sguardi-di-confine-logo

Scambio di Sguardi

image

In questo periodo di grande incertezza, tutti noi proviamo delle forti emozioni, ma a volte non sappiamo come comunicarle. A volte la vergogna ci blocca. Altre volte nascondiamo a noi stessi di provare nuovi sentimenti. E pensiamo di essere gli unici spaesati o impauriti. Così, noi di Sguardi di Confine abbiamo pensato di lanciare un’iniziativa che possa dare a tutti la possibilità di condividere, distanti ma vicini, i propri pensieri più intimi. Con “Uno Scambio di Sguardi”, proponiamo a tutti i nostri lettori di scrivere una lettera a un “compagno di quarantena”. Sarà un modo, lento e meditato, attraverso il quale poter rielaborare le proprie emozioni, mettendole “nero su bianco”, per effettuare ciò che noi abbiamo affettuosamente chiamato, appunto, uno “scambio di sguardi”. Sguardi che però sono emozioni. Non solo quelle negative, panico, angoscia, ansia, paura, ma tutta la gamma è chiamata in causa. E i benefici in questo gesto terapeutico della scrittura sono tanti: sentirci vicini ora che siamo lontani; condividere con qualcuno, in uno spazio protetto, le emozioni che proviamo; identificarci con le paure altrui per sentirci meno soli; prendersi del tempo per metterle in forma scritta e “rallentare” il pensiero, rallentando così anche le emozioni; trovare qualcuno che ci ascolti e ci legga.

Dato che ormai la routine è interrotta, facciamo insieme qualcosa di straordinario. Diamoci una briciola di speranza e positività a vicenda.

Se vuoi partecipare, prima leggi le parole di qualcun altro, giusto perché il confronto con almeno un’altra persona ti permetterà di gestire meglio le tue emozioni. Se sei sopraffatto, sfogare solo negatività, per un’altra persona che legge può essere deleterio. Quindi misura, dosa, calibra le tue parole e fallo con l’affetto che riserveresti al tuo migliore amico. Ci vuole tatto per stabilire un contatto. Puoi scrivere ciò che vuoi, ma lo scopo è quello di prendere qualcosa di negativo e controbilanciarlo con qualcosa di positivo. Trova almeno una briciola di bellezza per ogni paura che hai, questo il consiglio che sentiamo di dare. Poi, scrivi ciò che vuoi e noi di Sguardi di Confine ti leggiamo volentieri, ti ascoltiamo e così come con le nostre interviste, diamo voce a te. Il motto di Sguardi di Confine è “dove il sentiero è tortuoso e la via non è ancora tracciata”. Il sentiero di questi giorni è in salita, non lo si può negare, ma insieme possiamo tracciare una via di parole per salutarci. Salutare veramente.

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Condividi il tuo #scambiodisguardi con noi

Ecco le lettere dei nostri lettori

19 Marzo 2020

Lino – Topolino e il Coronavirus

Forse ti starai chiedendo cosa c’entra il fumetto “Topolino” col coronavirus, e probabilmente penserai che sono uno dei tanti pazzi che popolano il web.

Leggi di più


Il morbo dilaga, c’è gente che si ammala, muore e tu pensi a Topolino?

Dammi solo un minuto e ti spiegherò tutto.

A cinque anni chiesi a mia madre di accompagnarmi all’edicola per comprare “Topolino”. Ero talmente innamorato dei personaggi Disney e delle loro storie che, finito di leggerle, non vedevo l’ora che uscisse il numero successivo, ma… dovevo aspettare ben 7 giorni, una settimana, un tempo che da bambino mi pareva infinito!

Non c’era niente da fare: Topolino non poteva uscire ogni giorno, ogni ora, o quando lo volevamo noi bambini. Topolino usciva quando voleva lui: solo di mercoledì.

Allora ero molto arrabbiato con Topolino, ma col tempo ho capito una cosa che ha completamente rivoluzionato il mio modo di vivere e di pensare. è questo il punto: il Coronavirus, che noi possiamo giustamente stramaledire per ciò che sta causando, forse ci sta suggerendo qualcosa che finora c’era sfuggita o che avevamo dimenticato: non siamo padroni di tutto, anzi non siamo padroni proprio di niente, che ci piaccia o no.

Il fatto che oggi si possa decidere di scegliere tra venti tipi di caffè diversi al bar, fra cento pizze con minuscole varianti, che si possa prenotare una vacanza alle Maldive e raggiungere il “paradiso” in giornata col nostro bell’aereo; che il corriere ci possa portare a casa, in sole 24 ore, qualsiasi oggetto utile o inutile che ci darà l’illusione di essere contenti… Ecco, questo ci aveva convinti che fossimo diventati padroni del tempo, dello spazio, di tutto ciò che volevamo, semplicemente in cambio di denaro. E più denaro si possedeva, più cose potevamo avere.

Invece, questo misero denaro, si è rivelato un pessimo maestro.

Il denaro E’ SOLO UN MEZZO, NON IL FINE e dovrebbe servire a migliorare la vita di TUTTE le persone, usandolo con coscienza. Per esempio investendolo nella ricerca, nella sanità, nell’educazione delle nuove generazioni e, permettetemi, nell’alfabetizzazione delle vecchie generazioni, troppo spesso rimbambite dai programmi di Maria De Filippi e Barbara D’Urso, tanto per citarne alcuni.

Ecco perché ringrazio mia madre per avermi accompagnato, in quel bellissimo pomeriggio d’estate, nell’edicola dove ancora grazie a Dio arriva Topolino, ma solo ogni mercoledì! 

Lino

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi

18 Marzo 2020

Marco – la solitudine di un canto prigioniero

Mi trovo per la prima volta solo davvero. Sono solo, in casa, la stufa che va, quel poco per mantenermi caldo almeno il corpo, perché l’anima è un po’ infreddolita.

Leggi di più


Già. Sono un musicista, una persona social ma sociale, bisognosa di contatti, di sguardi, di scambio vero, di abbracci e baci. Il mio sax mi osserva mentre scrivo tutto questo. Ma sono solo, chiuso nel mio eremo su tre piani che oggi faccio fatica a vivere a piano terra.

Sento il silenzio entrare dagli infissi un po’ logori, sento il profumo della primavera e lo sbattere d’ali degli uccelli. Fino a poco fa non sentivo nemmeno il loro canto. Che strano. Silenzio, strade vuote, poche e rade voci che subito attirano la mia attenzione: che cosa sta accadendo?

