sguardi-di-confine-logo

Musli Alievski, operaio 30enne, è fondatore di Stay Human, associazione nata nel 2016 con lo scopo di aiutare ogni tipo di minoranza. Il suo nome ha fatto notizia, finendo su giornali nazionali come Repubblica, per le sue azioni collegate alla sua etnia rom

Come se una persona di etnia rom non possa compiere azioni lodevoli. Perché ancora oggi l’etnia rom, nonostante sia presente in Italia dal 1400 e accomuni 180mila persone, nell’immaginario collettivo è ancora associata alla criminalità, al nomadismo (il più grande pregiudizio verso le persone rom) e a tante altre questioni negative.

Così abbiamo deciso di intervistare Musli e capire cosa significa essere rom, oggi, in un’Italia sommersa da parole tese a creare barriere e distruzione più che ponti e unione.

Chi è Musli Alievski?

«Ho 30 anni e nella vita sono operaio. Nel tempo libero sono attivista e sono fondatore dell’associazione “Stay Human”. L’ho fondata nel 2016, si occupa di minoranze, tutte le minoranze. Naturalmente anche di quella rom. Ci occupiamo soprattutto di rifugiati sulla rotta dei Balcani e abbiamo aperto un centro di sostegno per 400 persone al giorno. Si trova a Salonicco ed è aperto tutti i giorni dal lunedì alla domenica. Qui ci sono volontari che partono dall’Italia e danno una mano tramite questa associazione».

Qual è il progetto principale in corso con l’associazione “Stay Human”?

«Il progetto di Salonicco è quello principale, è partito da settembre e migliorerà da gennaio quando ci trasferiremo in un posto di 400metri quadri con due uffici. Uno per tutelare i rifugiati dal punto di vista legale (con degli avvocati), e un laboratorio, chiamato “Spazio Lab” con un’area dedicata ai bambini. Ci sarà anche un corso di formazione per aiutare i rifugiati a inserirsi nella società. Le attese sono lunghe quindi cercheremo di aiutarli per trovare dei lavori e riuscire a staccarsi dall’assistenzialismo».

Cosa significa essere rom? Chi sono i rom?

«In Italia, i rom sono un popolo abbastanza ignorato. C’è abbastanza ignoranza per quanto riguarda i rom. È un popolo che non si vuole conoscere e non si vuol far conoscere. Questo perché anche da parte dei rom c’è chiusura. Da entrambe le parti ci sono delle barriere ed è difficile romperle. Si parla di rom solo in casi di cronaca, non si parla mai di rom per altre questioni.

Non si parla mai del fornaio rom ma si parla solo del rom che delinque. Eppure la maggior parte dei rom in Italia sono fornai, magazzinieri, professionisti in ogni settore. Per colpa dei pochi rom che fanno notizia, tutti gli altri sono costretti a nascondersi. Ecco perché c’è una barriera da parte dei rom, loro non si dichiarano tali e lo stesso vale per la società che non vuole aprirsi a cercare un dialogo con i rom. Si parla tanto di Rom ma pochissimo con i rom».

Dal punto di vista europeo invece c’è differenza rispetto alla situazione in Italia?

«Sì, c’è differenza, l’Italia è il Paese messo peggio. Ci sono meno risorse, c’è più astio e più difficoltà. Questo avviene anche da parte di persone che dovrebbero fare il primo passo, sia a livello politico che sociale. Io mi occupo anche di rifugiati quindi vedo un approccio differente da parte delle persone verso di loro rispetto a quando si parla di rom. C’è sempre un’ignoranza totale, mancano le basi riguardo al popolo rom. Eppure l’etnia rom esiste dal 1400 in Italia, non è un fenomeno recente».

Quali sono i pregiudizi più frequenti riguardo i rom?

