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Questo potrebbe essere l’anno più scioccante nella vita di molti della mia generazione, una generazione che non ha vissuto guerre o carestie, né è mai stata privata della propria libertà di scelta prima d’ora. 

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Oggi forse è stato il giorno più caldo dall’arrivo della primavera quest’anno. Da quando sono venuta ad abitare in Piemonte, quattro anni fa, ogni primavera è passata tra ricordi gioiosi di passeggiate in campagna, da sola oppure in compagnia di amici. Raccoglievo fiori selvatici che non saprei chiamare, portandomi a casa un po’ di vita fresca e colori e conservandoli in fotografie scattate a caso con lo smartphone o più seriamente con la fotocamera. Mi ricordo in particolare quelle passeggiate di fine pomeriggio, quando il sole lentamente affondava nell’orizzonte, e i campi di grano giovane, erbacce e fiori innocenti cominciavano ad avvolgersi in quest’aria un po’ magica e acquosa, con le zanzare e gli insetti che vi fluttuavano, languidi. Ricordo la sensazione quasi surreale e i colori delicati dell’aria, un misto di azzurro, rosa pallido, lilla, marrone, grigio e oro tenue, come se fossero note prolungate di una musica di violino che respirando vibrava nell’atmosfera. 

Le colline dietro sembravano ingrandite in ogni dimensione, come se osservate attraverso una lente speciale. Stringendo forte il mio cuore con questa dolcezza, sulla via del ritorno a casa ero spesso piacevolmente sorpresa (anche se in fondo, segretamente, ci speravo) dalla luna crescente e la sua candida curiosità. 

Stanotte la luna sarà piena, completamente piena. L’ho controllata ieri notte. Ma stavolta non potrò andare fuori ad accoglierla con le mie braccia aperte; posso solo salutarla malinconicamente dalla finestra della mia stanza. Questo pomeriggio sono andata fuori a comprare un po’ di frutta e verdura al negozietto vicino casa. Mentre aspettavo in fila, a un metro di distanza dalle altre persone, con la mascherina che appannava continuamente i miei occhiali a ogni respiro, ho intravisto dall’altro lato della strada le cime delle montagne innevate. Loro sono ancora qui, in un silenzio solerte, né più tristi né più felici. 

Non sentono la nostra mancanza. Non la sentono nemmeno i campi, la luna, le montagne, né la natura stessa. Mi chiedo spesso, se non ci fossero gli umani ad osservare la bellezza che la natura offre ai nostri occhi, sarebbe un enorme peccato e spreco? Così tante creazioni umane nelle forme di poesie, canzoni, film e ricerche scientifiche sono state dedicate a questa grande bellezza, e così tante imprese – di viaggi zaino in spalla, viaggi per famiglie e di gruppo, pacchetti turistici di lusso, di qualche influencer trendy sul viaggiare – si basano sul desiderio umano di scoprire la natura. La verità, però, è che noi abbiamo bisogno della natura molto di più di quanto essa abbia bisogno di noi.

Ieri ho guardato un documentario sulle aquile reali e sugli avvoltoi barbuti delle Alpi francesi e del parco nazionale del Gran Paradiso. La bellezza e la crudeltà degli animali selvatici e dei loro predatori, che devono sopravvivere condizioni climatiche avverse e geografiche improbabili, su montagne così alte, mi hanno sempre affascinata. Gli animali sanno come attenersi alle regole della natura. Solo gli umani le ignorano e sono capaci di distruggere l’armonia stabilita dalla natura, mettendo in pericolo non solo se stessi ma l’intero pianeta. 

Perché gli umani sono così pericolosi? Non lo sono apposta, almeno penso, per la maggior parte del tempo. Sono solo egoisti, ma in una misura molto maggiore che nel regno animale. C’è un grande elemento di distinzione tra umani e animali, da un punto di vista sociale e psicologico, ed è il potere del desiderio. Desiderare è proiettarsi nel futuro e immaginare le condizioni che rendono felici, e queste condizioni diventano l’oggetto del desiderio nel presente. Le persone possono desiderare perché hanno la nozione di tre diverse dimensioni temporali; possono distinguere il passato, il presente e il futuro, origini di emozioni problematiche come desiderio, pentimento, preoccupazione, delusione e disperazione. Gli animali non hanno desiderio o altre emozioni così forti perché non distinguono le dimensioni temporali per via dei loro cervelli (quando li hanno), non sviluppati quanto quello dell’uomo; hanno solo quel primordiale istinto di sopravvivenza, e i loro bisogni biologici del presente. Una volta che hanno ciò che serve loro per vivere e riprodursi, sono in totale pace con le loro vite.

