fattori: ti ritrovi con un mondo che implicitamente ti giudica e ti dice che stai facendo “una cosa sbagliata”.

Detto questo, alla base non c’è fiducia nell’autodeterminazione dei bambini e degli adolescenti. È vero, è presente un team di professionisti che decide per quanto riguarda la terapia ormonale, ma si procede in base a parametri e studi molto precisi. Prima di tutto è necessario ascoltare la persona: gli adolescenti sanno chi sono. L’identità di genere non può essere paragonata al “cosa voglio fare da grande”».

Il tuo consiglio a un adulto che ha paura di fare coming out in quanto transgender?

«Dipende tutto dall’ambiente in cui una persona vive. Per i transgender, come per le persone omosessuali. La paura è presente in molti perché determinata dal rifiuto della loro identità nel passato, dal mondo degli adulti, dal mondo dei pari e da un contesto omofobico e transfobico. A livello mediatico e culturale, la paura nasce perché ci si sente in un contesto discriminatorio. L’altra paura più grande è quella di perdere le persone care, il loro supporto, la loro stima, ferirle.

Partendo dalla premessa che la propria identità di genere è vissuta in modo diverso, gli uni dagli altri, il consiglio che do è di affrontare queste paure – se presenti – con un professionista che possa aiutare a lavorare su di esse.

Il primo passo è quello di rafforzare l’autostima, e la consapevolezza di avere tutto il diritto di esistere ed esprimersi per chi si è.  Inoltre, è importante individuare, nella propria vita, delle persone che ci supportano: un amico, un parente, chiunque. Una persona insomma con cui poter parlare. Da lì, quando si iniziano i percorsi, si avvia un processo di apertura graduale. Diventa così sempre più facile, nel tempo, parlarne.

È importante anche cercare gruppi di persone gender variant, non binary, etc, magari online, e iniziare a parlarne con loro. È importante rivolgersi alle Associazioni LGBTI e frequentare gruppi di condivisione. Devo però constatare con dispiacere che i servizi di questo tipo in Italia sono davvero pochi se comparati al bisogno. Inoltre, sono localizzati in poche città in Italia, hanno poche risorse economiche e poco sostegno dalle istituzioni (come ad esempio lo Sportello Trans di ALA Milano, gestito da Antonia Monopoli costretto a chiudere proprio per mancanza di fondi). 

Insomma, ancora prima di incontrare un professionista, consiglio di frequentare questi gruppi. Questo perché spesso una persona, prima di fare coming out, ha dentro di sé un immaginario quasi interamente negativo che poi, nel concreto, non si realizza. E ascoltare le esperienze di chi ci è già passato, aiuta a ridimensionare le paure. Si pensa, su tutti i fronti, di perdere chiunque ci sta intorno. Può accadere che qualcuno si allontani ma di certo non perdiamo tutti coloro che ci stanno attorno. L’autodeterminazione e il poter essere se stessi è quanto di più importante ci sia per la nostra vita e per la nostra salute mentale».

Pregiudizi e stereotipi attorno alle persone trans…

«Ce ne sono tantissimi. Che dire? Per chi ha pregiudizi sul mondo trans, l’unico modo per decostruirli è di entrare in contatto con persone trans. Perché chiunque non conosce questo mondo vive con preconcetti. Per cui è bene iniziare a leggere, informarsi, guardare le tante serie TV americane che affrontano questo tema, e conoscere davvero delle persone trans.

È proprio quello che dico ai miei pazienti: chi vi conosce, vede chi siete. Le persone che sanno chi siete e questo rimane indipendentemente da tutto».

Bambini e genitori trans…

«Possiamo solo dire che i bambini hanno molte più capacità degli adulti di comprendere e di stare nella diversità. Bisogna ovviamente affiancarli e spiegare loro la situazione. Quello che è certo è che i pregiudizi esterni sono tantissimi».

Qual è l’esigenza maggiore oggi legata alla tematica trans?

«Dobbiamo ripensare alla narrazione della questione. Oggi si parla di transgender solo in termini tecnici e patologizzanti. Dobbiamo invece cercare di puntare al “trans positivity”. Manca una narrativa e una stampa che, semplicemente, parli delle persone trans in maniera differente.

Il punto è questo: cosa possiamo fare noi per essere alleati, per sostenere le persone LGBTI? Prima di tutto dobbiamo informarci, capire cosa significa essere transgender, aprire la nostra mente.

Le persone trans, gender variant, esistono e il mondo se ne deve fare una ragione. Spesso la loro sofferenza è fortemente dovuta dal contesto sociale: il punto è come rendere la nostra cultura più inclusiva e comprensiva.

Come facilitare la vita delle persone trans? Si dovrebbe partire dalla politica, dai media, dall’informazione, dalla scuola, dall’educazione di genere, perché solo l’educazione aiuta a mantenere l’autostima e a essere consapevoli della propria bellezza. È importante, quindi, dare voce alle persone trans in ogni contesto. Bisognerebbe includerle nel discorso pubblico come parte integrante della società».

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