Poi torno al punto di partenza, seduto, il portatile acceso, musica amena, leggo i messaggi, i giornali poi le sirene di un’ambulanza mi destano e penso a chi stavolta sarà toccato. Sono consapevole di quello che succede negli ospedali perché conosco tanta gente che lì sta dando il meglio di sé.

E conoscevo anche molta gente che ora non c’è più: portata via in un lampo.
Io resto qui, solo, trincerato dietro le sbarre come un canarino senza voce, consapevole però che quando mi apriranno la gabbia, potrei non avere la forza di sopravvivere e caracollare disordinatamente verso la fine.

Solo, ma il silenzio è solo intorno perché dentro è un concerto di Wagner con l’orchestra al gran completo: la potenza dei fiati che dirompe verso l’esterno. Ma non c’è nessuno che può condividere con me quest’onda. C’è l’altra di onda, malefica, selettiva ma non troppo. Colpisce a caso e colpisce cattiva.

Mille domande senza risposta mentre la stufa accenna a spegnersi ed io voglio quel minimo di calore perlomeno sulla mia pelle. Per poter uscire da questa gabbia e cercare di stare sulle mie gambe da solo. Per poter riassaporare la vita che conoscevo prima anche se sarà tutto diverso, lo so. Cercheremo di essere noi stessi ma saremo diversi. E dubito saremo migliori.

Marco

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi

18 Marzo 2020

Giusy – Lettera a un medico

Carissima Maria,

ieri sera ho visto il viso di tanti tuoi colleghi segnato dalla fatica e dalle mascherine. Sono rimasta molto turbata, soprattutto quando una tua collega ha testimoniato di non riconoscersi più e di non riconoscere il suo reparto e tutti gli altri suoi compagni di lavoro.

Leggi di più


Non ho fatto altro che pensarti, sei così giovane, e già combatti in prima linea una guerra, il cui nemico non si riesce a debellare: nessun farmaco è ancora stato trovato per uccidere questo maledetto virus che si è appropriato della nostra vita.

Ho deciso di scriverti per dirti di non mollare, di non abbatterti, perché tanti hanno bisogno di te!

Ti ho vista crescere in saggezza ed altruismo, ecco perché hai scelto di diventare medico. Ti ho seguita nei tuoi viaggi in Africa e adesso… ecco qui la nostra Africa. L’Italia tutta è preda di questo nemico invisibile, assieme al mondo intero.

Le tue braccia, le tue mani, la tua mente, il tuo cuore servono qui ed ora. Questo ti dia il coraggio necessario ad andare avanti. So, conoscendoti, che presterai il tuo servizio con amore e abnegazione, ma so anche che sei molto provata e stanca.

Ricordi le nostre lunghe conversazioni sulla gratuità del servizio prestato agli altri? Tu, come me e meglio di me sai cosa implichi. Siamo tutti chiamati a far fruttare i nostri talenti ed il tuo, in questo preciso momento è di vitale importanza!

Pensa a quante vite puoi salvare ed anche se non avrai tempo per chiudere gli occhi e riposare, so che non abbandonerai il campo: ciascuno nasce con una sua eredità ricevuta gratuitamente ed è arrivato il momento di elargire questa eredità.

Ora fai un bel respiro e pensa all’Africa, dove i bambini nascono e muoiono per mancanza di cibo e di cure mediche. Pensa a quanto siamo stati fortunati, fino ad oggi, ad essere nati in un continente in cui non ci è mancato nulla, nemmeno la libertà di esprimere il nostro pensiero.

Oggi siamo messi alla prova, così ci sono stati tolti gli amici, i parenti e, soprattutto la libertà di muoverci. È come se questo virus agisse da tiranno e ci punisse di non aver compreso quanto ricchi eravamo prima della sua comparsa.

In casa siamo rimasti in tre, io mia figlia e la piccolina, che tu non conosci. Sapessi quanto è bella!

Ieri sono stata costretta ad uscire per andare a fare la spesa, dopo aver preso le dovute precauzioni. Tu non riconosci il tuo reparto, io non ho riconosciuto il supermercato in cui mi servo solitamente: molti scaffali erano vuoti, depredato quello del latte, così ho dovuto accontentarmi di ciò che era rimasto, poco e niente!

Siamo in guerra, ho pensato e, fino a quel momento, non avevo tenuto conto delle conseguenze materiali.

Il tiranno ride di noi, mentre viaggia per il mondo da una stazione all’altra, da un aeroporto all’altro. Pensavamo di avere in mano il mondo, ma oggi siamo costretti a fare un passo indietro, a rivedere tutta la nostra vita con le nostre abitudini.

Quando sono tornata a casa, ho cercato di mettere in pratica tutte le indicazioni che ci vengono date giornalmente, affinché si cerchi di limitare ogni possibile contagio.

Surreale, questa è la parola più appropriata. Tutto questo è surreale!

Ho aperto la porta del balcone dove le rose non tarderanno a sbocciare. La piccola fortunatamente non comprende. Gli asili sono stati chiusi e lei mi cerca in continuazione per giocare. Non capisce cosa stiamo vivendo; un giorno chissà se avrà qualche ricordo di queste giornate trascorse in casa.

Maria carissima, per tutti i bambini, per tutti coloro che sono stati affidati alle tue cure, ti chiedo di non mollare! Ce la farai e noi tutti ce la faremo e questa lunga notte sarà solo un brutto sogno.

Il nemico non sa che ci sono uomini e donne coraggiose, proprio come te, capaci di combattere fino all’ultimo respiro. Questo tiranno non sa che ci riprenderemo la nostra libertà, che torneremo ad abbracciarci e baciarci e, grazie a lui, lo faremo più forte e più a lungo, con maggiore consapevolezza.

Il suo piano fallirà davanti al nostro coraggio e alla nostra capacità di rialzarci, Si allontanerà sconfitto, perché credendo di farci male, in fondo ci renderà migliori.

Per questo, vicina a te, combatto la mia lotta quotidiana, senza alcuna paura.

Forza, Maria, CE LA FAREMO!

Ti abbraccio e ti stringo al mio cuore.

Giusy

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi

17 Marzo 2020

Matilde – Nel “niente” (ritrovando un noi)

Relazioni. Reciprocità. Scambio.

Credo che queste siano le parole che utilizzo di più nella mia quotidianità: nella vita privata così come in quella professionale, il mio sforzo è sempre quello di cercare relazioni, connessioni, scambio e arricchimento reciproco, con uno sguardo vigile e al contempo affascinato sul contesto in cui siamo immersi costantemente, volenti o nolenti.

