Con il sogno di Jorida i migranti si raccontano: “La mia storia è la tua storia”

Per Jorida Dervishi l’essere migrante è condivisione e testimonianza. E lo può dire sia a partire da se stessa – giovane albanese migrata da Coriza a Milano per amore – sia prendendo spunto dalla sua esperienza di volontaria in una scuola per migranti. È suo infatti il progetto, diventato libro, “La mia storia è la tua storia”. In pratica una raccolta di storie e testimonianze dei tanti migranti con i quali ha incrociato il suo cammino, durante il suo percorso di 5 anni come animatrice culturale nei diversi centri di cultura popolare in cui svolgeva (e svolge) corsi di italiano.

Lì, spiega, “sono riuscita a entrare in contatto con molti migranti (donne, uomini e ragazzi). Loro hanno raccontato la loro storia, io le ho scritte tutte ed è stato bello conoscere altre realtà. È un bellissimo progetto di cui c’è molta necessità, sia per aiutare chi arriva in Italia a sentirsi meno migrante, sia per aiutare chi in Italia ci vive e ha bisogno di conoscere gli altri. Conoscere fa passare la paura”.

Da qui la decisione di pubblicare il libro (solo in poche coppie destinate ad alcune scuole dei migranti) condividendo riflessioni, testimonianze e un focus sulle reti migratorie. Circa un anno fa, la sua storia e il suo progetto sono stati presentati a Brooklyn durante un’esibizione condotta da un’artista Americana (storycorps.org), con la quale Jorida ha collaborato in un progetto d’immigrazione. Oggi collabora con Migrantas.org, un’iniziativa con sede a Berlino e per il suo nuovo progetto presenterà storie di migranti della capitale tedesca.

E così abbiamo deciso di intervistare Jorida e dare voce a quello che definisce il suo sogno. Ma prima di presentarsi ci ricorda subito che non è da sola in questo percorso, “i veri protagonisti di questo percorso – precisa – sono i migranti che hanno voluto condividere le loro storie di vita e tante altre persone che mi hanno sostenuta in questi anni”. Uno di loro è Ennio Abate, autore della prefazione del libro e molto vicino all’autrice stessa.

Chi è Jorida Dervishi?

«Sono una figlia felice, ho una famiglia meravigliosa. Mi ritengo una persona socievole, semplice, una ragazza che non ha avuto mai paura di lottare e combattere per realizzare i suoi sogni. Cerco di sorridere e trovare il meglio di questo mondo in ogni angolo, anche se non è sempre facile. Ma soprattutto cerco di vivere ogni giorno osservando tutti i paesaggi che attraverso, godendo la vita, riflettendo per ciò che ho e non dimenticando mai da dove sono partita.

Mi chiamo Jorida Dervishi, sono nata a Coriza in Albania nel 1991. Dopo la laurea in economia aziendale conseguita all’Università di Tirana, nel 2014 approdo a Milano per realizzare il mio sogno di vita. Oggi sono un tutor universitario all’università di Milano e l’autrice del progetto “La mia storia è la tua storia”».

Cosa ti ha portato a migrare dall’Albania all’Italia? 

«Terminati gli studi ho iniziato a lavorare, come manager, in un’azienda di costruzioni a Tirana. In precedenza ho realizzato alcuni piccoli progetti e ho lavorato in banca. In quello stesso periodo ho incontrato l’amore: lui era in Italia. Per vivere insieme, uno di noi avrebbe dovuto rinunciare alla propria carriera.

Così, ho lasciato tutto e sono venuta a Milano con il pensiero di proseguire la stessa vita. La verità è che non è stato così facile: quando venivo in Italia come turista mi divertivo sì, ma guardavo solo il panorama generale delle cose. Ora invece dovevo conoscere e guardare ogni centimetro di queste strade, una per una».

Cosa ti ha spinto a partecipare come volontaria alla scuola per migranti? 

«Ho iniziato questo percorso senza nulla in mano ma con un sogno: volevo avviare il mio progetto di vita. Per farlo dovevo iniziare dalle piccole cose, così sono andata al centro più vicino a casa mia. Dovevo migliorare le qualità linguistiche e il mio italiano. Già parlavo e capivo l’italiano, ma per disegnare questo progetto dovevo migliorare me stessa prima di tutto per poi offrire agli altri ciò che potevo.

Andavo a scuola, di sera, due volte a settimana. Lì, ho notato la presenza di poche donne. La maggior parte dei partecipanti erano uomini. Mi sono chiesta il motivo e così ho scoperto che la maggior parte delle donne erano arabe e quindi non potevano uscire di sera. Inoltre, dovevano occuparsi dei figli e della casa.

Così, ho deciso di aprire uno “spazio”, poi diventato una vera e propria scuola. Ci ritrovavamo 3 volte a settimana, di pomeriggio. Qui insegnavo l’italiano e, allo steso tempo, imparavo meglio la lingua. È stata un’esperienza di condivisione reciproca, tra donne.

È per questo che ho deciso di fare volontariato: per aiutare gli altri, per aiutare me stessa. Ho pensato che l’unico modo per farlo era una scuola, un luogo dove incontrarsi, prima di tutto. In quel momento della mia vita mi sentivo anche sola, non era così semplice come lo avevo immaginato all’inizio. Prima di iniziare una nuova vita dovevo conoscere e ciò mi ha aiutato tantissimo».

