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Cari compagni di quarantena,

so che sembra una frase di circostanza e ammetto di averla usata così anche io qualche volta ma voglio innanzitutto dirvi che spero davvero stiate tutti bene.

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Come forse qualcuno di voi ricorderà, specialmente tra gli amici e la famiglia, in questo spazio ho spesso avuto l’occasione ed il grande piacere di condividere alcune riflessioni sulla situazione della nostra Terra, della nostra casa. E forse è proprio per questo che, quando mi è stato proposto di scrivere un pensiero da condividere qui, l’istinto mi ha subito portata ad una nuova riflessione proprio su questo: la casa.

In questi giorni penso costantemente alla mia casa, un po’ perché siamo tutti confinati nelle nostre case e un po’ perché credo che nei momenti difficili ed incerti come quello che stiamo vivendo, molti, o almeno i più fortunati, possano cercare la stabilità perduta e il supporto necessario prima di tutto nell’affetto della propria famiglia e nel senso di sicurezza che ci trasmette la casa.

Quando penso a quella sensazione così confortante, mi ritrovo, anche se solo con il pensiero, in quella che io identifico come la mia vera casa anche se ormai è molto lontana nel tempo e nello spazio da quella in cui vi scrivo queste parole. Chiunque mi abbia mai incontrata sa perfettamente che questa casa è in un piccolo paesino della Calabria, un borgo della provincia di Cosenza che sorge tra la costa jonica della piana di Sibari e le pendici della Sila Greca. Un posto con una storia molto particolare, diversa da quella dei comuni vicini, una storia che lo rende una sorta di isola in cui si parla una lingua diversa, antica, e in cui tutti si conoscono e vivono come una grande famiglia, arrivati insieme dall’altro lato del mare e ormai tutti imparentati da più di cinquecento anni. Questo posto è per me il calore, la stabilità, il conforto e la sicurezza di casa.

In questo momento di pericolo, il mio sguardo va prima di tutto verso casa, e quando succede non posso fare a meno di rendermi conto, con grande sgomento, che questa casa non può offrire nessun riparo a chi ci è rimasto, ai miei parenti anziani, ai miei cugini, ai miei amici… e quella casa che da un lato dà il conforto di cui tutti abbiamo bisogno in un momento come questo, dall’altro minaccia di trasformarsi all’improvviso in una trappola senza via di scampo.

Quella casa, infatti, si trova ad almeno un’ora di viaggio, di curve, di strade strette e poco illuminate dall’ospedale più vicino, un ospedale di paese assolutamente impreparato a far pronte all’emergenza. “Qui siamo sempre in emergenza” dice un medico calabrese in televisione. Abbiamo circa 110 posti letto in terapia intensiva per tutta la regione e quasi tutti sono già occupati dalle necessità ordinarie. Abbiamo 60 medici in quarantena senza i quali settantamila persone sono lasciate sole, senza un punto di riferimento in una situazione così drammatica.

Sono dati, dichiarazioni, numeri, informazioni nel fiume di tutte le informazioni da cui siamo travolti in questi giorni, ma per me significano una cosa molto semplice: se un mio parente, magari un parente anziano e fragile, venisse toccato da questa malattia terribile, è molto probabile che non avrebbe nemmeno una vera occasione di lottare. Questo fa paura, mi fa arrabbiare.

In questi giorni la televisione nazionale è sempre accesa. Sento continuamente inviti ufficiali a stare tranquilli, a pensare positivo, a stare sereni e soprattutto a “non fare allarmismi”. Giusto. D’altro canto, leggo le parole perentorie e disperate che arrivano dalla Campania, dalla Puglia e dalla Calabria e che dispongono la quarantena preventiva per chiunque, senza dubbio con scarsissimo senso civico e grave incoscienza, è partito per cercare il conforto di quella casa a cui penso continuamente anche io in questo momento di panico e pericolo. “Non potremmo reggere”, “scendete alla prossima fermata e tornate indietro”, “non ci tradite”.

Noi siamo lontani e ci troviamo in una delle zone più colpite da questa malattia terribile ma non ci viene in mente quasi mai. Siamo a disagio, certo, ma paradossalmente siamo spaventati solo quando istintivamente, pensiamo che vorremmo essere a casa. Abbiamo paura e siamo arrabbiati. Vi confesso, cari compagni di quarantena, che ho dovuto riscrivere questa parte e tagliare riflessioni troppo amare, che in questo momento non gioverebbero a nessuno. Per ora, fortunatamente, la situazione sembra gestibile. Ma forse quando le cose torneranno alla normalità deciderò di recuperare quei pensieri perché non posso proprio accettare che la vita delle persone a me care sia in mano alla fortuna.  La paura e le preoccupazioni non ci lasciano mai ma, come ho detto, in questo momento mi rifiuto di diffondere sentimenti di rabbia, che pure è giustificata. Ci sarà tempo. 

Nonostante i momenti di panico e la grande amarezza dettata dall’ingestibilità di una situazione così critica nella mia casa, cerco di spostare il mio sguardo. Per farlo, decido di cercare il conforto di casa pensandola in senso più ampio e guardando all’umanità e alla Terra. 