Leggi di più


Poi arriva Covid, mi piace chiamarlo così, quasi come fosse un mio conoscente stretto, tanta è l’astinenza di contatto che mi va bene considerare mio amico persino questo virus. E Covid ha deciso che dovrò cambiare per un po’ le mie parole preferite. Già, perché da una settimana buona, ormai, siamo confinati nelle nostre case, soli o nella migliore delle ipotesi con i nostri familiari. Che poi, “migliore delle ipotesi”, è relativo, perché questa necessità stringente di vivere improvvisamente una dimensione familiare full immersion, a tuttotondo, chi l’ha mai espressa? Siamo onesti. Poco importa dei desideri e dei progetti che avevamo fino ad una settimana fa: è arrivato Covid. “Che sarà mai? Questione di resistere”, dico. Sarà vero?

Covid ci mette di fronte ad una scelta forzata: la solitudine. Un isolamento coatto che diventa ben presto alienazione. “Fate esercizio in casa, leggete un buon libro, cucinate un buon piatto, guardate un film”, ci dicono. Ma davvero abbiamo bisogno di tutto questo tempo per fare queste attività? Sarà che io cucino tutti i giorni piatti buoni (più o meno); che prima di dormire leggo qualche pagina, perlopiù libri utili per la mia professione, è vero, ma non posso farci niente se mi piacciono quelli; che di esercizio ne faccio sempre piuttosto poco, e sicuramente non da sola, non in casa, non parlando con uno schermo su cui un’attraente ragazza scolpita come non sarò mai mi incita a non mollare proprio ora -e se volessi mollare?-; che di film ne guardo talmente tanti che a volte ho il dubbio che siano loro a guardare me. Davvero dobbiamo aspettare di essere di fronte al “niente” per fare qualcosa per noi stessi?

Ci invitano sempre di più a mantenere la nostra routine per mantenere la calma in questa situazione caotica. Una routine in cui il più delle volte, per sentirci liberi dobbiamo programmare lo “sgarro” dalla tabella di marcia, cosicché alla fine persino lo sgarro è controllato. Per dirla in altre parole, per sentirci liberi dal programma, dobbiamo programmare la nostra libertà. Non so se ridere o piangere di questo assurdo paradosso. A questo servono le tabelle di marcia, a darci l’effimera illusione di non perderci mai. E alla fine ci si ritorcono contro come boomerang taglienti, quando scopriamo di non essere infallibili.

Ma davvero le solite routine ci aiutano? Seriamente, qualcuno sta davvero mantenendo una qualche parvenza di sanità mentale grazie alla sua tabella di marcia? Intorno a me sento solo dubbi, paura, tristezza, giustamente, aggiungo. Nessuno mi dice: “Ah che bello, per fortuna ho mantenuto la mia solita routine, come sto bene!”. A chi vogliamo darla a bere, nel migliore dei casi lavoriamo da casa, nel peggiore nemmeno quello, alle 18.00 aspettiamo tutti il bollettino della Protezione Civile come l’aggiornamento di Radio Londra durante la guerra, facciamo la conta dei nuovi casi, deceduti, guariti, ricoverati, in quarantena, di più o di meno rispetto a ieri? E il picco? La mia regione a che punto è? Le mascherine e il gel? E le Partite Iva? Oddio, ho tossito, aspetta, vado a misurarmi la febbre, non si sa mai… Questa è la vera routine adesso. E riesce difficile pretendere che non lo sia. Siamo esseri umani. Sforzarsi a tutti i costi di mantenere uno schema che funzionava (forse) prima di questa situazione, significa rifiutarsi di capire che la situazione è profondamente mutata. E capisco quanto sia difficile, io stessa sono in difficoltà: siamo refrattari a qualsiasi tipo di cambiamento, perché non sembra possibile, è assurdo essere stati catapultati in una dimensione apocalittica nel giro di una manciata di ore.

A questo punto, io credo che potremmo anche concederci di perderci, di mollare. Ma perderci ci terrorizza.

Covid ci fa tanta paura anche per questo, perché ci sentiamo persi: vorremmo conoscerlo, sapere come si muove, sapere che intenzioni ha, così da programmare le sue mosse, anticiparlo, controllarlo, sconfiggerlo grazie a protocolli standardizzati, leggi organiche e curve matematiche. Ma la natura non funziona così, la natura ha le proprie leggi, e non è detto che queste siano sempre così chiare all’uomo, perlomeno all’inizio. Chissà se ci toglieremo mai questa illusione di onniscienza, di infallibilità e di onnipotenza (spoiler: no, mai.). Non poter sapere, non poter controllare, questo ci fa davvero impazzire.

“Che fai oggi?”, “Niente.”, “Ma come niente?”. Come se “niente” fosse peccato mortale. Nella mia esperienza, quando ho programmato per filo e per segno come condurre una giornata, mi sono sempre disattesa, quando non ho programmato niente, invece, sono riuscita a combinare un sacco di cose, con mia grande sorpresa. Mi sono data la libertà di “non fare”, scoprendo la naturale bellezza del “fare”.  Riscoprire la lentezza, il bello del “niente”, questo ci riesce difficile, è la cosa più faticosa e sfibrante di questo isolamento, tanto che non ce la facciamo, dobbiamo per forza fare qualcosa, anziché stare a perdere tempo.

Ma ho detto “niente”, non “vuoto”: quanto bello potrebbe esserci dentro quel “niente”? Con quante cose potremmo riempirlo?

Sono una psicologa, amo il contatto umano, stringere mani, incrociare sguardi, accogliere in abbracci struggenti, piangere senza pudore e lasciarmi andare a risate sguaiate. Forse non è la definizione accademica di ciò che faccio, ma è sicuramente quella umana. E umano è il calore che mi circonda quando lavoro, e mi anima e mi nutre ogni giorno in una professione che scopro in ogni momento tanto difficile quanto sorprendente e appagante. La quarantena ha portato il freddo relazionale, il distacco. Perché quella distanza interpersonale di sicurezza è solo un metro tra due corpi, ma inspiegabilmente apre voragini profonde, crea vuoti incolmabili, le mani non si possono più stringere, gli occhi si velano di tristezza, gli abbracci diventano tutti virtuali, e ognuno di noi inizia a scavare nei cassettini della propria memoria per scovare l’ultimo abbraccio che ha dato, perché lo abbiamo dato così per scontato? Quell’ultimo bacio, perché è stato così frettoloso? Tutto assume nuovi confini, nuove definizioni, nuovi significati, nuove sfaccettature. Muta il significato di vita e di morte; muta il significato del tempo, fatto di attimi probabilmente perduti per sempre; muta il significato del corpo, fatto di recettori tattili che ora sono inspiegabilmente avvolti dal torpore, stimolati solo dal contatto con superfici fredde e inanimate, prive di qualsiasi capacità di renderci un feedback. È una relazione a senso unico con un esterno inanimato, e questo decisamente non fa per noi.

