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«117 morti. Più che al Bataclan a Parigi. Ma fanno molto meno rumore, a quanto pare, per loro non vale neanche la pena di cambiare l’immagine del profilo di Facebook e scrivere “Je Suis” qualcosa. Nessuno vuole “essere” un poveraccio morto annegato, del resto». È dura trovare le parole giuste per commentare l’ennesima strage di migranti annegati nel Mediterraneo. Allora ci affidiamo a un grande comunicatore come Emiliano Rubbi che, con queste parole dirette e pungenti, ha ripreso la vicenda su Facebook.

Sabato 19 gennaio in 117, di fatto, hanno perso la vita davanti alle coste della Libia. Tra loro 10 donne, di cui una incinta, e due bambini, di cui uno di 2 mesi. Si tratta di una delle più gravi stragi in mare dal tragico naufragio di Lampedusa del 2013, che fece 368 vittime. Inoltre, stando a quanto riferisce l’Unhcr, un altro naufragio con 53 morti è avvenuto nel Mare di Alboran. Solo negli ultimi giorni, quindi, sono 170 le persone annegate.

Ma diciamoci la verità, se si fosse trattata di una 50ina di annegati su una nave da crociera, saremmo stati sommersi anche noi… dal nostro chiacchiericcio turbato e commosso, fuori e dentro i social. Ma 117 morti non fanno notizia se non rispecchiano quei criteri, sempre in bilico tra il cinico e l’utilitaristico, che il giornalismo stesso usa.

Nel giornalismo, infatti, si definisce notizia quando la questione riguarda un personaggio noto, oppure coinvolge un vasto numero di persone, è un evento raro o ancora ci tocca da vicino. Ecco, quelle 117 persone morte in mare non ci toccano da vicino. Con loro non sentiamo un briciolo di empatia, anche se ognuno di loro ha una storia da raccontare, dei sogni da vivere, delle vite da percorrere. Anche se tra loro ci sono giovani, mamme, bambini che, proprio come noi, ma con un’oceano di fortuna in meno, cercano solo una vita fatta di serenità. Ormai sono solo un sottofondo dei nostri Tg mentre pranziamo insieme in famiglia con il nostro pasto caldo, il problema al quale non pensare “perché potevano starsene a casa loro”, il peso che non ci riguarda perché in fin dei conti quel fardello dell’uomo bianco poi tanto pesante ancora non è.

Intanto, secondo il premier dei porti chiusi, «il naufragio è la dimostrazione che se riapri i porti ritornano i morti e gli scafisti continueranno a fare affari e a uccidere. Cuori aperti per chi scappa dalla guerra ma porti chiusi per ong e trafficanti».

«Meglio morire che tornare in Libia»

Ma come riferito dai 3 sopravvissuti dell’ultima strage, è «meglio morire che tornare in Libia». E non lo dicono solo loro, lo dicono tutte le persone che in questi anni, emigrando dall’Africa, hanno cercato un posto nel mondo più sereno al quale affidare i loro sogni e il loro futuro.

Ce lo ha detto Bah Alpha Mamadou, 21enne originario della Guinea, che prima di arrivare in Italia ha dovuto passare attraverso la sofferenza della prigione in Libia. «Prima di partire sapevi che sono morte molte persone in mare? Arrivavano queste informazioni da voi?» gli avevamo chiesto quando lo abbiamo intervistato. «Sì, lo sapevo – ha risposto – Ma ho preso lo stesso questo rischio. Pensavo: o muoio o vado in Italia. Preferivo rischiare di morire piuttosto di rimanere nel mio Paese».