Le immagini delle emissioni in Cina e nel Nord Italia mostrano che l’aver limitato le attività industriali e il consumo di combustibili fossili ha restituito un po’ di respiro al nostro pianeta in affanno in un tempo di recupero estremamente breve. Le limitazioni al traffico aereo, stradale e marittimo hanno immediatamente prodotto un grande effetto. Pochi giorni senza la circolazione dei traghetti hanno convinto i delfini ad avvicinarsi maggiormente al porto di Cagliari, li hanno resi più audaci, più tranquilli, inclini al gioco e all’interazione con gli sporadici passanti umani. I canali di Venezia sono limpidi. I cigni. I cervi in Giappone…

Chiaramente questi sono solo effetti temporanei di un cambiamento improvviso e drammatico, ma oggi, adesso, possiamo vedere quello che potrebbe essere e possiamo pensare che le cose non devono andare per forza così. Possiamo lavorare perché il cambiamento sia reale, duraturo e sereno. Ieri leggevo le dichiarazioni di Christopher Jones, un esperto del cambiamento climatico che dal suo ufficio di Berkeley scrive di questa situazione “pull one string here, and it affects everything else” e mi trovo d’accordo. 

Spostando il mio sguardo dalla rabbia e dalla paura, mi rendo conto che quello che, ovviamente, ha scatenato il panico in tutti noi potrebbe rivelarsi una presa di coscienza brutale ma con un risvolto positivo. Il ricordo di qualcosa che, presi dalla frenesia delle nostre vite nella società moderna, abbiamo dimenticato e che ora più che mai è urgente ricordare, un insegnamento estremo ma arrivato al momento giusto e che potrebbe rivelarsi prezioso: non siamo onnipotenti, non siamo al comando, la società che abbiamo costruito e che ci sembra incrollabile in ogni suo aspetto in realtà non lo è, basta molto poco per farci perdere completamente e tragicamente il controllo e siamo estremamente fragili. Oggi lo sentiamo nel profondo. 

Per quanto lo scenario presente sia tragico, purtroppo non è nulla rispetto a quello a cui potremmo assistere tra non molto se non facciamo tesoro adesso di questa consapevolezza ritrovata. Questo sentimento di impotenza ci paralizza dal terrore, è vero, ma non dobbiamo disperare: dobbiamo, invece, trarne vantaggio per le sfide che verranno. Se spostiamo il nostro sguardo riusciamo ad accettare la paura, ad assorbirla e a ricordarla perché questa stessa paura può diventare la bussola che ci guiderà verso scelte diverse, migliori, lontani dal disastro.

La presa di coscienza della fragilità nostra e del sistema in cui viviamo arriva ad un costo altissimo, incalcolabile e ci ha costretti a fermare tutte le nostre vite con l’immediatezza e la semplicità di uno schiocco di dita ma porta con sé frasi che fino ad un mese fa avremmo considerato, con dispiacere ma realisticamente, pura utopia. “Costi quel che costi”, “le conseguenze economiche arriveranno ma dobbiamo ad ogni costo tutelare i più vulnerabili”. 

Nessuno è invulnerabile, nessuno è del tutto autonomo, dipendiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri e tutti del mondo in cui viviamo. Questo è il grande e spaventoso promemoria che ci troviamo di fronte e, per quanto da un lato sia spaventoso, dall’altro significa anche che non siamo soli nel mondo e non siamo soli nella società umana. In questo momento non stiamo pensando solo a noi stessi e le belle iniziative di solidarietà a cui ho assistito in questi giorni mi scaldano il cuore. Ci prendiamo cura degli altri e le differenze che vedevamo ieri, oggi non sembrano più così rilevanti. Spostando il nostro sguardo comprendiamo che alla fine, in questo terribile scenario di malattia, siamo tutti umani e tutti uguali. Anche questo è un insegnamento che avevamo bisogno di ricordare e che non dobbiamo dimenticare quando, speriamo presto, tutto sarà finito.

In questi giorni difficili e oscuri, mi sforzo quindi di spostare il mio sguardo, di allargarlo. Non dimentico il quadro più ristretto e non potrei nemmeno se lo volessi perché sono spaventata e, oggi più che mai, profondamente arrabbiata per la situazione della mia casa e della mia famiglia, ma se scelgo di fare uno sforzo per fare tesoro di quello che ho visto spostando il mio sguardo anche solo per un momento, il cambiamento improvviso che ha travolto la mia vita e la mia tranquillità negli ultimi giorni viene ripagato da una preziosa speranza. Sia per una maggiore cura e attenzione verso la mia casa in senso stretto, sia per la nostra casa in senso più ampio. Così ritrovo un po’ di quel conforto di casa che in questo momento mi manca così tanto.

Quindi, amico, amica, compagno, compagna di quarantena, queste sono alcune delle riflessioni che ho voluto condividere con te e ho voluto farlo proprio qui per invitarti a spostare il tuo sguardo dalla paura, dalle abitudini sconvolte, dal senso di pericolo, dalla mancanza dei tuoi cari e dei tuoi amici e forse, come nel mio caso, anche dalla rabbia. Se provi a spostare il tuo sguardo per dirigerlo tra tutte le pieghe e le sfumature impreviste di questa faccenda, inizierai a vedere dei risvolti del tutto inaspettati, forse persino l’ipotesi di scenari impossibili e positivi. Del resto, sono anni che nomi importanti della cultura ci invitano a guardare con attenzione, ci parlano di cecità che devono essere superate, ci sussurrano o ci invitano apertamente a prepararci e a fare spazio nella nostra mente per l’irrazionale, l’impossibile. Eduardo Kohn, Richard Powers, Amitav Ghosh e molti altri l’hanno messo in conto da tempo e forse dovremmo provarci tutti: avere fiducia, fare del nostro meglio e stare a vedere lo svolgersi degli eventi con speranza e con gli occhi e la mente bene aperti.

“Pull one string here, and it affects everything else”.

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