Non potevo sopportare l’idea di non poter far niente – sopportare il “niente” è facile a dirsi, molto meno facile a farsi –  quindi ho attivato una linea di supporto telefonico gratuito, per offrire un filo a cui potesse appendersi chiunque dall’altro capo del telefono si sentisse perso in questa situazione. E si sono appese, con tutte le forze, moltissime persone che hanno trovato la forza di raccontarmi come stessero affrontando l’isolamento, con quali paure, quali risorse, quali speranze. È una settimana che mi nutro delle loro telefonate, mi ringraziano per l’aiuto che do loro senza chiedere niente in cambio, ma la verità è che io non so come ringraziare loro per quello che danno a me. Perché in tutta questa storia non ci sono i forti e i deboli, i vincitori e i vinti, gli esperti e gli ignoranti, i ricchi e i poveri. C’è un “noi” che probabilmente va riscoperto e coltivato, una comunità che lotta unita contro un unico nemico, Covid.

Nonostante tutte le mie tabelle di marcia di questi anni, non mi sono mai sentita così utile, impegnata, grata, responsabilizzata come in questo momento, quando le tabelle ho dovuto stracciarle tutte, e mi sono trovata di fronte al “niente”. Io l’ho riempito così, e spero che una volta passata la tempesta ci ricorderemo tutti di quanto ci siamo sforzati di creare relazioni nei modi più impensabili e ci siamo persino riusciti, di quanto ci siamo aiutati, supportati, di quanto ciascuno ha riempito il “niente” dell’altro, senza saperlo, senza volerlo, di quanto ci siamo amati anche se non potevamo più nemmeno toccarci. E alla fine, caro Covid, grazie, non avrei mai pensato di dirlo, ma grazie, perché mi hai fatto capire ancora di più che non cambierò mai le mie parole preferite:

Relazioni. Reciprocità. Scambio.

Matilde

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi

17 Marzo 2020

Federica – Salvando un pezzettino di cuore di mio figlio

Sono le 2 di notte, piove. Sono nel letto e sento proprio l’acqua che scivola via, che lava, pulisce. Faccio fatica a riconoscere subito questo suono, mi devo concentrare, é da troppo tempo che non piove, che non scroscia. Appena metto tutto a fuoco sobbalzo.

Leggi di più

É fuori, appeso in balcone, tutto colorato, ricco di amore. É il cartellone di mio figlio, é l’arcobaleno di mio figlio che grida alle persone a cui lui vuole bene che andrà tutto bene e io non posso infrangere un pensiero così bello. Chissà se si rovina se lo lascio fuori, penso. Il rumore é incessante, io mi alzo, vado in sala, accendo le luci, alzo le serrande, apro la finestra… Piove, aria fresca, mi sento un supereroe, sto salvando un pezzettino di cuore di mio figlio. E chissà se lui lo capisce.

Chissà se capirà un giorno, questi giorni difficili, questi giorni tesi, a volte distanti pur sempre insieme. Soprattutto chissà se comprenderà quanto amore c’é attorno, nonostante gli errori, nonostante il blackout della mia mente e la paura.

Federica

IInvia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

16 Marzo 2020

Claudio – Tra l’incubo e il sogno: grazie nonno

Testimonianza della stanza accanto. Questa notte ho fatto uno strano sogno. Mio nonno morto anni fa, mi ha chiamato e mi ha detto di seguirlo. Titubante e sospettoso, ho seguito il suo consiglio pensando che mi avrebbe portato in un luogo lontano. 

Leggi di più

Ahimè, mi sono trovato in una stanza vicino, piena di persone amiche. Perplesso ho chiesto da quanto tempo erano sedute in quel luogo ad aspettarmi. Tutte in coro mi hanno risposto che erano in quel luogo da sempre, anzi, ero io che con il frastuono non avevo mai sentito le loro voci. Sempre più perplesso chiedo al nonno che cosa sta succedendo. Lui, come al solito, con il suo sorriso serafico e con sguardo penetrante mi sussurra “tranquillo sei in buone mani, ma piuttosto cosa sta succedendo fuori che non ci sono rumori?”. 

“Come nonno, non sai che siamo in quarantena, tutti a casa, c’è un virus che ci sta uccidendo”.

“Si lo so, mi hanno detto qualcosa, però ci sono tanti eroi che stanno facendo il possibile per salvare l’ umanità”. 

“Nonno ho paura, il silenzio mi uccide dentro” gli rispondo impaurito. 

Nonno Massimo, mi risponde così: “Vedi caro nipote, per anni sei stato troppo impegnato a parlare con amici virtuali, sui social con l’incognito, a correre e non arrivare mai in tempo, ad avere certezze in tutto, a trovare soluzioni in ogni momento, a essere connesso con il mondo… e adesso che sei solo con la tua anima hai paura. Io ho combattuto la prima guerra mondiale e sono stato via da casa per sette anni, tuo padre ha combattuto la seconda guerra mondiale ed è stato prigioniero per tre anni, abbiamo tutti vissuto assieme alla paura, non avevamo certezze del domani e ci siamo adoperati con il nostro per farvi capire la parola progresso. La morte faceva parte della nostra esistenza e cercavamo di conviverci. Ora tu e la tua generazione… questa parola vi fa orrore. Quello che sta succedendo fuori da questa stanza è una leva sociale. Tutti possono morire, sia il ricco che il povero. Tutti abbiamo e avete bisogno l’uno dell’altro, perché non mantenere un comportamento adeguato può portarvi alla malattia. Adesso tutti siete nei vostri comodi divani, ma non sapete accettare l’ignoto perché vi manca la forza interiore. Siete stati abituati al tutto e facile”.

Cosi dicendomi mi accompagna alla porta. Comincio ad urlare: “Nonno nonno, aiutami. Cosa devo fare adesso?

 La sua risposta è questa: “Torni nella tua stanza e da domani inizi di nuovo come abbiamo fatto noi, a ricostruire il mondo prendendo il meglio delle persone. Ognuno deve fare la sua parte con onestà e senso civico, ascoltando la propria coscienza si può dire che il bene tuo è di tutti, e chi bara è il male di tutti. Ognuno nel silenzio interno deve ricostruire l’umanità intera, nel rispetto di coloro che hanno perso la vita adesso e che mettono in gioco la propria esistenza per garantire il futuro”.