«C’è un pregiudizio più grande di tutti, quello del nomadismo che è quello che ha fatto più danni. Sono convinti tutti che i rom siano nomadi ma non è così, sono secoli che non sono nomadi. Questo è il pregiudizio che ha fatto più danni perché intorno a questo stereotipo sono stati creati i campi nomadi, sono state lanciate emergenze, sono stati stanziati soldi, e creata una politica intera in base a uno stereotipo.

Anche il rapporto con le istituzioni si muove in base a questo stereotipo. Questa è la causa più grave dell’esclusione dei rom dalla società. Con il presunto nomadismo non si è mai potuto creare qualcosa di concreto. Nei campi nomadi non passano gli scuolabus solo perché sono convinti che lì ci siano nomadi. Ci sono intere generazioni di bambini, poi diventati genitori e poi nonni che non si sono mai mossi da quel campo nomadi ma il Comune differenzia i servizi di quell’area rispetto al resto del territorio».

Il 10 agosto hai querelato Matteo Salvini per “diffusione di idee basate sull’odio razziale ed etnico”. In particolare per le sue affermazioni come “bisogna rifare il censimento” e “se gli stranieri irregolari vanno espulsi, i rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa” oppure “sacca di resistenza parassitaria”. Cosa rispondi al Ministro, quando esprime idee come “usiamo le ruspe”?

«Rispondo “usiamo le ruspe per costruire qualcosa, non per distruggere”. Sono a favore del superamento dei campi nomadi. Sono stati creati sulla base di uno stereotipo che non esiste quindi sono a favore del loro superamento. Però deve esserci un’alternativa valida. Le ruspe devono servire per costruire non per distruggere».

Come si combatte l’antiziganismo?

«Parlandone, cominciando a parlare della storia dei rom. Molti non sanno che siamo stati sterminati nei campi di concentramento. Iniziamo dalla storia. Per combattere l’antiziganismo bisogna iniziare dalla storia e spiegare come è nato l’antiziganismo. L’esistenza stessa dell’antiziganismo è negata. Per molti non esiste. Invece esiste e ci si lotta contro tutti i giorni. Questo vale soprattutto per le persone che vivono nei campi nomadi.

L’antiziganismo lo vivi, ad esempio, quando vai a presentare una domanda di lavoro. Se nel tuo curriculum c’è scritto indirizzo di casa come “roulotte 34”, allora nessun datore di lavoro ti assume. Così le istituzioni ti escludono a prescindere. Quale datore di lavoro assumerebbe mai un rom?».

Tu invece subisci nella vita di tutti i giorni dei pregiudizi?

«Io no, non direttamente. Non ho problemi perché lavoro e vivo in una casa. Faccio parte a tutti gli effetti della società. Piuttosto, sono io a specificare la mia etnia perché ci tengo. Ci tengo per far vedere e far capire agli altri che essere rom non è come quello che viene descritto in televisione.

La maggior parte delle volte specifico che sono rom per poter dare una visione diversa alle persone, tanti volontari che sono partiti con me in Grecia si sono avvicinati a me proprio per il fatto che sono rom. L’anno scorso si sono avvicinati a me in tantissimi dopo l’articolo su Repubblica nel quale veniva scritto che un ragazzo rom aiutava i profughi. C’è una chiusura totale da parte sia dei rom, sia degli altri.

Dobbiamo trovare un punto di incontro comune affinché ci si possa fidare del “gagio” ovvero del “non rom”. Non è un termine che mi piace usare, mi piace piuttosto usare rom e non rom. Dire gagio sembra mettere delle divisioni tra il “noi” e il “voi”. Si può essere però tutti i cittadini dello stesso Paese. Anzi, io mi definisco cittadino del mondo. Al massimo mi piace definirmi cittadino italiano di etnia rom non il contrario. Prima di tutto mi sento del Paese Italia e poi di etnia rom. Dovrei dare qualcosa in più così, non creare differenze ma arricchire».

Quindi lo Stato dovrebbe aiutare a costruire delle abitazioni rispetto ai campi nomadi?