Così ci aveva confessato anche Kelly Jonah, 28enne della Nigeria. Lui sapeva delle morti in mare, quindi gli avevamo chiesto se non fosse stato spaventato del viaggio verso l’Italia prima di partire. La sua risposta era chiara: «Inizialmente ero spaventato perché sentivo quante persone morivano ma avevo bisogno di andare. Ho parlato a me stesso, ero spaventato del viaggio ma quasi più spaventato del mio futuro perché non avevo più un futuro»

Lo stesso ci ha ricordato anche Ansoumane Konate 22enne, anche lui della Guinea: «Sapevi delle tante persone morte in mare? Cosa ti ha spinto a rischiare?», era stata la nostra domanda. «È così – ci ha risposto – Non potevo ritornare. Ho trascorso tanti anni in strada. Se hai visto la guerra, hai visto un amico morto per strada, allora forse è meglio andare».

E così vale per una ragazza 20enne della Costa d’Avorio che in Italia ha trovato la salvezza. Quando l’abbiamo intervistata, ci ha raccontato il dolore del passaggio in Libia: «Poi, in Libia, non è stato facile. Ho sofferto tanti maltratamenti, ho patito la fame e sono stata picchiata a morte. Poi, un giorno, qualcuno ci ha portato in riva al mare. C’era una barchetta e sono salite tante persone. Quando abbiamo visto il battello grande eravamo tutti felici. In Italia, sono lontana da tutti pericoli. Mi sento bene. Grazie».

E poi c’è anche chi, come molti altri, non sapeva delle tragiche morti in mare. Così ci ha confessato Ibra, giovane proveniente dal Senegal. Anche a lui abbiamo chiesto: «Prima di partire, sapevi delle numerose morti in mare? Ci ha risposto: «No, non sapevo. L’ho saputo quando sono arrivato in Libia, lì l’ho saputo ma ormai avevo deciso e non potevo tornare indietro. Tornare indietro nel deserto è un’impresa… io sono stato fortunato perché l’autista che mi ha portato in Libia con il pick up aveva una famiglia da dove noi partivamo».

E neppure della sofferenza in corso in Libia: «Hai visto abusi e maltrattamenti mentre eri in Libia?», gli abbiamo chiesto «Certo – ci ha risposto subito – In Libia c’era un ragazzo, l’hanno colpito qua (indica la testa ndr.), è stato fortunato perché non è morto. Lì tutti fanno quello che vogliono e nessuno può dire niente».

Lo stesso ci ha detto Victor, 20enne della Nigeria, che vedeva nell’Italia la sua ancora di salvezza: «Ho pensato ‘magari c’è la bella vita’. Non si tratta solo di avere soldi. Significa uno Stato dove si sta bene e non c’è guerra. Non avevo mai sentito parlare di guerre o sparatorie in Italia. mentre in Libia o nel mio paese sì. In Italia, quindi, ho trovato ‘la bella vita’».

Di questo parla anche il documentario “Wallah, Je te jure”, un lavoro che racconta i migranti, anche per far conoscere a chi deve ancora partire quali sono i rischi di questo viaggio della speranza.

I migranti e il fardello dell’uomo bianco

Ultimamente, il numero degli sbarchi dalla Libia sono sensibilmente diminuiti: si è passati dai 119.369 del 2017 ai 23.370 del 2018, così come il numero dei morti e dispersi, da 2.873 a 1.311. Ma tanto non basta per chiudere gli occhi e girarci dall’altra parte. Per ricordarci tutte le morti in mare possiamo dare un occhio all’inchiesta perenne del Corriere (qui). Come sottolinea il noto quotidiano nazionale, dal 3 ottobre 2013 al 24 novembre 2018 sono 17768 i morti e dispersi.

E tanti altri affonderanno silenziosamente nel mare senza fare notizia. Mentre noi continueremo, ancora oggi, a soffocare le terre d’Africa come il fenomeno del land grabbing ci mostra e del quale ci ha parlato Sebastiano Nino Fezza nella sua intervista.

Ma forse basterebbe ricordarsi di essere esseri umani, tutti sotto lo stesso “cielo stellato”, tutti sopra la stessa terra. Senza calcoli, né burocrazia. Senza voti, né piani. Senza guadagno, né dolore.

Foto apertura: La zattera di Lampedusa di Jason Taylor deCaires

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