Suona la sveglia, ma per me è un giorno diverso.

Claudio

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

16 Marzo 2020

Maria Rosaria – Simone de Beauvoir e l’essenza del Noi

Care sorelle,

oggi ho letto un articolo su Repubblica dal titolo “Educatori scolastici enorme ingiustizia”, in cui si racconta la storia di un‘educatrice “arrabbiata contro chi si fa gioco delle sue competenze”.

Leggi di più

Giustamente l’educatrice spiega come la chiusura delle scuole per emergenza coronavirus, ci abbia esposto all’incertezza salariale. A oggi, infatti, non sappiamo se saremo pagate. In questo periodo di quarantena, sto rileggendo “il secondo sesso” di Simone de Beauvoir e mi rotola in testa una frase: “economicamente uomini e donne costituiscono quasi due caste”.

Solitamente gli uomini hanno salari più elevati e, guarda caso, le professioni in cui vi è una maggiore presenza femminile vengono sottopagate. A naso, credo che questo sia il caso dell’educativa scolastica. Gli educatori uomini sono una minoranza e credo che questo dato non sia da sottovalutare. Noi donne siamo, o veniamo considerate, procacciatrici di secondo reddito. Costituiamo inoltre un esercito di lavoratrici più funzionali di qualsiasi altro lavoratore.

Chiediamoci come mai la sempre più facile espulsione delle donne nel mondo del lavoro non provochi particolari contestazioni. Forse perché le donne non vengono mai considerate come una massa di pure e semplici disoccupate? Secondo una logica sessista e patriarcale (mi fa una certa impressione usare ancora queste espressioni nel 2020, ma tant’è) c’è pur sempre un lavoro di cura a casa ad aspettarle. Ebbene, mi son chiesta, oltre a questa macroriflessione, che cosa posso fare io, educatrice donna? Non sarebbe male, per esempio, iniziare a organizzarsi come lavoratrici partendo magari da un gesto semplice: iscriversi al sindacato. Io l’ho fatto, perché sono convinta che la lamentazione solitaria sia funzionale al sistema. Certo non basta fare la tessera, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

Lo so, vi sono oggi altre questioni, come quelle legate all’angoscia e alla fatica di un pensiero razionale, perché la paura bussa forte, e quei colpi li percepisci chiari e netti. Mi consigliate di descriverli, narrarli, ma io mi sono sempre definita una lacrima solitaria che ha un certo pudore nella condivisione delle proprie intime sofferenze. Lo so è un limite. Posso dirvi però che io guardo la tristezza negli occhi, ma poi irriverente mi giro e rivolgo lo sguardo in qualche luogo immaginario, oppure pianifico il da farsi cercando la risposta anche sui libri. Pagine di letteratura, pagine di saggistica, pagine di filosofia. 

A proposito di ciò, mi viene in mente il mito della caverna di Platone, ambientato però in questo silenzioso 2020. La specie umana è ritornata (o forse non vi è mai uscita, ma così rischio di divagare, perciò lasciamo stare) nella caverna, un rifugio, una sorta di ritiro temporaneo dalle loro attività predatorie. Tra chi si rifugia, però, vi è anche il predatore dei piccoli predatori che se ne sta accucciato nel suo nascondiglio e sta già pensando a come fare razzie anche in questa circostanza.

Uno scenario che fa ben poco sperare, tuttavia, essendo un’utopista instancabile, compare in questa visione apocalittica, quella di una donna che, salendo a fatica, s’incammina verso l’uscita. I suoi occhi contemplano il tutto, il buio, la luce, il fuori e il dentro, l’essenza del NOI.

Adesso torniamo al qui e ora, alla quotidianità delle nostre esistenze in quarantena, cose più spicciole, nessun “mondo delle idee”. Le vostre nipotine mi hanno chiesto di partecipare al flashmob col quale si chiedeva ai cittadini di imbracciare il proprio strumento, affacciarsi alla finestra e suonare. La più piccola delle vostre nipoti che, al contrario di me, non ha vergogna alcuna nel manifestarsi, ha voluto poi che la sua esibizione fosse postata su un social. Voi lo sapete quanto io sia antiquata, mi sembrava una modalità un po’ frivola. La furbetta però ha insistito, dicendomi che fuori c’era un silenzio spettrale e che voleva con il suo sax far vibrare nell’aria le note di “Over the Rainbow”, condividendola con gli altri. Ebbene, mi sono arresa e ho pensato: “da qualche parte bisogna pure iniziare”.

Maria Rosaria

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

16 Marzo 2020

Marty – La fiducia in una mattina di primavera

Buongiorno….

A dispetto dei decreti e del surreale silenzio percepito fuori casa, la natura ci abbraccia con un caldo sole, un’aria primaverile che sembra dirci: “Non abbiate paura, con un po’ di responsabilità e pazienza presto tutto passerà!“.

Leggi di più


Leggo commenti sui social di paura, panico, quasi isterismo ma forse la gente non è abituata alle prove della vita. Bisogna essere attenti e responsabili, ma non vedo tutto questo allarmismo. Se torniamo ai racconti dei nostri nonni, che hanno avuto prove molto più dure, paure vere, paure indelebili, al confronto la morte sarebbe stata molto più dolce.

Noi oggi non siamo abituati al “brutto”. Il mio timore è per mio figlio, per il suo futuro, per una società fatta di sabbia. Sì, questo mi spaventa molto di più. Ma sono una donna religiosa, in tutta la mia vita sono stata sorretta nei momenti brutti dall’abbraccio di Gesù, e anche ora è così. Bisogna avere fede in Dio, fiducia nel prossimo, qualunque sia il suo colore, bisogna tornare ad amare, bisogna essere comprensivi e aiutarsi. Sono questi i valori che sconfiggono i mali della terra ma soprattutto le “bestialità” che l’uomo continua a fare.

Ecco questi sono i miei pensieri questa mattina. Sono fiduciosa, sono tranquilla perché le persone che amo stanno bene e sono sicura che per la fine dell’anno rideremo di questo episodio…. e magari saremo tutti più buoni e bravi festeggiando il Natale con i nostri cari, in famiglia, come si faceva nei secoli passati.

