Intrecci di inclusione per i rifugiati: a tu per tu con un centro Siproimi

Per cominciare, un ripasso.

Secondo la Convenzione di Ginevra (1951), si definisce rifugiato “colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino o in cui aveva residenza abituale e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese o tornarvi.”

In Italia il primo sistema pubblico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati nasceva nel 2001, quando il Ministero dell’Interno, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e l’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (UNHCR) siglarono un protocollo d’intesa per la realizzazione di un “Programma nazionale asilo”, a partire dalle esperienze di accoglienza decentrata e in rete di associazioni e organizzazioni non governative. La legge n.189/2002 ha successivamente istituzionalizzato il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), e attraverso la stessa legge il Ministero dell’Interno ha istituito la struttura di coordinamento del sistema – il Servizio Centrale di supporto agli enti locali – affidata ad ANCI.

Dopo 16 anni di attività riconosciuta come eccellenza a livello internazionale, con l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza del 2018, oltre a cambiare nome da SPRAR a SIPROIMI, la rete di accoglienza secondaria che garantisce interventi di “accoglienza integrata” ha cambiato destinatari d’utenza: solo chi è già in possesso dello status di rifugiato (protezione internazionale), casi speciali e minori stranieri non accompagnati; non più anche titolari di protezione umanitaria e richiedenti asilo.

Perdonerete la digressione, ma ci sembrava necessario rinfrescarsi le idee giusto in tempo per domani. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, Sguardi di Confine proporrà i resoconti di un pomeriggio in compagnia di quattro giovani titolari di protezione internazionale, avendo aderito alla campagna #WithRefugees di UNHCR.

Oggi invece anticipiamo la festa ribaltando il punto di vista e raccontando l’esperienza unica di chi in un centro accoglienza ci lavora. Abbiamo incontrato Elena Pastorino, operatrice della Cooperativa Sociale Intrecci, presso una delle due strutture della rete SIPROIMI di Varese, e abbiamo chiacchierato con lei di inclusione, nuove frontiere europee e… Maison Cavalli.

Elena, di che cosa si occupa Intrecci, e com’è dislocata sul territorio?

«La Cooperativa Sociale Intrecci ha una sede legale a Rho e un’altra a Varese. Si occupa non solo di stranieri o rifugiati, ma di tutte le realtà che riguardano il sociale, a partire dalle richieste del territorio: cerca di rispondere alle necessità del tessuto comunitario. C’è una struttura sociosanitaria, l’housing sociale, una struttura psichiatrica, un’area infanzia/adolescenza che copre sia l’istruzione, con aiuto nel doposcuola, facilitazioni linguistiche, laboratori anti-bullismo, sia i minori stranieri non accompagnati.

Poi c’è il settore dei rifugiati con i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) e gli SPRAR/SIPROIMI, e questi sono diffusi sia nell’area Varese/alto e basso Varesotto, Rhodense, Bollatese, Saronnese, etc. La maggior parte dei CAS è costituita da accoglienza diffusa – le persone vivono in appartamenti dislocati sul territorio – e anche gli SPRAR sono sia centri collettivi che reti di appartamenti. La Cooperativa è molto presente, e negli ultimi anni è cresciuta molto».

Il cuore del tuo lavoro – in più d’un senso – sono i centri di accoglienza. Come sei arrivata allo SPRAR/SIPROIMI di Varese?

«All’interno della cooperativa ho sempre lavorato nell’area rifugiati. Prima di arrivare a Intrecci lavoravo alla Caritas Diocesana di Pavia, e in quell’ambiente mi occupavo sia di rifugiati che di centri di ascolto e di minori. Mi sono trasferita in questa zona per motivi personali, e sono arrivata a Intrecci all’interno degli SPRAR di Rho e di Caronno, quindi lavorando con uomini singoli e nuclei famigliari.

Ho fatto poi un periodo solo a Caronno, in una realtà di appartamenti con anche nuclei famigliari, e infine sono approdata a Varese circa un anno e mezzo fa. Qui lo SPRAR, ora SIPROIMI, ha due centri di accoglienza per uomini singoli, per un totale di diciotto persone in una struttura e sette in un’altra. All’interno della struttura dove lavoro ci sono anche 5 posti in capo al comune di Malnate. Reputo che siano due buoni centri, in quanto è vero che sono collettivi, ma non hanno numeri grossi: 18 e 12 per un totale di 30, su un territorio come Varese, non sono molti, e per questo motivo si riesce a fare con l’utenza un lavoro un poco più mirato».

Qual è l’obiettivo del Siproimi? Cosa significa per te inclusione?

In che cosa consiste il percorso di accoglienza/inclusione messo in atto nei centri?

«A partire da un’accoglienza primaria – la base di lingua italiana e l’acquisizione dei documenti – attraverso piani individuali che vengono concordati con ciascun ospite in una serie di colloqui, si sviluppa proprio un progetto ad personam per un percorso all’interno del centro, ma anche mirato al “dopo”. Ci sono persone molto determinate, che sanno già quello che vogliono; altre no. Mi è capitato di seguire progetti su utenti che desideravano portare avanti la stessa attività che svolgevano nei Paesi d’origine, ma ci sono altri che dicono “io ero quello, ma non voglio più, voglio fare qualcos’altro che mi realizzi qui”.

Si cerca di assecondare le richieste per quanto possibile, e non sempre è facile. Positive sono le attivazioni dei corsi di formazione sia su Varese che tanto su Milano, su cui è innegabile ci sia un accentramento in atto per una serie di situazioni di lavoro. Soprattutto sono importanti i tirocini extra curricolari, perché danno la possibilità all’utente di sperimentare che cosa significhi lavorare in Italia: spesso si tratta di persone che avevano un lavoro già da anni, ma le condizioni e le regole qui sono ovviamente diverse. Sul curriculum, avere un’esperienza in Italia è fondamentale, e credo sia uno degli strumenti più vantaggiosi promossi all’interno dello SPRAR.

Se prima era più difficile trovare un tirocinio, adesso la questione rifugiati è molto presente nel dibattito sociale; da ciò consegue che anche enti privati e aziende, che quindi non c’entrano nulla con la realtà del rifugiato, sono poi contenti di avere un inserimento di questo tipo, perché porta a un cambiamento, a un’esperienza diversa per tutti. Anche con progetti a fondi europei si sono fatte immissioni lavorative molto soddisfacenti, e completamente diverse da quello che può essere l’immaginario stereotipato del settore: l’anno scorso abbiamo inserito persone nella logistica, a livelli più ampi nella ristorazione, e due nostri ospiti come tirocinanti alla Maison Cavalli.

Uno di loro è arrivato qui da ragazzo, ha scelto un percorso di studio secondario superiore nel settore della moda, ed è stato poi inserito proprio nei creativi. L’altro invece era arrivato con un’esperienza di vita da sarto, ma assolutamente non riconosciuta in Italia in quanto non dimostrabile. Tramite un numero infinito di colloqui e la possibilità di creare un modello di progetto europeo, è riuscito a inserirsi e sta ancora facendo tirocinio come modellista.

Mi piace citare questi due esempi: un mondo apparentemente inaccessibile che si apre per persone come quest’ultimo ragazzo, che ha avuto una vita travagliata in Italia come nel Paese d’origine, e poi si è creato una reale possibilità. Ripeto: chiaramente non è facile per tutti, perché ci vuole impegno, costanza, e spesso trovarsi nel posto giusto al momento giusto, però almeno ci si prova».

Ci racconti una giornata tipo qui al centro SIPROIMI? Che cosa può cambiare, che cosa invece più o meno funziona sempre allo stesso modo?

«Secondo me i centri collettivi come questo hanno un andamento di routine abbastanza fissa, che è quella legata all’ottenimento dei documenti. La parte di back office è sempre abbastanza simile. Quello che cambia è che volente o nolente hai a che fare con 12 persone diverse. Ad esempio, io sono abituata a stilare elenchi di quello che devo fare durante il giorno: arrivata a sera magari ho fatto il triplo ma neanche uno di quei punti. Non perché fossero meno o più importanti.

Può esserci l’appuntamento fisso, la visita medica o il colloquio in questura a cui accompagnare l’ospite, ma nel frattempo ci sono le persone – e le persone hanno richieste diverse. Ogni richiesta può cambiare il giorno dopo dal giorno prima. Credo sia l’aspetto affascinante di questo lavoro, il motivo per cui l’ho scelto. È difficile, ma anche molto arricchente. Probabilmente se si fosse trattato solo della parte di back office, avrei scelto qualcos’altro. Invece l’umano è bello.

Ad esempio, un’abitudine che si sta creando e che prima non esisteva – ma dipende sempre dal carattere delle persone – è il momento del pranzo: qui sia operatori che ospiti hanno pausa pranzo dall’1 alle 2, e ultimamente si mangia tutti insieme, ci si aspetta. Mi piace perché non c’è divisione fra “noi” e “loro”. Certamente c’è divisione a livello lavorativo, c’è un ruolo diverso; ma non è diverso verticalmente, piuttosto orizzontalmente. Ed è giusto sia così.

Io tendo molto a rimanere sull’orizzontale nell’approccio al lavoro. Alle volte non è facile mantenere equilibrio, perché io sto comunque lavorando, e capita che qualcuno di loro mi dica «adesso ti sto parlando come a un’amica»; in quel caso, e non per essere volutamente scostante o dimostrare di non apprezzarlo, devo sempre riconoscere e far riconoscere il ruolo ben preciso che ricopro in questa struttura e per questa organizzazione».

Cerchi però sempre di impostare il tuo lavoro sul metodo dello scambio, quindi non sulla verticalizzazione. Mi è capitato di sentire che ti identifichi come la persona che “lavora con loro”.

«Questa è una cosa che io dico sempre, ci sono delle frasi che uso un po’ come cavalli di battaglia. “Io non lavoro per te, tu non lavori per me, io lavoro con te”. Perché se lavoro per te sono la tua segretaria, e non è così. Se sei tu a lavorare per me significa che fai quello che ti dico, e non funziona, perché è la tua vita, non la mia. Dico sempre loro di agire per se stessi, perché quando io esco dal cancello ho la mia casa, mentre loro devono costruirsela, la loro esperienza.

Quindi lavoriamo insieme. Se non c’è “insieme” non si va avanti: in questo mestiere se non c’è scambio è difficile costruire un progetto che vada a buon fine. Magari un progetto si riesce a metterlo anche in piedi, ma che abbia conclusione positiva è difficile, perché io posso suggerire che cosa fare e l’utente eseguirlo automaticamente, ma alla resa dei conti non sarà mai quello che vuole davvero, non sarà mai il suo progetto e la sua strada».

Immagino che anche il concetto del lavorare insieme e non uno per l’altro sia un motivo per cui hai scelto questo ramo professionale, l’aver a che fare con le persone e in particolar modo con queste persone. È anche per quello che sei arrivata a lavorare con i rifugiati?

«È buffo, perché mi ha fatto la stessa domanda un ospite ieri. Io ho risposto che è sempre stato un po’ nelle mie corde lavorare in un’organizzazione che potremmo definire “umanitaria”, anche se non è un termine che amo molto. Mi proiettavo spesso in un Paese estero. Quindi il settore sociale all’estero. Poi per il master ho fatto il mio tirocinio (a proposito!) presso Caritas e ho cominciato a lavorare con l’ENA – Emergenza Nord Africa. Avendo a che fare con ragazzi dislocati negli alberghi, in situazioni un po’ singolari, ho iniziato a “imparare” questo mondo, che nonostante gli studi di Diritto Internazionale non avevo toccato davvero con mano.

Vedendo le difficoltà di queste persone in Italia, quanto sembrassero per loro un baratro, impossibile da superare per vivere in quello che era a tutti gli effetti “un altro pianeta”, ho capito che tutto sommato avrei potuto fare qui con loro la stessa cosa che avrei fatto altrove. Credo che sicuramente la vita nei Paesi da cui provengono sia complicata, ma di certo lo è anche qui. Non è buonismo, è proprio… complicato.

E non perché siano “poveri rifugiati” da compatire, ma perché per esempio devono capire come funziona il Sistema Sanitario Nazionale, come funziona la Questura; se nessuno dà loro una mano, com’è possibile creare inclusione? Le stesse problematiche incontrerei io, andando a vivere ad esempio in Giappone: se nessuno mi desse una mano, io non parlassi giapponese, o inglese, o una qualunque altra lingua oltre alla mia nativa, che cosa potrei fare? Niente. Sarei immobile, inerme e in balia di tutto».

Ricordando sempre che lo status di rifugiato in sé implica una costrizione implicita, una (o molte più) libertà che viene a mancare.

«Certo, questo è lo scontato della situazione, per chiunque voglia partecipare al dibattito. È un fatto: non scelgono di andare via dal loro Paese».

E spesso non scelgono nemmeno di rimanere in Italia.

«Questo è uno dei problemi del sistema Europa, non Italia; tutto sommato penso che il sistema SPRAR/SIPROIMI finora sia stato davvero un fiore all’occhiello a livello europeo. Non lo dico perché ci lavoro; parlano i dati, parla il fatto che il modello sia stato studiato e riprodotto in altri Paesi. Il problema del sistema Europa è questo, che dall’alto si scelga dove le persone debbano andare a vivere.

Già scappano da situazioni terribili, in più non possono scegliere. Alcune persone con cui ho lavorato hanno famigliari o persone care in un altro Paese europeo: io penso che se avessi un fratello da qualche parte io vorrei stare con mio fratello. Perché non posso farlo? La questione del “dove” è una problematica che bisognerebbe a mio avviso affrontare, ma non in quanto Italia, in quanto sistema asilo.

(Ci interrompiamo per salutare l’ingresso in ufficio di un utente, arrivato all’improvviso con già tre domande a raffica per Elena, e di un buonumore che sembra affievolirsi leggermente quando lei gli spiega che sarà libera non subito, ma fra cinque minuti. F. saluta comunque con la sua solita gentilezza ed esce ad aspettare).

Dicevamo prima, delle famose richieste…? È per questo, tornando alla domanda originaria, che ho capito che avrei potuto fare la stessa cosa qui. E ho continuato a farla. Per sei anni».

Per concludere, la domanda che facciamo a tutti, in diverse sfumature. Quale canzone associ a questo posto?

«In realtà me ne sono venute in mente due, e sono un po’ poli opposti. Posso? Una è Freedom nella versione di Pharrell Williams, l’altra – fa molto ridere – Confusianesimo di Caparezza…».

Mentre il secondo non si immedesima nelle barriere e nelle prigioni, il primo sceglie di credere nel posto da cui proviene. Probabilmente ai 70 milioni di rifugiati nel mondo basterebbe la speranza che entrambe le cose diventino realtà. Almeno per cominciare.

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