Non c’è niente di malvagio nel procurarsi un po’ di felicità ogni tanto, ma una felicità basata sulla continua soddisfazione di desideri inestirpabili non può che portare a profonda infelicità, se non a veri disastri. Anche se è probabile che sia proprio per questa capacità di desiderare che gli umani siano progrediti al punto di saper volare fino alla luna, immergersi negli oceani più profondi, inventare ricette così buone che nessun animale potrebbe mai immaginarsi, e tutti quegli strumenti finanziari che nessun animale saprebbe usare, e tutte quelle lingue diverse e metodi di comunicazione (canzoni, lettere, telegrafi, telefoni, email, banda larga, satelliti, 5G, realtà virtuale) e tutte le complessità di mode, trend, ideologie, unicorni, hashtag, blockchain, AI… 

Come gli umani continuano a inventare e progredire, così i loro desideri crescono sempre più, chiedendo sempre più risorse naturali. Siamo troppo ubriachi del nostro progresso e accecati dalla soddisfazione dei nostri desideri egoisti per vedere che in realtà stiamo distruggendo il futuro della nostra specie. Non dico che questo devastante COVID-19 sia una vendetta da parte della natura. Sarebbe troppo semplice e naïve. Ma credo davvero che sia una buona opportunità affinché ognuno rifletta sulla propria vita, prima di fare piani per il futuro.

Non sentite che durante questo noioso isolamento forzato, la vostra vita sia in realtà diventata più semplice? Tolte le ore in cui ci si sente profondamente disturbati e rattristiti dalle notizie sugli incrementi di casi positivi o di defunti, ci si potrebbe poco a poco rendere conto che si presta più attenzione ai piccoli dettagli della vita quotidiana, un consiglio che viene sempre dato e poi mai seguito finora. Andare al supermercato per la spesa settimanale diventa una specie di sfida fisica e psicologica, perché lì fuori da qualche parte il microvirus potrebbe aggirarsi e bisogna essere davvero attenti e prendere tutte le dovute precauzioni per proteggere se stessi e le proprie famiglie. Ed essere coraggiosi e mentalmente stabili. Vi siete mai sentiti così felici e ricchi come quando portate a casa riserve di cibo e pensate che voi e le vostre famiglie siete al totale riparo per la prossima settimana, siccome non dovete rischiare di nuovo la vita uscendo fuori? Non state parlando molto più spesso con i parenti lontani e gli amici, anche di dettagli sordidi come i pasti, e riprendendo contatti con vecchi amici in qualche continente o cerchia sociale perduti? E non ho mai visto così tante persone condividere la propria infinita gioia nel trovare un sacco di farina o del lievito dimenticati in qualche angolo. Mentre per quelli che vivono facendo shopping, offline oppure online, visto che ora non c’è modo di andare fuori nei loro nuovi outfit, spero che abbiano trovato il tempo per fare cose più significative.

Un’altra cosa, per me che lavoro perlopiù come freelancer, è che l’isolamento rappresenta una situazione particolare nella quale sia io che le altre persone solitamente molto impegnate a lavorare in ufficio cinque giorni a settimana (senza parlare dello stile di vita “996” in Cina) siamo a casa. Niente più apparenti differenze. Forse lavoro meno di chi ha un lavoro fisso e fa smart-working, visto che la mia mole di lavoro è crollata a causa dell’attuale crisi, ma almeno quella che prima era un’onnipresente, inconscia colpa di stare a casa – anche se in alcuni periodi lavoravo molto intensamente – è svanita come per miracolo. Ho anche involontariamente diminuito il tempo trascorso su Facebook, WeChat, WhatsApp, Telegram, Instagram, ecc., se non per messaggi urgenti da famiglia, amici o lavoro. Dato che la maggior parte del globo è chiusa in casa, ci sono poche novità nelle loro vite e meno distrazioni.

In questo mese di isolamento forzato, realizzo che molte delle insoddisfazioni verso la vita e verso noi stessi vengono in realtà dall’impulso di paragonarci costantemente agli altri, di volere le stesse cose, le stesse esperienze, gli stessi successi, oppure cose migliori, esperienze migliori, successi migliori. Il nostro desiderio, in questa continua competizione, diventa distruttivo e fonte di malessere. Ancora peggio è che se tutti seguiamo questo circolo vizioso, il mondo degenererebbe in una spirale che gira sempre più veloce fino all’inevitabile collasso o esplosione.

Forse il COVID-19 è un misterioso appello dal nostro sconosciuto a rallentare e rigenerarci. Questo appello costa morti e sangue, attraverso punizioni e sacrifici. Non a tutti è richiesto di combattere in prima linea. Quello che tutti possiamo fare è almeno lavorare su noi stessi. Questo periodo di difficoltà finalmente dimostrerà che non abbiamo bisogno di così tanto per sentirci felici. Al contrario, dobbiamo smettere di riempirci la testa di così tanti desideri inutili. E dobbiamo smettere di pressarci inutilmente per ottenere quello che gli altri considerano successo, perché non è necessariamente quello che ci rende felici e davvero forti. Dobbiamo stare più vicini a ciò che davvero importa alla società umana e al mondo intorno: famiglia, amici, empatia, coraggio, bontà, onestà, rispetto e gratitudine.

Per quanto mi riguarda, ho ripreso a imparare online il giapponese, a leggere qualche buon libro e a migliorare le mie abilità in cucina. Ed è un momento meraviglioso per passare qualche ora del mattino, quando la luce del sole è ancora tenue e dolce, sorseggiando caffè e facendo colazione in due, con della bella musica in sottofondo e un libro in mano a entrambi.

Dorothy

English version here – Si ringrazia Dan Kaufman per la traduzione in italiano.

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