Buona giornata a tutti, un abbraccio da Marty71

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

15 Marzo 2020

Nadia – Una vita tragicomica mentre la terra si ribella

Cara sorella,

La mia vita procedeva bene. Non di certo per il fatto che la povera sottoscritta viva dalle suore. Ho sempre pensato che le suore fossero il filo conduttore della mia vita, e ora ne ho la certezza.

Leggi di più


Non so se ricordi quando tutto iniziò: io avevo solo 4 anni e quella pazza di suor G. Mi chiudeva nella sala da pranzo e abbassava le tapparelle perché: “è l’ora del riposino”, e quindi mi lasciava chiusa in quel refettorio per ore, costringendomi a finire quella dannatissima carne. Tuttora non mangio carne, e tuttora chi cucina per me sono suore. 

La mia vita non è subito andata bene, visto che alle medie sono finita dai frati, le superiori sono state un inferno per principio, e pensavo che all’università sarebbe andato tutto alla grande. Ma ovviamente per quanto tutto fosse perfetto, l’universo doveva controbilanciare il mio essere felice facendomi finire a vivere dalle suore. 

Nonostante tutto, chi ha rovinato la mia vita perfetta degli ultimi tempi non sono le suore, anche se loro inconsciamente centrano sempre, bensì questo maledetto virus. Sai, dopo 5 devastanti anni di liceo e 14 in quella maledettissima campagna che ci circondava, ero arrivata a pensare di aver raggiunto l’Eden frequentando l’università dei miei sogni, a Bologna, una città meravigliosa piena di gente stupenda. E invece ovviamente no. 

Ora ti scrivo questa lettera dal treno, sto tornando a casa. Voglio così illustrarti i motivi per i quali questo virus ci ha colpiti: la prima ragione che mi viene in mente potrebbe essere solamente una cosa che pensa la mia testa, che si sa, non funziona molto bene, non sul lato scientifico quantomeno – ma il mio pensiero va alla terra. In realtà è lei che ha mandato questo virus, perché come noi stiamo distruggendo lei, lei ora sta lanciando il suo di contrattacco.

In realtà ho sempre pensato che i parassiti fossimo noi, e a quanto pare se n’è accorta anche lei. In questo modo sta tentando di diminuirci. Effettivamente, se questo era il suo piano non si può dire che non stia funzionando. C’è una visibile diminuzione di inquinamento, d’altronde la gente è costretta a casa, quindi meno macchina, meno mezzi pubblici, chiusura di fabbriche. Mi piace davvero pensare che sia stata la terra a fare una cosa del genere, sarebbe effettivamente l’unica cosa sensata. La terra si sta riprendendo ciò che è suo, dopo anni di soprusi da parte di questa ignobile razza, noi. La seconda ipotesi è il fatto che qualcuno stia ostacolando la mia vita da sogno. Sono consapevole che il mondo non giri attorno a me, ma non mi dispiace nemmeno pensarlo, il fatto è che per anni sono stata incazzata con il mondo intero perché non me ne andava bene una. Arrivo a Bologna e, come dicevo all’inizio della mia lettera, la mia vita va divinamente: ho finalmente amici, mi piace quello che studio e non mi pesa per niente, per quanto sia terribile vivo dalle suore ma pur sempre in una grande città, e quindi tutto perfetto. Sono davvero molto felice della mia vita e BAM chiudono le università, chiudono la Lombardia, Italia zona rossa. Grazie mondo, davvero, grazie. 

Ora durante la quarantena che si fa? Tu cosa stai facendo? Mi servono dei consigli perché, per quanto io debba frequentare le lezioni online, cosa che non sto facendo – non dirlo alla mamma – non so che altro fare durante la giornata. Come ben sai ho visto praticamente tutti i film e le serie tv esistenti sul pianeta terra, quindi penso che come prima cosa, inizierò davvero a seguire quelle maledettissime lezioni online e poi finalmente penso che mi metterò d’impegno e imparerò a cucinare le cose basilari come la pasta. Ti consiglio anche di affinare le tue di tecniche culinarie, perché il mio povero palato sopraffino è stufo di mangiare la solita paella con i frutti di mare. Per quanto sia buona, basta. Sono sul treno diretta a casa, sono appena arrivata a Verona e ho già voglia di tornare indietro. Dal finestrino del treno vedo una scena quasi pittorica, un uomo alla banchina opposta che con la mascherina abbassata fuma una sigaretta. C’è solo una parola che può esprimere appieno la sua essenza : geniale. Essere in quarantena è un po come stare sul treno, ti annoi, devi stare fermo per ore, ma sai che alla fine tutto finirà, almeno per quanto riguarda il treno. Spero vivamente che sarà cosi anche per questa quarantena perché, per quanto sia abituata a non uscire di casa, è comunque snervante.

Tua Nadia  

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi .

14 Marzo 2020

Giulia – Non è un raggio, è la luce di una galassia intera…

Ho paura. Ho paura davvero.
Mi spaventa questo silenzio: non sentire le risate dei bambini che aspettano l’autobus a due passi dalla mia finestra e ancor più non sapere quando mi succederà di riascoltarle.

Leggi di più

La mattina, ho ben presente il rumore delle automobili che si mettono in moto nel mio quartiere e che partono verso uffici, supermercati, scuole… Ormai sento il frusciare delle ruote sull’asfalto un paio di volte al giorno.
Queste giornate sembrano post-apocalittiche e non passano mai.

Non che prima chissà che vita movimentata facessi, mi si potrebbe obiettare, ed è vero. Ma quella che avevo sottovalutato era la mia libertà di rintanarmi dentro la mia camera a studiare, leggere e guardare serie tv.
Ora tale condizione non dipende più da me.
E mi spaventa non sapere quando finirà.
Se c’è una cosa che più di tutte mi tormenta, è proprio questa, infatti: il non avere tutto sotto controllo.

Immaginate gli attimi di panico che può vivere una persona che non sa quando potrà tornare al cinema, a sfogliare un libro, sentendo il profumo delle pagine prima di acquistarlo, a mangiare una pizza con le amiche… No, non certo per queste cose in sé, sia chiaro: sarebbe davvero da insensibili lamentarsi per una serata priva di svaghi, e, come ho detto, magari l’ultima volta che sono andata al cinema o in pizzeria risale a mesi fa, a ben prima dell’emergenza causata da questo virus maledetto.

Però godevo della pace interiore di sapere che tutto era lì, a disposizione.
E mentre egoisticamente penso a me, che sto perdendo la certezza di poter decidere di andare o meno a mangiare un cornetto e bere un cappuccino, immediatamente mi viene alla mente chi sta perdendo anche le certezze economiche che derivano dal venderlo, quel cornetto e quel cappuccino.
Resto senza parole di fronte a questo caos, a questa incertezza.
Mi manca davvero il fiato, in alcuni momenti.