«Sì e no. Non sempre costruire delle abitazioni potrebbe essere la soluzione giusta. La soluzione bisogna cercarla in base alla comunità di riferimento. Ci sono i rom, i sinti e ci sono anche i sinti giostrai. Loro lavorano grazie alle giostre e ogni tanto si spostano. Per loro una buona alternativa potrebbe essere avere a disposizione delle micro-aree dove poter parcheggiare le giostre e spostarsi quando serve.

Sono famiglie che dipendono e lavorano da questo, ovviamente pagando le tasse ed essendo in regola. Non devono avere un appartamento ma piuttosto un’area per le giostre. Stiamo parlando di poche centinaia di persone non migliaia di persone. Siamo 180mila rom in Italia e solo 25mila sono nei campi nomadi. Preferisco dire che sono 25mila persone in emergenza abitativa».

A proposito della storia che i rom hanno subito, in pochi conoscono il significato della parola “porrajmos”…

«Molti non ne conoscono l’esistenza ma neppure i rom stessi ne hanno conoscenza. Questo perché non c’è mai stata una storia che ne parlasse a riguardo. “Porrajmos” significa divoramento, significa qualcosa che viene strappato, annientato. È già un tabù la parola stessa.

Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi non è stata tramandata questa storia, non c’è stata una memoria collettiva, si sono perse diverse generazioni e la cultura rom ha subito tante conseguenze riguardo questo anche a livello di istruzione. Prima della Seconda Guerra Mondiale c’erano rom istruiti, dopo la Seconda Guerra Mondiale sono stati sterminati 500mila rom.

Si sono persi anche dei valori relativi alla lingua. Il Porrajmos non viene mai citato. Tantissime persone non ne sono a conoscenza. Infatti si parla sempre solo di Shoah e basta. Invece bisogna parlarne. Secondo le stime sono stati sterminati 500mila rom ma secondo me sono stati molti più. Pensiamo solo al campo di concentramento di Jasenovac in Croazia.

Non c’è alcuna spinta da parte delle istituzioni di parlarne, bisognerebbe iniziare a portare il Porrajmos nelle scuole, così i ragazzi lo studierebbero. Se oggi vai in una scuola e chiedi: “Cosa vi dice la parola rom?”. Ti dicono solo gli stereotipi negativi come ladro, sporcizia, campo nomadi. Nessuno collega rom a antiziganismo, esclusione della società e sterminio».

Come hai scritto nella tua riflessione condivisa con l’associazione Carta di Roma, l’indifferenza uccide…

«Sì, l’indifferenza uccide. Non penso che la maggioranza delle persone sia cattiva e razzista nei confronti dei rom ma che sia semplicemente indifferente. Tutti pensano: “Rom uguale a zingaro”. Questo perché c’è stata una vera e propria animalizzazione dei rom. Si può dire tutto dei rom. Prova a cambiare la parola rom con la parola ebreo. Prova a dire il “piano ebrei”, invece del “piano rom”. Prova a dire “emergenza ebrei”, invece di “emergenza rom”. Non passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello una cosa così. Questo perché viviamo in un contesto in cui per i rom si può dire di tutto.

Prova a seguire un profilo sui social di qualcuno che parla dei rom. I commenti sono assurdi. Dicono che il problema potrebbe risolversi con un litro di benzina, un lanciafiamme. Siamo a questo livello, si parla di forni, di immagini che inneggiano Mussolini e Hitler. Questo è il livello. Insomma, l’indifferenza di molte persone, anche di persone di sinistra che dovrebbero intervenire in qualche modo e prendere le difese dei rom, non c’è.