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Nel tuo libro dici che ogni migrante divide il proprio sé in due parti, una parte rimane nella terra natia, un’altra si forma nel nuovo paese. Com’è stato per te questo processo e cosa porti dell’Albania e cosa dell’Italia dentro di te? 

«In ogni viaggio c’è un punto di partenza che lungo la strada si può dividere in spazi e destini diversi e che diventano comuni fino a che condividiamo lo stesso territorio. Questa è stata la mia filosofia di vita e lo è tutt’ora. Ecco ciò che mi ha aiutato a tenere le due parti legate insieme. L’Albania è la mia terra, lì sono nata e cresciuta, ho finito il mio percorso educativo e scolastico, sono maturata come persona. Lì c’è la mia famiglia e il mio cuore.

Invece in Italia ho realizzato il mio sogno. È la mia seconda Patria, quella che mi ha insegnato che per percorrere una nuova strada bisogna adattarsi, conoscere il mondo, subire e agire. Sicuramente mi sento inserita nella società italiana, però mi trovo in Italia solo da 5 anni, quindi ho ancora tanta strada da percorrere».

Hai mai subito discriminazioni? 

«Personalmente ho trovato il mio posto in questo Paese. Ho lavorato e cercato di comprendere l’ambiente, la cultura e la mentalità. Non credo però che ci sia un migrante che non abbia mai subito un gesto, anche piccolo, di discriminazione. È inevitabile secondo me. Fa parte della natura umana, siamo portati a respingere la parte straniera, sconosciuta.

Quando ho iniziato a dare le prime lezioni, ad alcuni è sembrato strano. E così dicevo loro: “Ragazzi, la matematica e l’economia usano un linguaggio universale”. Così come quando ho pubblicato il libro, non tutti sono stati contenti. Ma poi ha vinto la volontà e il desiderio di fare delle belle cose, soprattutto quando ti senti cittadina del mondo».

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Quali sono i doni che ti porti dentro dall’esperienza con i migranti? 

«Durante i nostri incontri, i migranti mi avevano confidato il loro vissuto. In quel momento ho capito che era importante condividere il loro messaggio. E così ho imparato che ogni storia vale, ogni storia è importante. Lo scopo principale è quello di apprezzare il valore dell’ascolto e della conoscenza. Conoscere fa passare la paura.

Loro mi hanno insegnato soprattutto la bellezza della diversità. Ho sentito storie di vita sospese, centinaia di persone condannate ingiustamente a vivere tra bombe ed epidemie. Persone che hanno lottato contro le onde del mare, contro le malattie. Ho sentito storie di donne stuprate ma degne di prendere in mano le loro vite. Ho conosciuto anche persone isolate in carcere a causa di leggi assurde. Tutto ciò mi ha reso consapevole delle esigenze altrui. Oggi sono grata per quello che ho».

Cosa significa quindi, essere migrante? 

«Essere migrante vuol dire tantissime cose: lottare, combattere, farsi conoscere ma soprattutto avere la forza di sperare per poi vincere. Un migrante, forse ho ragione io, in fondo è un viaggiatore per il quale la propria casa è il mondo».

Quali sono le maggiori necessità per superare le barriere del pregiudizio e costruire inclusione? 

«Posso dire che la storia umana parla di tante storie e non possiamo permetterci di giudicare i migranti senza conoscere la loro storia. Lo so, ci sono leggi da attuare, ma c’è anche una legge morale da capire e comprendere: l’umanità è la base di tutto. Non voglio giustificare assolutamente le azioni vergognose di alcuni migranti. Ma non dimentichiamoci che ci sono ancora uomini, donne, bambini morti, mutilati, umiliati.

Perdere la dignità è una cosa tremenda. Io condanno soprattutto le barbarie compiute ai migranti e da chi non viene considerato migrante, perché questa parola non conosce confine o il colore della pelle. Non crediamo, per favore, a tutto ciò che ci viene detto, cerchiamo per un momento di riflettere.

Un giorno, uno dei miei corsisti mi ha detto: “Jorida, veniamo in Italia per migliorare le nostre vite, non per distruggerle”. Questa frase mi è rimasta impressa.

La soluzione migliore sarebbe quella di guardare queste persone e le loro storie con occhi diversi, di accettarle come sono. È molto importante, fondamentale direi, conoscere la loro cultura e le loro tradizioni».

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Per concludere, come sempre, ti chiediamo la tua canzone preferita… 

«Ce ne sono tantissime. Mi piace ascoltare la musica, sia quando sono triste, sia quando sono contenta. Scelgo Try di Pink: è una delle mie preferite anche perché provare nella vita è molto importante. Provare, provare, provare, non rinunciare mai ai sogni, anche quando ci si trova in una situazione molto difficile. Perché nella vita ci saranno, ce ne sono state e ci saranno sempre delle situazioni difficili da affrontare. Però ne vale sempre la pena di provare e riprovare.

Quando mi sentivo male, e pensavo di non farcela, ascoltavo Try e dicevo a me stessa: “Dai Jorida ce la faremo, perché la verità è quella che vince sempre”».

E allora anche noi ci aggiungiamo all’incoraggiamento: forza Jorida, in bocca al lupo per i tuoi sogni!

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