La mia mente, come una scheggia impazzita, nel frattempo, è già passata a pensare proprio all’emergenza sanitaria; al perché si è creata questa terribile condizione che sono ben contenta di vivere se penso alle conseguenze positive che avrà il mio rispettare le regole.

Quando finirà tutto questo? Ce la faranno i nostri ospedali? Che diranno stasera i dati del bollettino ufficiale? Chissà cosa devono provare i medici, gli infermieri, gli operatori socio sanitari che si trovano a dover fronteggiare una situazione così grande e inattesa. E se un domani…

L’ho detto: perdere il controllo delle cose mi atterrisce.
Sono pensieri che, sono convinta, appartengano un po’ a tutti noi che ci troviamo distanti anche di migliaia di chilometri.

Eppure… Eppure in queste mie apnee e in questi momenti di sconforto mi sto rendendo conto di tante cose che non sono affatto scontate, e che rappresentano la finestra da cui entra un raggio di luce che illumina la stanza in cui sono praticamente costretta.

Ma che dico? Non è un raggio, è la luce di una galassia intera

Penso – partendo dalle cose più lontane da me – ai personaggi famosi italiani, che in gran numero stanno aderendo a iniziative volte a farci passare il tempo: fanno dirette sui social in cui chiacchierano, virtualmente, con noi supporters; realizzano operazioni di lettura condivisa, in cui chiedono agli utenti di interpretare un personaggio, e ci si vede, davanti a uno schermo, ogni sera pronti a recitare qualche opera teatrale; ci danno la possibilità di richiedere loro canzoni che, prontamente, suoneranno dal salotto; rendono gratuiti i loro film… è importante, in momenti come questi, una condivisione della normalità.

Si tratta di gesti che sto apprezzando molto, e certo non dimentico quello che è il bene più concreto e reale che stanno facendo, organizzando e pubblicizzando le donazioni agli ospedali italiani.

Continuo poi, pensando all’utilità del programma di solidarietà digitale, promosso da diverse aziende, o ancora al fondamentale aiuto che, notizia delle ultime ore, proviene dal rendere gratuito il medicinale contro l’artrite che sembra stia aiutando i casi più gravi: sarà così più semplice uscire dalla terapia intensiva.

Penso quindi a quelle cose che sono più vicine a me: io e le mie amiche, compagne di palestra, che decidiamo di allenarci in videochiamata, perché, nonostante tutto sia chiuso il nostro istruttore continua a fornirci delle schede di allenamento, e noi non rinunciamo alla normalità di iniziare una serie di flessioni tutte insieme (e nemmeno a quella di sapere che io, molto probabilmente, di flessioni ne farò un paio in meno).
Sono fortemente riconoscente per tutto questo.

Penso ai miei docenti universitari (e a tutti gli insegnanti) che non si sono persi d’animo e che stanno organizzando le loro lezioni, i ricevimenti e gli esami on-line per garantirci la possibilità di continuare a studiare e di rimanere in contatto con loro in caso di qualche dubbio.

Penso alle piattaforme social dove ci sono manifestazioni di affetto incredibili, e inviti alla partecipazione: giochi come “mostrami il tuo outfit da quarantena” dove si fa sfoggio di felpe che non vedevano la luce da anni, pantaloni di pigiami infilati nei calzini di spugna e pantofole di peluche o, più semplicemente, post a fine giornata per condividere la stessa raccontandosi cosa si è fatto, consigliandosi magari qualche libro da recuperare o film imperdibile.

Penso, personalmente, alla mia amica Giulia, che io, peraltro, conosco solo virtualmente, e che nonostante stia attraversando un periodo non propriamente semplice della sua vita, quando al telefono mi ha sentita preoccupata è stata pronta a tranquillizzarmi e a offrirmi un grande aiuto.
La gratitudine nei suoi confronti è immensa.

Penso alla splendida iniziativa di un’altra mia amica virtuale, Matilde, che è psicologa e che offre gratuitamente, rendendo disponibile la sua mail e il suo numero di telefono, supporto psicologico per chiunque dovesse averne bisogno in questo momento difficile.

E potrei andare avanti ancora per molto, perché tante sono le cose a me vicine che, nonostante questo periodo non sia certo il più roseo per il nostro paese intero, mi fanno sentire fortunata.

Lo avevo detto: è la luce di una galassia intera quella che entra dalla finestra.

Giulia

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

13 Marzo 2020

Isabel – Caro compagno di quarantena…

Caro compagno di quarantena,

Benvenuto a pranzo da me. Questo invito è perché noi italiani non amiamo pranzare da soli. Dall’estero questa nostra tradizione è percepita da tutti e alcuni la trovano insolita.

Leggi di più

Sì, perché in quel momento parliamo, condividiamo e, spesso, ci ritroviamo a parlare di cibo anche mentre stiamo mangiando. L’Italia infatti io la associo al pranzo della domenica, allo stare in famiglia e al sole. Lo so che mancano solo pizza e mandolino per completare il quadro, ma quando si diventa sensibili ci si rifugia anche in questo!

Comunque, in questo pranzo voglio usare la più banale delle convenzioni della nostra lingua per chiederti: come stai? una volta ho letto che si chiede a qualcuno come sta per raccontargli come stiamo noi. Ma io desidero conoscere fino in fondo ciò che provi e, a differenza di come ti immagino so che se fossi una mamma l’ordine di priorità delle tue paure sarebbe diverso dal mio e, se fossi un adolescente “bloccato a casa” con i genitori, già posso pensare a quanto ti senti in trappola nella vita, figuriamoci ora. Se fossi un’anziana signora che aspetta i volontari per il cibo, ti direi: non sei sola, verranno! non preoccuparti che se proprio faccio un colpo di telefono. Oddio, chi mi conosce sa che il telefono mi mette ansia, quindi farei chiamare qualcun altro. Il punto è che penso a te, chiunque tu sia.

Con questo pranzo voglio invitarti a parlare delle tue emozioni, ma inizio dicendoti le mie. Solo perché in una conversazione qualcuno deve rompere il ghiaccio. E non è facile nemmeno per me.

Io sono divisa, una parte di me vorrebbe dirti: tutto bene! l’altra invece vorrebbe dire che no, non sto bene. Ho paura per tanti motivi, il virus risveglia in me vecchi ricordi della malattia, ha interrotto la mia routine, ha portato un cambiamento improvviso in una vita non molto movimentata, ha portato preoccupazione, ansia e incertezza per il futuro. In generale ho paura degli inizi e delle fini, ho paura per quanto riguarda le “cose grandi” di fare passi falsi negli ambiti: lavoro, famiglia, relazioni personali, futuro.

Queste parole buttate lì come un elenco a loro volta si rifanno a delle cose specifiche. Sembrano generali, ma sono le paure riferite alla vita di tutti i giorni e, sai una cosa? Non ho tempo nella vita di tutti i giorni di mettermi lì a pensare a queste paure. Non le affronto perché i passi si fanno uno alla volta, non si inizia la maratona senza aver mai fatto un giorno di allenamento. Ma ora che c’è tempo di pensarci, se me le tengo tutte dentro e non le dico a qualcuno, queste paure, rischio che diventino una montagna ingombrante di pensieri che nella mia testa seguono un ordine circolare.

Pensavo che nella gerarchia degli affetti alcuni fossero più in alto, per esempio, quando dico che “sono preoccupata per i miei nonni” anche se lo penso davvero, in realtà dentro di me vedo i volti di tutti i miei cari, non indistintamente ma uno per uno. La mia mente (o forse il mio cuore) è affollata da tante persone, ma ne ho invitata solo una a pranzo.

Forse voglio dire a me stessa che basta poco per non sentirsi soli e sapere di non esserlo. Di solito io convivo bene con la solitudine e non è dolore, ma ora il virus ha portato alla luce questa solitudine partecipata di tante persone che hanno bisogno di stare vicine e non possono. Forse dopo impareremo a usare con più cautela la frase: ti sono vicino con il pensiero.

La vicinanza, comunque, mi fa pensare a quelle domeniche di sole e a tutta la gente che si ammassa nei centri commerciali. Non mi sento di giudicare questa usanza che solo ora vedo chiaramente dall’altro lato della medaglia. Ci ammassiamo perché vedere facce, corpi, vestiti, cose, ci dà l’illusione di pienezza. E riempiamo non perché dentro siamo vuoti, ma al contrario tutti abbiamo dentro cose da dare, un mondo colorato, una vita intima che scorre.

E tra le mie più grandi paure – forse è anche la tua – c’è la condivisione di questa intimità. Siamo tanto bravi a pranzare insieme parlando del tempo che fa, del coronavirus, dei morti, dei bilanci, dei vivi, dei malati. Ma siamo sempre incapaci di esprimere le nostre emozioni facendolo a parole. Non è vero?

È un mondo confuso, quello delle emozioni. Ci orbitano dentro, ci dominano, ci trasportano e più cerchiamo di controllarle o lasciarle andare, più ci sembra che sfuggano. A me sfuggono sempre.

Quando le scrivo mi sembra di sigillarle e impacchettarle per qualcuno, ma se scrivessi solo di panico e angoscia forse non farei del bene. Il dialogo è spesso come un tango eseguito da due dilettanti, ma non per questo non bisogna ballare. Comunque, tu cosa stai facendo per arginare la crisi? una persona saggia mi ha dato l’idea che raccontare la quotidianità aiuti. Io non me la sento di raccontarti come scorre la mia giornata, ma dato che mi piace cucinare, come secondo ti chiedo quale sia il tuo piatto preferito. Facciamo che il vino lo porti tu. Ora però voglio anche dirti qualcosa che mi emoziona in positivo, sono brava in questo. Quando parlo della bellezza tento di trovare le parole migliori così che ti arrivi un riflesso di come la vedo. E mi chiederai, cosa cavolo vedi di bello in questi giorni? Allora, io personalmente vedo la possibilità di parlare con gli amici ed è come se il virus ci desse un pretesto per ritrovare quell’unione che a volte sento un po’ meno. Ora mi sento vicina, presente, unita ai miei amici, te compreso.

L’occasione di scrivere queste emozioni condivise è come far parte di un grande romanzo, fatto di tante case nelle quali scorrono tante vite e tanti pranzi. Di solito non si sa nulla di quelle vite, ma ora che sono in pericolo improvvisamente ci importa. Il lato positivo, se fossi ottimista, sarebbe la speranza che dopodomani ancora ci importerà.

Questo virus per me non è stato come un naufragio, ma nemmeno lo vivo come se fosse una cosa che appartiene al mondo degli altri, ho provato sulla pelle cosa significa avere una malattia che dalla notte al giorno ti porta in ospedale. Solitamente non tiro fuori quel ricordo perché lo temo, ma ora approfitto dell’occasione. Inizio con il confessare una cosa mai detta: mi piacciono i fruttini alla mela dell’ospedale. No dai, a parte gli scherzi, in questo preciso istante della mia vita in cui, proprio come te, sono chiusa in casa e potrei pensare al mare, all’estate e a cose belle, penso all’ospedale.

Penso alle infermiere e quanto le loro cure mi abbiano aiutato dentro. Ti vedono al tuo peggio, le infermiere: sfatto, brutto, malato e non pulito e il loro lavoro immane è quello di farti pensare che nonostante la malattia tu sei una persona. Quando penso alla cura, penso al sorriso di una donna sconosciuta che spunta per assicurarsi che io stia bene con un cenno del capo, un gesto frettoloso che sistema una coperta. Sono stata grata per quelle cure e tutta questa manfrina che forse non ti interessa è per dire a te e a me stessa, che la paura passa. Se basta un volto rassicurante e un contatto così distante a far passare la paura a me, forse oggi passa anche a te.

Non so, me lo auguro. Magari poi tu sei incazzato e stanco.

Siamo semplici dopotutto, ci bastano l’affetto, la serenità, la speranza e la salute per andare avanti. Questi sono i miei ingredienti e tu ne avrai degli altri, mi puoi mostrare la ricetta quando prenderemo il caffè. Che voglia di bermi un caffè in compagnia…

Te lo chiedo ancora, tu come stai? Dimmi qualcosa di vero però, qualcosa di te, qualcosa che mi sia di conforto, con cui identificarmi, qualcosa che mi dia fiducia e che sia resistenza, qualcosa di realistico, umoristico, affettuoso e semplice.

Ne ho bisogno. Tu?

Isabel

Invia la tua lettera a redazione@sguardidiconfine.com e indicaci se vuoi mantenere l’anonimato oppure no. Leggi le linee guida (qui) e condividi il tuo #scambiodisguardi con noi.

Page 2 of 2 1 2