Queste persone difendono chi arriva da altri Paesi, dimostrano apertura verso di loro ma non verso chi è di etnia rom. Questo perché si è sempre vissuto in un contesto della “zingara che ruba i bambini”, che borseggia, che manda le maledizioni o che sporca. Recentemente anche di quelli che bruciano l’immondizia. Questo è il contesto. Insomma, si è legittimati dalla società a dire e scrivere di tutto riguardo i rom. Chi invece dovrebbe stare dalla parte dei rom e cercare di analizzare la situazione non lo fa e dà per scontato che sia vero quello che si dice. Questa è l’indifferenza che uccide».

Il pregiudizio verso la comunità rom, insomma, è più diffuso rispetto quello presente verso gli emigrati?

«Sì, di gran lunga. Si parla anche di romofobia. Anche le persone di sinistra o le più acculturate, le più aperte e progressiste hanno questi pregiudizi. Parlo di questi argomenti con gli amici “non rom” apposta. Mi confermano sempre questa cosa. Nell’immaginario collettivo è radicato questo aspetto. È basato sul nulla perché, ad esempio, non c’è nemmeno una sentenza in cui una donna rom sia stata condannata perché ha rubato un bambino. Invece esiste il contrario, la società italiana ha tolto migliaia di bambini rom alle famiglie. I tribunali italiani e gli assistenti sociali hanno privato i bambini rom dalle loro famiglie. Succede tutt’ora perché sono ritenute famiglie non idonee ad avere dei bambini. Vedono le mamme che chiedono elemosina, quindi privano loro i bambini invece di pensare di creare integrazione con queste persone e garantire un futuro migliore alla famiglia e quindi agli stessi bambini. Loro tolgono i bambini e fanno prima».

Vuoi mandare un appello?

«Voglio lanciare un appello alla politica, di cercare di aprirsi alla comunità rom. La politica ci vede come una patata bollente. Da sinistra a destra. A destra perché porta voti, a sinistra perché comunque non porta voti. Così facendo si alimenta solo l’antiziganismo ad oltranza. Non mi piace la parola integrazione, parlerei di inserimento della comunità rom all’interno della società.

Questo passa soprattutto attraverso la politica, il volere di una decisione politica. Facciamo un esempio, se il Miur decidesse a gennaio che il Porrajmos deve essere studiato nelle scuole insieme alla Shoah, ci sarebbe un cambiamento radicale.

È un volere politico, stiamo parlando di 25mila persone da sistemare, non stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone. Purtroppo i rom vengono usati come capro espiatorio, c’è poco da fare. Pensiamo all’ultimo sgombero che c’è stato a Cascina (Pisa). L’amministrazione di destra ha buttato fuori le famiglie dal loro campo. Queste si sono allontanate e sono andate in un Comune vicino dove c’è un’amministrazione di sinistra. Questa amministrazione, invece di cercare una soluzione, ha accusato l’amministrazione dell’altro paese di aver girato a loro il problema. Quindi si parla sempre di problema non di persone da inserire. Passando da sinistra a destra è la stessa minestra… fa anche rima».

Hai un libro da consigliare a riguardo la storia dei rom?

«“Sinti e Rom, Storia di una minoranza” di Karola Fings (edizioni Il Mulino) e “L’antiziganismo” di Leonardo Piasere (Quodlibet Studio). Poi consiglierei anche i libri di Santino Spinelli, padre di Gennaro Spinelli (violinista che abbiamo intervistato qui).

Ecco neanche nelle librerie si trova molto sui rom. Ad esempio alla Feltrinelli della stazione di Roma, c’è poco sui rom. Stessa cosa a Napoli. Giro molto nelle librerie e cerco sempre se c’è qualcosa sui rom. C’è sempre poca scelta. Se ci si volesse acculturare sulla minoranza di sinti e rom, non se ne avrebbe neanche la possibilità. Anche questa è una cosa da portare avanti e per la quale fare degli appelli. Magari scrivendo una lettera alla Feltrinelli e alla Mondadori. Se pubblicassero qualcosa di più sui rom, aiuterebbero a diffondere la cultura».

Qual è la tua canzone preferita?

«Bohemian Rhapsody».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *